Sabato 18 gennaio 2020
Un abitante di una città su quattro vive in un "insediamento informale". Se ne è parlato anche alla COP25, la Conferenza sul clima di Madrid. Ma mancano ancora strategie serie per affrontare il problema della massiccia migrazione dalla campagna alle aree urbane, alla base della nascita delle baraccopoli. [Foto: Pixabay]

Secondo le ultime stime del programma dell’Onu per gli insediamenti umani UN-Habitat, in tutto il mondo almeno il 25% della popolazione urbana vive in “insediamenti informali”, ossia in baraccopoli.

Il significato di “baraccopoli” per le Nazioni Unite

Per le Nazioni Unite, una baraccopoli è un ammasso di abitazioni e altre strutture costruite senza il consenso formale delle autorità di pianificazione, oppure con il solo permesso temporaneo di occupare uno spazio specifico.

In altre parole, si tratta di luoghi che di norma non sono riconosciuti, né trattati come parti integranti della città. Con tutto quello che ne consegue in termini di mancanza di sicurezza, accesso inadeguato all’acqua potabile, ai servizi igienico-sanitari e ad altre infrastrutture, scarsa qualità delle case, sovraffollamento.

Foto: Pixabay.

Baraccopoli nel mondo: Africa, Asia e America Latina

L’agenzia UN-Habit, incaricata di promuovere le città socialmente e ambientalmente sostenibili al fine di fornire un adeguato riparo a tutti, ha condotto lo studio nel 2013 e la popolazione delle baraccopoli è soltanto cresciuta da allora.

Dopo una lieve diminuzione dal 28% nel 2000 al 23% nel 2014, la proporzione è nuovamente in aumento. Alla fine del 2019, oltre 1,9 miliardi di persone abiterebbe in baraccopoli. Si tratta di una stima fatta a Osservatorio Diritti da Álvaro Puertas Robina, architetto e segretario generale della rete globale per i diritti relativi all’abitazione, Habitat International Coalition (Hic). Dati in contrasto con quelli ufficiali delle Nazioni Unite, che alla fine del 2018 stimavano un totale di 1 miliardo e 33 milioni di persone.

Nel 2016 le baraccopoli ospitavano circa il 30-50% della popolazione nel Sud del mondo. In Africa ci vive oltre il 60% degli abitanti, seguita da Asia (30%) e da America Latina e Caraibi (24%). Nella regione araba, la percentuale di alloggi al di sotto degli standard varia da paese a paese, raggiungendo il 67-94% dei residenti urbani che vivono costretti da una o più privazioni.

«Queste cifre allarmanti sono poi state eliminate dal documento originale, evidenziando alcuni miglioramenti e progressi compiuti negli ultimi anni», spiega Robina. «Ma i report spesso omettono l’aumento della popolazione e la massiccia migrazione dalle aree rurali alle grandi città. È un problema non affrontato dalle Nazioni Unite, che sostengono inspiegabilmente un futuro urbano per tutta l’umanità».

Al contrario, la visione di Hic per i diritti umani si allinea alla definizione concordata con la Seconda Conferenza sull’Habitat tenuta a Istanbul nel 1996: un «approccio regionale e intersettoriale agli insediamenti umani che pone l’accento sui collegamenti campagna-città e tratta i villaggi e le città come due estremità in un continuum di insediamenti umani e un ecosistema comune».

Puertas Robina è stato al vertice sul clima di Madrid per prendere parte a una tavola rotonda sul legame tra clima e standard abitativi. Basato sul concetto di “diritto alla città”, l’evento ha presentato soluzioni per la mitigazione e l’adattamento in termini di alloggi, approvvigionamento idrico ed energetico.

Foto: Pixabay.

Abitanti delle baraccopoli senza diritti umani di base

Alla discussione ha partecipato anche Clara-Luisa Weichelt, responsabile per lo sviluppo urbano sostenibile presso Misereor, una ong cattolica tedesca nata nel 1958 per sostenere i membri più deboli della società.

La sfida più difficile da superare è la violazione dei diritti umani legati alle abitazioni e, tra questi, il diritto a un ambiente sano. Ma, in questi contesti, anche l’uguaglianza di genere e l’equità rimangono un problema.

«Queste persone vivono vicino alle rive del fiume, sulla costa, su pendii profondi, le loro case sono in cattive condizioni perché costruite con quello che si riesce a trovare», spiega Weichelt. «Quindi si tratta di gruppi comunque vulnerabili perché i loro diritti umani fondamentali non sono rispettati. Molti governi non si preoccupano per loro perché non hanno una registrazione ufficiale».

Le persone che vivono in condizioni precarie o in aree a rischio lo fanno spesso perché sono costrette. Non ci sono case a prezzi abbordabili anche a causa della gentrificazione, oppure hanno difficoltà ad accedere alla terra. Tutto questo viene esacerbato dalla crisi climatica.

