Mercoledì 5 febbraio 2020
“Una componente significativa dell’areopago missionario in Africa sta offrendo un contributo decisivo che non andrebbe sottovalutato. Esso affonda le radici nell’ultimo scampolo dello scorso secolo quando, sulla scia del primo Sinodo per l’Africa, dell’aprile 1994, padre Francesco Pierli, ex superiore generale dei Missionari comboniani, fondò a Nairobi, nell’ambito del Tangaza University College, l’Institute of Social Ministry in Mission (Ismm).”

La trasformazione sociale è un dovere per i missionari
La via del riscatto
per l’Africa

L’Africa è un continente profondamente segnato dai paradossi della globalizzazione. Le contraddizioni sono tali per cui s’impone, mai come oggi, l’esigenza d’imprimere una svolta capace d’innescare dei processi di cambiamento, di tracciare dei percorsi in grado di favorire l’agognato sviluppo. Come mai, ad esempio, un continente eccezionalmente ricco di materie prime e capitale umano non riesce a sfruttare adeguatamente le proprie risorse? Perché l’esclusione sociale è tale da essere sistemica in tutte le sue manifestazioni? A questo proposito, sia nell’Evangelii gaudium come anche nella Laudato si’, Papa Francesco ha rilevato che alla radice dell’insostenibilità socio-economica ed ambientale c’è sempre un modello di sviluppo scorretto, fondato su assunti economici fallaci. Si tratta di un’osservazione pertinente che esige una decisa assunzione di responsabilità da parte del consesso delle nazioni a livello planetario perché, alla prova dei fatti, le attuali dinamiche in atto mirano sempre e comunque alla massimizzazione dei profitti, provocando una costante sperequazione tra le classi sociali.

A questo proposito, una componente significativa dell’areopago missionario in Africa sta offrendo un contributo decisivo che non andrebbe sottovalutato. Esso affonda le radici nell’ultimo scampolo dello scorso secolo quando, sulla scia del primo Sinodo per l’Africa, dell’aprile 1994, padre Francesco Pierli, ex superiore generale dei Missionari comboniani, fondò a Nairobi, nell’ambito del Tangaza University College, l’Institute of Social Ministry in Mission (Ismm). L’intento dichiarato era quello di rispondere all’appello dell’episcopato africano per una fattiva trasformazione sociale in Africa, rispondente alle istanze dei cosiddetti valori del Regno: la pace, la giustizia, la solidarietà, il bene comune, l’integrità del Creato. L’aspetto carismatico di questa iniziativa non è marginale: infatti, esso aveva come incipit il «Piano per la rigenerazione dell’Africa con l’Africa» di san Daniele Comboni, attualizzandone e sviluppandone le intuizioni e lo stile. La presenza di un comboniano alla guida dell’Istituto e la collaborazione delle Suore Missionarie comboniane negli anni hanno infuso nell’Ismm una cultura missionaria secondo i dettami del concilio Vaticano II che, per sua caratteristica, è inclusiva: individua, invita, accoglie, valorizza e armonizza nell’insieme contributi e prospettive diverse.

In 25 anni di attività, questo Istituto universitario si è sviluppato notevolmente tanto dal punto di vista accademico, quanto da quello dell’impatto sul territorio e sulle istituzioni pubbliche. Fratel Alberto Parise — confratello di padre Pierli ed uno dei più stretti collaboratori nella crescita dell’Ismm — non ha dubbi nel riconoscere l’approccio olistico dell’Istituto al cui interno si è consolidato «un articolato portfolio di programmi accademici: dai baccalaureati ai dottorati di ricerca, nei campi della trasformazione sociale, dello sviluppo umano integrale, dell’imprenditoria sociale, della governance, e del ministero sociale. Programmi che si distinguono non solo per i contenuti, ma anche per l’approccio didattico, incentrato sull’integrazione tra teoria e pratica, e un’interdisciplinarietà che contempla anche il rapporto tra scienza, professionalità, fede e spiritualità nei processi di trasformazione sociale».

