Allarme alla vigilia del forum economico di Davos. Un mondo di disuguaglianze

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Martedì 21 gennaio 2020
Una "terra delle disuguaglianze", in cui un’élite di 2.153 Paperoni mondiali è più ricca di 4,6 miliardi di persone, e in cui «la quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, non sfiora nemmeno l’1 per cento». È l’allarme sulla disuguaglianza globale lanciato dagli esperti mondiali alla vigilia del World Economic Forum a Davos (Svizzera), la cui cinquantesima edizione prende il via oggi. (...)

Allarme alla vigilia del forum economico di Davos
Un mondo di disuguaglianze

Una "terra delle disuguaglianze", in cui un’élite di 2.153 Paperoni mondiali è più ricca di 4,6 miliardi di persone, e in cui «la quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, non sfiora nemmeno l’1 per cento». È l’allarme sulla disuguaglianza globale lanciato dagli esperti mondiali alla vigilia del World Economic Forum a Davos (Svizzera), la cui cinquantesima edizione prende il via oggi.

Una situazione che tocca anche l’Italia, dove, a metà 2019, la quota di ricchezza in possesso dell’1 per cento più ricco superava la quota del 70 per cento più povero. «Solo politiche veramente mirate a combattere le disuguaglianze potranno correggere il divario enorme che c’è fra ricchi e poveri. Tuttavia, solo pochissimi Governi sembrano avere l’intenzione di affrontare il tema», affermano gli analisti in un dettagliato rapporto.

Disuguaglianze che continuano a crescere, se della ricchezza globale creata in un anno il 58 per cento è andato all’1 per cento più ricco. Se i 2.153 miliardari della lista Forbes 2019 hanno in mano l’equivalente di ciò che ha il 60 per cento della popolazione mondiale.

Globalmente, il fenomeno è esacerbato dal cosiddetto gender gap: gli uomini, nel 2018, possedevano infatti il 50 per cento di ricchezza in più rispetto a quella delle donne. In Italia, ancora nel 2018, la quota delle donne che non avevano mai lavorato, per prendersi cura dei figli, era pari all’11,1 per cento (3,7 per cento la media europea). E pesa anche l’abbandono scolastico.

Ma non sarà solo la disuguaglianza al centro dei colloqui del vertice di Davos. Le recenti tensioni in Medio oriente, il dibattito sulla web tax, le “guerre” commerciali e l’uso delle tecnologie saranno senza dubbio argomenti di discussioni, ma il punto centrale riguarda il clima e l’ambiente.

Il cambiamento climatico, indica un rapporto del Wef (panel che riunisce capi di Governo, scienziati e organizzazioni internazionali) minaccia attività economiche per oltre la metà del Prodotto interno lordo mondiale. Secondo il documento, circa 44.000 miliardi di dollari, oltre la metà della produzione annua di valore aggiunto mondiale, «è moderatamente o altamente dipendente dalla natura e dal suo sfruttamento, e dunque esposta» a fenomeni come il riscaldamento globale o la perdita di biodiversità.

Il rapporto arriva dopo un 2019 record per le temperature oceaniche, fra gli allarmi per gli incendi negli Stati Uniti, Australia e Amazzonia. Le costruzioni (con un valore di 4.000 miliardi), l’agricoltura (2.500 miliardi), l’alimentare (1.400 miliardi) sono i tre settori economici più a rischio in virtù della loro alta dipendenza da foreste, oceani, risorse dell’ecosistema, acqua, con un valore combinato che supera le dimensioni dell’economia tedesca. L’impatto del cambiamento climatico, secondo il testo del Wef, comporta che questi settori industriali potrebbero essere «significativamente sconvolti». Complessivamente, i settori considerati «altamente dipendenti» dalle risorse naturali generano il 15 per cento del pil globale, mentre quelli moderatamente dipendenti sono al 37 per cento. «Dobbiamo resettare la relazione fra l’attività umana e la natura», osservano gli esperti.
[L'Osservatore Romano, 21 gennaio 2020, p. 1]