Padre Giulio Albanese: “La vittoria dei vinti nella Repubblica democratica del Congo”

Immagine

Martedì 21 gennaio 2020
Il settore orientale della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è un inferno di dolore. Si tratta di una delle zone più tormentate dell’Africa sub-sahariana, spesso ignorata dalla stampa internazionale. Le ragioni che rendono infuocato questo territorio sono fondamentalmente due: l’epidemia di ebola e la presenza di numerosi formazioni armate che seminano quotidianamente morte e distruzione. (...)

La vittoria dei vinti nella Repubblica democratica del Congo
Riflessione sulla disperata situazione nel settore orientale del paese africano

Beni (Nord Kivu).

Il settore orientale della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è un inferno di dolore. Si tratta di una delle zone più tormentate dell’Africa sub-sahariana, spesso ignorata dalla stampa internazionale. Le ragioni che rendono infuocato questo territorio sono fondamentalmente due: l’epidemia di ebola e la presenza di numerosi formazioni armate che seminano quotidianamente morte e distruzione.

Stando ai dati diffusi dal Comitato multisettoriale per la risposta all’epidemia di ebola (Cmre), l’autorità congolese che sta tentando di contrastare la diffusione del virus, dall’agosto del 2018 sono morte 2231 persone su 3373 casi registrati nel paese. Ma il bilancio delle vittime e dei contagiati, considerato il difficile contesto geopolitico in cui versa l’Rdc, potrebbe essere molto più elevato. Le autorità del comitato hanno precisato che sono ancora «341 i casi sospetti sotto inchiesta» nelle province del Nord Kivu e dell’Ituri, le più colpite da questo focolaio di febbre emorragica.

L’agenzia dell’Onu per l’infanzia, l’Unicef, ha fatto sapere che, su 850 bambini colpiti, 600 sono deceduti a causa della pandemia. Sebbene siano stati introdotti nuovi trattamenti terapeutici e un vaccino sperimentale risultato efficace, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) considera l’epidemia congolese una vera e propria emergenza internazionale. Come se non bastasse, credenze popolari, superstizioni, strumentalizzazioni politiche ed esasperazione sociale hanno portato sempre più persone a credere che il morbo sia una strategia di potenze occulte per sterminare la popolazione locale. Sta di fatto che il monitoraggio dell’epidemia è sempre più reso difficile dall’insicurezza causata dalla presenza di numerosi gruppi ribelli. Molte strutture preposte alla cura dei malati sono infatti oggetto di continui attacchi e i membri delle squadre di soccorso sanitario sul territorio sono spesso vittime di attacchi perpetrati con armi da fuoco o all’arma bianca.

Ma chi sono coloro che compiono simili misfatti? Si stima che nella regione siano attive circa 160 formazioni ribelli, con un totale di oltre 20.000 combattenti. Basti pensare che nel solo territorio di Beni (Nord Kivu) dall’ottobre 2013, vale a dire da prima che scoppiasse l’epidemia di ebola, sono state massacrate più di 2000 persone. Dal punto di vista formale, non vi sono state rivendicazioni, ma gli analisti ritengono che i miliziani delle Forze democratiche alleate (Adf), di origine ugandese, siano da considerarsi i principali responsabili, in alcuni casi, in collaborazione con altri gruppi armati congolesi.

Le Adf rappresentano un concentrato di malvagità inaudita e data la rigorosa disciplina interna e il deficit di comunicazione sulle loro reali ambizioni politiche, non è facile comprendere l’organigramma di questo gruppo eversivo e i suoi reali punti di appoggio. Attualmente combattono sotto il nome di Madinat Tawhid wa-l-Muwahidin (Mtm, “La città del monoteismo e dei monoteisti”) e sembrano ostentare un legame con altri movimenti jihadisti presenti all’estero. Diversi video che essi hanno girato, pubblicati sui social, mostrano la loro bandiera simile a quella del sedicente stato islamico (Is), di Al Shabaab, di Al Qaeda e di Boko Haram, sottolineando fortemente l’interpretazione ideologica e violenta della loro fede. Le Adf sono divise in due principali formazioni, una dispiegata nel sud del territorio di Beni, nella pianura del fiume verso il villaggio di Mwalika, e l’altro nel tristemente noto “triangolo della morte”, a est della strada che da Beni conduce a Eringeti. Proprio in questi giorni, il 9 gennaio scorso, è giunta la notizia che l’esercito regolare congolese, dopo dieci giorni di intensi combattimenti, ha conquistato la base di Madina, caposaldo del “triangolo della morte”.