Di fronte alle grandi sfide epocali che deve affrontare, l’Ismm ha svolto in questi anni non solo ricerca scientifica su vari temi, ma ha collaborato anche con alcune università e istituzioni accademiche del Kenya ed europee, partecipando attivamente a processi di trasformazione sociale attraverso partenariati con comunità svantaggiate (nelle baraccopoli urbane di Nairobi e nelle zone aride del nord del Kenya), con istituzioni pubbliche (Administration Police, Contee, Export Processing Zones Authority), e organizzazioni della società civile e della comunità politica (Catholic MPs Spiritual Support Initiative).

L’Istituto si distingue anche per la capacità di innovazione socio-culturale: ad esempio, nel campo economico, in collaborazione con l’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha dato vita a un Mba sull’impresa sociale in Africa, una novità assoluta nel continente, un modello già adottato in 12 paesi africani e presto da altri 15.

Negli ambiti della governance e della cittadinanza attiva, ha consentito ai giovani delle baraccopoli di Nairobi l’accesso all’Università aprendo addirittura un campus ad Huruma, tra gli insediamenti informali della capitale keniana. La particolarità di questo programma è che gli studenti, con la supervisione di tutor, si attivano in programmi di coscientizzazione e organizzazione di comunità già durante il periodo di studi, mobilitando gruppi di vicinato a partecipare nei processi decisionali e nella trasformazione sociale del loro quartiere e della loro città. Il programma sviluppa così nuove conoscenze e promuove azioni comunitarie con rigore scientifico, a partire dagli effettivi bisogni e dagli interessi della gente che vive nelle baraccopoli, consentendo loro d’essere protagonisti nei processi di policy making.

In occasione del 25° anniversario dell’Ismm, lo scorso ottobre 31 ottobre, recependo ancora maggiormente le istanze del magistero sociale di Papa Francesco, l’Istituto universitario ha cambiato ufficialmente nome e acronimo. Da ora in poi si chiama Institute for Social Transformation (Ist). Attualmente vi studiano 380 studenti. In un quarto di secolo di attività i laureati sono stati complessivamente oltre 1.500, di cui quasi un centinaio con Mba in Social Transformation e circa 250 con un Mba in Global & Business Sustainability. Si è appena laureato il primo PhD in Social Transformation, altri 8 il prossimo ottobre. Nell’ambito ristretto della società civile, l’Ist è conosciuto a tutti gli effetti come accademia del Terzo Settore.

«I nostri studenti — spiega padre Pierli — appartengono a congregazioni missionarie e religiose, ma vi sono anche molti laici. Frequentano i corsi perché hanno capito che la missione della Chiesa deve uscire dagli ambiti tradizionali per espandersi nel mondo del lavoro, della politica e del sociale. Si studiano ad esempio forme di governance solidale e nuove strategie di sviluppo sostenibile. Gli allievi, al termine degli studi hanno le carte in regola sia per entrare a pieno titolo in organizzazioni umanitarie, di sviluppo o impegnate nella difesa dei diritti umani. I laici, in particolare finiscono nella pubblica amministrazione con la voglia d’infondere i semi del Vangelo nella gestione della “Res Publica”. Ecco perché abbiamo il pieno appoggio e sostegno della Conferenza episcopale del Kenya, dei religiosi/e e dei missionari/e come Missionari d’Africa (Padri Bianchi), Consolata, Camilliani, Cappuccini, Comboniani, Comboniane, Missionarie francescane di Maria, Spiritani, Passionisti, Salesiani, Verbiti, Domenicani…».

D’altronde, come rileva lo stesso padre Pierli, le società africane sono attraversate da fermenti innovativi di vario genere — quali ad esempio una progressiva rivoluzione industriale o il consolidarsi del confronto politico — a cui però si associano ingiustizie e sopraffazioni che acuiscono il divario tra il potere economico e gli interessi della gente, soprattutto quelli dei ceti meno abbienti. È evidente che i risultati conseguiti dall’Istituto impongono l’assunzione di nuovi modelli di missione che — in riferimento a temi sociali, economici e ambientali — siano espressione di quell’ecologia integrale che sta tanto a cuore a Papa Francesco e che trova la sua ricapitolazione della cura della “Casa comune”. La via del riscatto per l’Africa.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]