Padre Giulio Albanese: “Boko Haram, un incubo lungo dieci anni”

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Mercoledì 18 dicembre 2019
In questi ultimi dieci anni si è molto parlato dei crimini perpetrati in Nigeria da Boko Haram. I miliziani di questo movimento jihadista hanno seminato morte e distruzione. Nel frattempo — davvero triste doverne prendere atto — le vittime seguitano ad aspettare che venga resa giustizia, mentre i miliziani continuano a rappresentare un fattore altamente destabilizzante non solo nel nordest della Nigeria, ma anche nell’intera macroregione: dal Ciad al Camerun, oltre al Niger. (...)

Il gruppo jihadista nigeriano Boko Haram
Un incubo lungo dieci anni

In questi ultimi dieci anni si è molto parlato dei crimini perpetrati in Nigeria da Boko Haram. I miliziani di questo movimento jihadista hanno seminato morte e distruzione. Nel frattempo — davvero triste doverne prendere atto — le vittime seguitano ad aspettare che venga resa giustizia, mentre i miliziani continuano a rappresentare un fattore altamente destabilizzante non solo nel nordest della Nigeria, ma anche nell’intera macroregione: dal Ciad al Camerun, oltre al Niger. Le cifre parlano chiaro: dal 2009, solo in Nigeria hanno perso la vita 35.000, 22.000 risultano dispersi e due milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.

Nel rapporto annuale della Procura della Corte penale internazionale (Cpi), sugli esami preliminari compiuti nel 2013, venne chiaramente identificata l’insorgenza nel settore nordorientale della Nigeria di un “non-international conflict”, ossia di una situazione bellica con una fattispecie giuridica che si riferiva a quella che comunemente viene definita guerra civile. Già in quella circostanza, comunque, la procuratrice della Cpi, la gambiana Fatou Bensouda, fece intendere che le azioni attribuite ai suoi membri fossero crimini contro l’umanità.

Bensouda spiegò anche che l’avvio dell’inchiesta penale da parte della Cpi sarebbe anche dipesa dalla capacità o meno delle autorità nigeriane di perseguire autonomamente «coloro che appaiono avere le responsabilità maggiori» in questi crimini. Due anni dopo, il 20 novembre del 2015, la stessa procuratrice fece capire, ancora più esplicitamente, che l’operato di Boko Haram lasciava supporre che fossero stati commessi crimini contro l’umanità, in particolare i crimini di omicidio e di persecuzione dettati da ragioni di ordine religioso.

Il 5 dicembre scorso, nel rapporto annuale della Procura sugli esami preliminari compiuti quest’anno è ovviamente menzionata a chiare lettere anche la questione del jihadismo nigeriano. Nel rapporto si legge che la procuratrice deciderà nel 2020 se procedere nelle indagini su specifici crimini compiuti dai miliziani Boko Haram. Da rilevare che l’Ufficio della Procura dell’Aja in questi anni ha ripetutamente manifestato insoddisfazione per l’assenza di indagini da parte della giustizia nigeriana in riferimento ai crimini previsti dallo Statuto di Roma (art. 7). Il richiamo è certamente pertinente se si considera che Boko Haram, oltre a compiere un numero indicibile di attentati causando la morte di civili e militari, ha spesso costretto ragazzi e ragazze a compiere attentati suicidi; per non parlare dei sequestri di giovani donne, addirittura adolescenti, con lo scopo di venderle negli Stati confinanti, come schiave o concubine.

Come molti ricorderanno, fece scalpore il sequestro delle studentesse di Chibok nell’aprile del 2014, ma il fenomeno dei rapimenti di giovani donne nel nordest della Nigeria avviene ancora, senza purtroppo che vi sia una risonanza mediatica a livello internazionale.

L’intento dichiarato di questi estremisti, strumentalizzando la religione per fini eversivi, è quello di seminare il panico tra chiunque si opponga al loro delirio di onnipotenza: musulmani e cristiani.

Letteralmente, «Boko» vuol dire “falso, menzognero” mentre «Haram» in arabo significa “peccato, crimine”. Il nome ufficiale della formazione in realtà è Jamà atu Ahlis Sunna Lidda’ awati wal-Jihad, che in lingua araba vuol dire “Gente dedita alla diffusione degli insegnamenti del Profeta e al Jihad”. Attualmente, comunque, il termine Boko Haram ha un significato estensivo riferendosi a due distinte organizzazioni: l’Islamic State West Africa Province (Iswap) e la Jama’at Ahl al-Sunnah li-l-Dawah wa-l-Jihad (Jas). La prima ha adottato la sigla Iswap per sottolineare la propria affiliazione al sedicente stato islamico (Is) cercando così di attrarre più proseliti e finanziatori. L’Iswap — i cui obiettivi sono di respiro internazionale — inserisce la ribellione Boko Haram all’interno del fronte globale del jihad. La Jas ha invece un’agenda più regionale, essendo rivolta quasi esclusivamente contro il governo nigeriano. L’obiettivo di questa fazione si rifà alle origini di Boko Haram: trasformare la Nigeria, o parte di essa, in un emirato in cui venga applicata la sharìa soffocando ogni forma di dissidenza. Nonostante queste distinzioni, i due gruppi si comportano e cercano di agire sul territorio allo stesso modo.