Ma vale anche il contrario. Secondo Weichelt, la crisi climatica spinge molte persone a vivere nelle baraccopoli. «Dal momento che coloro che vivono di un’agricoltura su piccola scala affrontano periodi di siccità più lunghi, le circostanze rendono difficile per loro restare in campagna. Se sono costretti a vivere nella periferia della città, il più delle volte si tratta di quelle aree a rischio meno attraenti».

Una favela di Rio de Janeiro, Brasile – Foto: Pixabay.

Il fallimento della COP25 sulla giustizia climatica

Eppure i delegati alla COP25, la Conferenza sul clima che si è tenuta a Madrid nel dicembre 2019, non sono riusciti a prendere alcuna decisione sull’articolo 6  dell’Accordo di Parigi sui mercati di carbonio e le loro conseguenze sui diritti umani e a fornire una giustizia climatica adeguata ai popoli indigeni e alle comunità vulnerabili.

«Gli Stati e le società hanno obblighi in materia di diritti umani che non sono stati implementati o addirittura discussi alla COP25. Hic chiede che una visione e una strategia dell’habitat basate sui diritti umani guidino qualsiasi agenda globale, regionale e locale, verso il riconoscimento, la difesa e la piena attuazione del diritto di tutti a vivere in un luogo sicuro, in pace e con dignità», dice Puertas Robina.

Crisi climatica: ecco chi ne paga le conseguenze

La crisi climatica si aggiunge al già elevato rischio per quelle persone che non vi hanno contribuito, ma ne hanno sofferto più di altre le conseguenze.

«Le loro condizioni di vita non sono realmente resilienti agli eventi meteorologici estremi», spiega Weichelt. «Ad esempio, quando le forti piogge arrivano con maggiore frequenza, i fiumi esondano e le case vengono allagate o comunque danneggiate. Lo stesso accade con l’innalzamento del livello del mare e i tifoni, come quelli che colpiscono le Filippine».

Questo è il motivo per cui anche Misereor ha partecipato alla COP25. «Esigiamo che i bisogni di queste persone siano considerati all’interno delle politiche climatiche e vogliamo mostrare chi sono quelli che devono essere protetti. Devono beneficiare dalle azioni e dalle decisioni politiche, non soffrirne».

Diritti umani e ambiente: vanno difesi entrambi

L’intero dibattito sui diritti umani nell’ambito dei negoziati sul clima quest’anno era molto importante per le ong, poiché le azioni per il clima devono essere allineate alle esigenze delle persone.

I progetti finanziati nell’ambito del cosiddetto Clean Development Mechanism (Meccanismo di sviluppo pulito), ad esempio, in molti casi hanno violato i diritti umani anziché proteggerli. È il caso delle dighe idroelettriche costruite in aree in cui l’intero ecosistema è stato alla fine danneggiato: questo ha portato al trasferimento di migliaia di persone in zone remote e lontane dalle risorse di cui vivevano, senza alcuna compensazione.

«Non è un modo adeguato per affrontare la crisi climatica», dice Weichelt. «È ovvio che è necessaria la protezione per queste persone e deve esserci un piano su come adattarsi ai cambiamenti climatici». Non essendo stato ancora approvato il testo, però, anche la discussione sui diritti umani è rimandata di un anno, alla prossima COP.

Alternative possibili: le richieste di Misereor e Hic

Le organizzazioni come Misereor e Hic lavorano con le comunità locali per sostenere progetti sostenibili, diversi da quelli proposti dai governi. Alcuni piantano mangrovie per fermare le alluvioni, altri si assicurano che le persone che vivono di pesca possano continuare a farlo, altre ancora costruiscono case più resistenti.

Weichelt sostiene che l’adattamento al cambiamento climatico è solo un altro motivo per costruire case resilienti: «Vogliamo contattare i decisori politici, le imprese e la società civile per renderli responsabili. Insieme possiamo sviluppare soluzioni che consentano una vita dignitosa per tutti, rispettando le risorse limitate del nostro pianeta e il diritto delle generazioni future di viverci».

Anche secondo Puertas Robina, il modo migliore per superare la crisi climatica è il sostegno alle comunità più svantaggiate e una strategia radicale per affrontare le cause strutturali del problema. «Ciò può essere fatto solo cercando un equilibrio con gli ecosistemi naturali», conclude. «Chiediamo l’effettiva partecipazione (a voce e con il voto) delle comunità locali a tutte le strategie politiche di mitigazione e adattamento per migliorare la loro efficacia e chiediamo di recuperare conoscenze, tecnologie e tradizioni locali nel processo di creazione dell’habitat».
[Emanuela Barbiroglio – Osservatorio Diritti]

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