A questo proposito, la Cepadho, una ong impegnata per la difesa dei diritti umani nel Nord Kivu, ha invitato lo stato maggiore dell’esercito governativo a prevenire possibili massacri che i ribelli potrebbero compiere come rappresaglia, vigilando sui villaggi, gli agglomerati e i distretti periferici per evitare spiacevoli sorprese da parte dei miliziani islamisti.

Per incoraggiare e sostenere spiritualmente la stremata popolazione locale, il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo metropolita di Kinshasa, si è recato lo scorso 27 dicembre nel Nord Kivu. Come riferisce l’agenzia missionaria Fides, durante la visita del porporato, purtroppo, sono stati assaliti diversi villaggi della zona. L’episodio più grave è quello avvenuto domenica 29 dicembre, quando i miliziani hanno assalito il villaggio di Apetina-Sana, uccidendo almeno 18 persone, tra cui 2 donne. In una conferenza stampa tenutasi a Kinshasa il 3 gennaio scorso, il cardinale ha denunciato «l’insicurezza e la miseria insopportabile nella parte orientale della Rdc» e il tentativo «di balcanizzazione del paese».

Da rilevare che da diverso tempo la società civile del Nord Kivu ha duramente contestato la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite presente nella Rdc (Monusco), definendola «inerte» e accusandola di non svolgere uno dei suoi compiti principali, quello di proteggere la popolazione civile. Nella città di Beni, lo scorso novembre, vi sono state proteste contro i caschi blu con blocchi stradali e sit-in dei manifestanti che hanno provocato la dura reazione della polizia con morti e feriti.

La Monusco, dal canto suo, si è difesa spiegando di non poter intervenire senza un esplicito invito da parte delle Forze armate dell’Rdc. Ma a contestare la difesa della Monusco è stata l’Associazione culturale Nande (l’etnia maggioritaria nella città di Beni) che ha inviato una missiva al segretario generale Onu in cui ricorda che, in base alla risoluzione Onu 2098 del 28 marzo 2013, le forze della Monusco possono intervenire di loro iniziativa quando è minacciata la sicurezza della popolazione civile. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha comunque deciso, lo scorso 19 dicembre, di prorogare fino al 20 dicembre 2020 il mandato della Monusco, insieme alla sua brigata di intervento. Adottando all’unanimità la risoluzione 2502 (2019), il Consiglio ha deciso che il contingente comprenderà 14.000 militari, 660 osservatori militari e ufficiali di personale, 591 agenti di polizia e 1050 membri di unità di polizia formate. Il Consiglio ha inoltre dichiarato che la protezione dei civili rimarrà una priorità strategica della Monusco. Altri compiti richiesti alla Missione includono il rafforzamento delle istituzioni statali e la cooperazione con l’inviato speciale per i Grandi Laghi per fermare il flusso transfrontaliero di combattenti armati, armi e minerali di conflitto che minacciano la pace. Bisognerà ora vedere se in questo nuovo anno la Monusco — la più costosa missione Onu di peacekeeping nel mondo — riuscirà a soddisfare le attese della popolazione congolese; anche perché l’Adf continua davvero a fare paura.

Questi jihadisti, infatti, hanno applicato la propria versione della sharìa, infliggendo crudeli punizioni per vari crimini che vanno dalla diffusione di informazioni al tradimento. In alcuni video girati dagli stessi ribelli si vedono diverse donne e minori partecipare attivamente negli attacchi, saccheggiando i villaggi e trasportando armi e munizioni. Le Adf hanno anche istituito un sistema scolastico per i bambini, attraverso il quale insegnano il Corano.

È comunque sempre più evidente che l’ex Zaire rappresenta un obiettivo sensibile per un’organizzazione jihadista come l’Adf, soprattutto a causa della debolezza del sistema-paese, dell’immensa ricchezza di commodity presenti nel sottosuolo (ad esempio: cassiterite, oro, wolframite, e soprattutto coltan) e della morfologia del territorio. Perseguire le Adf e i vari attori implicati nella orribile spirale di violenze perpetrate soprattutto nel Nord Kivu richiederà un approccio globale.

Le autorità di Kinshasa, le Nazioni Unite e gli altri partner nazionali e internazionali hanno l’obbligo morale di fornire le risorse necessarie per condurre operazioni finalizzate al ristabilimento dello stato di diritto che comprendano in particolare una chiara strategia di protezione della popolazione civile.

Per fare memoria dei caduti in questa guerra dimenticata, la diocesi di Butembo-Beni, grazie al contributo della “Fondazione mondo unito per la pace nel mondo” della Santa Sede, sta realizzando una via crucis tra il quartiere di Rwangoma alla periferia di Beni e il centro di Oichia, situato nel “Triangolo della morte”: 15 croci che scandiscono il calvario di un popolo. La vittoria dei vinti nella fede.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]