Il finanziamento di questi due gruppi eversivi deriva fondamentalmente da proventi tipici delle organizzazioni criminali: dal commercio illegale di merci alle tasse sulle proprietà fondiarie fino a quelle che sono costretti a pagare i trafficanti di armi e droga che intendono attraversare i territori sotto il loro controllo. Vi sono, inoltre, attività di supporto o di scorta ai convogli di beni illeciti e il contrabbando di avorio, armi, beni preziosi e di esseri umani. Inoltre, è ormai certo che vi sono legami finanziari con alcune componenti del salafismo, lo stesso che ha foraggiato alacremente Al Qaeda e l’Is, ma anche complicità interne al “sistema Paese”.

I Boko Haram sono nati a Maiduguri, capitale dello Stato di Borno (Nigeria nordorientale), per iniziativa dell’imam Ustaz Mohammed Yusuf nel 2002 con l’idea di instaurare la sharìa, grazie all’appoggio dell’ex governatore Ali Modu Sheriff. Animato da un fanatismo religioso, fortemente intollerante nei confronti del governo centrale di Abuja, Yusuf diede vita a un complesso religioso che comprendeva una moschea e una scuola, dove le famiglie appartenenti ai ceti meno abbienti di fede islamica potessero iscrivere i propri figli. La setta comunque, fin dalle origini, venne concepita in funzione antioccidentale, anche se rimase nell’ombra fino al 2009, quando diede il via a una serie di attacchi diretti principalmente contro obiettivi governativi e in particolare nei confronti della polizia locale.

L’arresto di Yusuf, morto in prigione in circostanze misteriose, ha di fatto lasciato spazio a una forte segmentazione del movimento in varie cellule. Col tempo, però si è affermata la componente estremista, responsabile del sempre più sistematico ricorso alla violenza.

Secondo Eric Guttschuss, ricercatore di Human Rights Watch, che ha raccolto numerose testimonianze tra alcuni ex adepti di Yusuf, quest’ultimo riusciva ad adescare con successo giovani seguaci tra i disoccupati «parlando loro male della polizia e della corruzione politica». Abdulkarim Mohammed, un altro autorevole studioso di Boko Haram, ritiene, comunque, che le insurrezioni violente in Nigeria siano dovute «alla frustrazione per la corruzione e al malessere sociale sulla povertà e la disoccupazione». Non sorprende allora sapere che un portavoce di Boko Haram abbia dichiarato nel 2012 che Ibrahim Shekarau e Isa Yuguda, ambedue musulmani, rispettivamente governatore dello Stato di Kano e governatore di Bauchi, abbiano entrambi pagato mensilmente il gruppo terroristico. Come già detto, Boko Haram vorrebbe imporre la sharìa a tutta la Repubblica Federale di Nigeria, che finora ha goduto di una costituzione garante della laicità delle istituzioni politiche. Il problema di fondo è che la legge islamica è già stata introdotta nella Nigeria settentrionale (a maggioranza islamica) ben 19 anni fa, in flagrante violazione del dettato costituzionale. Si trattò, a detta di autorevoli osservatori e costituzionalisti, di una debolezza dell’allora presidente Olusegun Obasanjo (cristiano), sul quale pesa la responsabilità storica di aver ceduto alle pressioni dei poteri forti che intendevano minare la stabilità nazionale. In questi anni, l’episcopato cattolico ha fortemente criticato la decisione di Obasanjo, ricordando che nel Corano non v’è traccia di sharìa. È menzionata invece nella Sunna, ovvero la tradizione del profeta Mohammed, da cui molti giureconsulti conservatori attingono, prendendola alla lettera.

In questo contesto, comunque, alla contrapposizione tra il nord della Nigeria musulmano e il sud cristiano, si aggiunge la lotta per il potere su base etnico-regionale. Ecco perché le vere ragioni dell’accresciuta attività del movimento vanno rintracciate nei rapporti che in questi anni i suoi componenti hanno stretto con politici altolocati e membri delle forze armate appartenenti alle etnie del nord, interessati alla radicalizzazione della violenza al fine di destabilizzare il paese.

Per sconfiggere Boko Haram, i diversi governi nigeriani che si sono succeduti al potere hanno dispiegato l’esercito, cercando anche il sostegno militare internazionale. Nel 2015, Muhammadu Buhari, ex generale dell’esercito nigeriano, ha sconfitto il capo di Stato uscente Goodluck Jonathan alle elezioni presidenziali, con la promessa di sbaragliare definitivamente, entro due anni, Boko Haram. Grazie all’offensiva della Multinational joint task force (Mnjtf), la forza d’intervento congiunta composta da militari di Nigeria, Ciad, Camerun, Niger e Benin, il presidente Buhari è riuscito a liberare vasti settori della Nigeria settentrionale che erano ancora controllati dai ribelli islamisti. Ma la guerra asimmetrica purtroppo continua in quanto, stando a fonti locali, i combattenti islamisti hanno rifornito i loro arsenali con armi provenienti principalmente dalla Libia.

E la situazione è ancora grave anche nei paesi limitrofi. Nei primi undici mesi dell’anno, si legge nel recente rapporto di Amnesty International, Boko Haram ha ucciso almeno 275 persone nel Camerun settentrionale. In altre parole, 25 al mese. Una cosa è certa: «Il fondamentalismo — per dirla con le parole del cardinale Pietro Parolin — è sempre un segno di disperazione della ragione e di sconfitta della fede».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]