Mercoledì 29 gennaio 2020
È difficile immaginare cosa possa essere effettivamente un’invasione di cavallette in Africa. D’altronde è risaputo che quando la terra si ammala, o meglio, quando nel terreno si creano condizioni favorevoli allo sviluppo di parassiti vegetali e animali, si creano i presupposti per la moltiplicazione anche delle cavallette, come delle zanzare, di piante crittogame e tanti altri parassiti. (…)

Il flagello delle locuste in Africa
La Fao chiede drastici interventi per sostenere con urgenza
le operazioni di controllo e di protezione

È difficile immaginare cosa possa essere effettivamente un’invasione di cavallette in Africa. D’altronde è risaputo che quando la terra si ammala, o meglio, quando nel terreno si creano condizioni favorevoli allo sviluppo di parassiti vegetali e animali, si creano i presupposti per la moltiplicazione anche delle cavallette, come delle zanzare, di piante crittogame e tanti altri parassiti.

Dette anche “locuste” dal latino locus ustus (“luogo bruciato”) — perché dove passano sembra sia divampato il fuoco — costituiscono una vera e propria calamità naturale.

Per chi ha avuto modo di vedere con i propri occhi una legione di locuste all’opera, l’esperienza è a dir poco impressionante: una nuvola di chilometri e chilometri quadrati capace di spazzare via intere coltivazioni. A farne le spese, com’è noto, sono le popolazioni locali.

È il caso degli sciami che stanno infestando l’Etiopia, il Kenya e la Somalia; una minaccia per la sicurezza alimentare dell’intera sottoregione segnalata con grande preoccupazione dal direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), Qu Dongyu. Gli sciami di cavallette, senza precedenti per le loro dimensioni e il loro potenziale distruttivo, potrebbero incrementare in modo esponenziale se non verranno adottate strategie in grado di contrastarle.

Da rilevare che la velocità di diffusione del parassita e le dimensioni delle infestazioni sono talmente oltre la norma che hanno portato al limite le capacità di controllo e contrasto da parte delle autorità locali.

Basti pensare che, mentre scriviamo, le voraci locuste stanno attraversando l’altopiano di Bale, uno dei granai dell’Etiopia, tradizionalmente noto per l’abbondanza di grano e orzo, per dirigersi verso meridione.

Al momento il Sud Sudan e l’Uganda non sono ancora interessati dal devastante fenomeno, pur essendo comunque a rischio.

Le infestazioni di locuste non sono una novità: si sono verificate dalla notte dei tempi con ritmi di 3-4 per secolo. Ad esempio, Tito Livio (Libro XLII) racconta che nel 581 dalla fondazione di Roma (173 a.C.) le cavallette invasero la Puglia.

Nel capitolo X del libro dell’Esodo si trova la descrizione di un’invasione di cavallette nell’antico Egitto. In tempi relativamente più recenti, nel 590 d.C., stando al racconto di Paolo Diacono, monaco e scrittore dell’VIII secolo, nella sua Storia dei Longobardi, «si verificò una grande siccità cui seguì una grave carestia. Sul Trentino inoltre si abbatté una vera e propria invasione di cavallette che distrussero voracemente prati e frutteti, ma stranamente toccarono appena i campi di messi. E lo stesso successe l’anno successivo».

Lo studioso Leone Becci racconta, invece, che nel maggio del 1592 si ebbe un’invasione di cavallette nelle campagne limitrofe a Talamone e che «le terribili locuste distrussero tutta la vegetazione, lasciando i poveri talamonesi in una disperazione penosa».

Comunque, al di là di questi resoconti storici, è stato ampiamente dimostrato che sin dagli albori dell’agricoltura, oltre 10 mila anni fa, l’umanità ha dovuto sempre fare i conti con un nemico impavido e pieno di risorse, la Schistocerca gregaria, più comunemente nota come “locusta del deserto”. Specie solitaria in situazioni normali, ogni tanto questi insetti nativi dei deserti, si aggregano in sciami terribilmente voraci e di grandi dimensioni, che lasciano fame e povertà al loro passaggio.

Da sempre gli agricoltori hanno tentato di scoprire da dove venissero e in quali condizioni sopravvivessero. Soltanto verso la metà del XX secolo si è compreso che l’insetto marrone chiaro, solitario, che vive nel deserto, era la stessa specie delle locuste rosse o gialle delle infestazioni. È ormai certo, comunque, che gli odierni cambiamenti climatici che stanno interessando l’Africa orientale abbiano determinato un clima che favorisce la rapida riproduzione delle cavallette.

Nel secolo scorso, il grande entomologo francese Remy Chauvin, in una delle sue tante pubblicazioni dal titolo Il mondo dell’insetto, già rilevava che le cavallette «sotto l’azione di condizioni climatiche non ben conosciute si moltiplicano in misura tale da formare delle nubi».

Sta di fatto che la situazione oggi nel Corno d’Africa è tale per cui se non verranno adottate misure adeguate, entro il mese di giugno il numero degli insetti divoratori potrebbe aumentare di 500 volte.

Gli sciami contengono un numero indicibili di locuste — centinaia di milioni — in grado di percorrere quotidianamente 150 chilometri, nel loro irrefrenabile impulso a mangiare e a riprodursi. In un giorno una cavalletta divora una quantità di cibo pari al proprio peso, circa due grammi. Uno sciame di un chilometro quadrato di estensione contiene circa 40 milioni di insetti, e può consumare in un giorno la stessa quantità di cibo di circa 35 mila persone.

È bene rammentare che tra il 2003 e il 2005, in Africa occidentale, interi raccolti di cereali furono spazzati via dalle locuste, così come il 90 per cento della produzione di legumi e dei pascoli. Servirono allora quasi 600 milioni di dollari e 13 milioni di litri di pesticida per riportare la situazione sotto controllo.

Ma oggi la situazione è ancora più allarmante. In Etiopia e Somalia — dicono gli esperti che attualmente stanno monitorando il fenomeno — non si sono visti sciami di cavallette di tali dimensioni da almeno 25 anni, mentre, stando sempre a quanto riferiscono gli studiosi, sono trascorsi 70 anni da quando in Kenya si manifestò un simile fenomeno.

Nel passato contadini e Governi hanno tentato in molti modi di respingere gli sciami che si estendono per centinaia di chilometri, ma la battaglia era sempre persa in partenza, se non altro per pura superiorità numerica. Soltanto quando cominciarono ad essere disponibili i pesticidi chimici e i trattamenti di nebulizzazione aerea, alcuni decenni fa, si è cominciato a tenere sotto controllo questi insetti.

Ma l’impiego di antiparassitari su larga scala solleva anche serie preoccupazioni per la salute umana e per quella dell’ambiente. Ma oggi i progressi nella ricerca sui sistemi di controllo biologico, insieme a maggiore informazione e vigilanza, potrebbero fare la differenza e ridurre in modo notevole il ricorso ai tradizionali pesticidi chimici.

Molti studiosi sono al lavoro per individuare e ostacolare i meccanismi con cui le cavallette si uniscono in sciami, per prevederne le migrazioni e trovare sostanze naturali sostitutive dei pesticidi per debellarle. Peraltro, in molti paesi africani e asiatici le locuste costituiscono anche una risorsa da sempre: cibo abbondante e proteico, ricco di fibre, colesterolo buono, vitamine e minerali… Anche se poi è difficile pensare che la soluzione al flagello sia proprio da ricercare nel piatto, considerando le proporzioni del fenomeno.

Presso la Fao è attivo il Servizio prevenzione locuste che riceve e analizza i dati dai paesi invasi dalle locuste per valutarne l’attuale situazione, fornire previsioni e, se necessario, emettere avvisi e segnalazioni per aggiornare la comunità globale sugli sviluppi e sulle minacce.

Ed è proprio la Fao oggi a lanciare l’allarme rosso, affermando la necessità di una massiccia campagna di contrasto per evitare il peggio. Anche perché in Egitto, Eritrea, Arabia Saudita, Sudan e Yemen si sta verificando una notevole riproduzione delle locuste che potrebbe causare la diffusione di ulteriori sciami nei prossimi mesi.

Una cosa è certa: occorre trovare settanta milioni di dollari, ha dichiarato il direttore generale della Fao, per sostenere con urgenza sia le operazioni di controllo che quelle di protezione dei mezzi di sussistenza nei tre paesi più colpiti del Corno d’Africa. Una solidarietà che non può essere disattesa dal consesso delle nazioni, rispondente pienamente ai dettami del Vangelo e in linea con il magistero sociale di Papa Francesco in riferimento alla Casa comune.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]