Giovedì 6 febbraio 2020
Oggi Giornata internazionale della tolleranza zero contro una pratica aberrante bandita dalle Nazioni Unite, che ancora oggi miete vittime in una trentina di Paesi in Africa, Asia ma anche nei Paesi occidentali d’immigrazione. Non esiste nessun precetto religioso che le contempli, nessun motivo sanitario che le consigli, eppure ogni anno nel mondo si stima che, ancora, circa 4 milioni di bambine sotto i 15 anni siano vittime delle mutilazioni genitali.  I dati dicono che nel mondo il numero di donne che convivono con una mutilazione genitale raggiunga i 125 milioni.

Una piaga da estirpare
Milioni di bambine sono vittime delle mutilazioni genitali

Non esiste nessun precetto religioso che le contempli, nessun motivo sanitario che le consigli, eppure ogni anno nel mondo si stima che, ancora, circa 4 milioni di bambine sotto i 15 anni siano vittime delle mutilazioni genitali. Una pratica «da condannare senza mezzi termini» dice l’Onu che il 6 febbraio ha dedicato al contrasto a questo fenomeno, vasto e complesso, una giornata mondiale di tolleranza zero. I dati dicono che nel mondo il numero di donne che convivono con una mutilazione genitale raggiunga i 125 milioni.

Gran parte delle ragazze e delle donne che subiscono queste pratiche si trovano in 29 paesi africani, mentre una quota decisamente minore vive in paesi a predominanza islamica dell’Asia. Ma a causa delle migrazioni nessuna nazione sembra esserne indenne. Bambine, ragazze e donne che subiscono questi brutali interventi devono fare i conti con rischi gravi e irreversibili per la propria salute, oltre a pesanti conseguenze psicologiche. Si tratta, secondo l’Unicef, di una palese violazione dei diritti della donna. Di qualsiasi tipo esse siano, dalle meno invasive alle più cruente, le mutilazioni genitali femminili sono discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale. Le ragazze che le subiscono sono private anche della capacità di decidere sulla propria salute riproduttiva. Le mutilazioni genitali femminili rappresentano, dunque, a tutti gli effetti una disuguaglianza di genere, in quanto tendono a essere più presenti in quei contesti in cui la posizione della donna nella società rimane confinata al proprio ruolo di moglie e madre, e dove le donne hanno minor accesso a livelli di istruzione elevati e a posizioni lavorative autonome rispetto agli uomini.

Oltre che umilianti, le mutilazioni genitali sono estremamente dolorose. Le bambine che vi sono sottoposte, secondo quanto sottolinea l’Unicef, possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico (le perdite ematiche sono cospicue) a quello neurogenico (provocato dal dolore e dal trauma), all’infezione generalizzata (sepsi). Per tutte, comunque, l’evento è un grave trauma. Molte bambine sottoposte a queste pratiche entrano, infatti, in uno stato di shock a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue. Nel lungo periodo poi le conseguenze di queste mutilazioni portano la formazione di ascessi, calcoli e cisti, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da Hiv/Aids, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.

In alcuni Stati del Corno d’Africa (Gibuti, Somalia, Eritrea) ma anche in Egitto e Guinea l’incidenza del fenomeno rimane altissima, toccando il 90 per cento della popolazione femminile. In molti altri, invece, le mutilazioni riguardano una minoranza, fino ad arrivare a quote dell’1-4 per cento in paesi come Ghana, Togo, Zambia, Uganda, Camerun e Niger. Si registrano casi di mutilazioni anche in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti, soprattutto fra gli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia sud-occidentale: si tratta di episodi che avvengono nella più totale illegalità, interventi praticati principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44 per cento dei casi in Eritrea e nel 29 per cento dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni nello Yemen. A eseguire le mutilazioni sono essenzialmente donne: levatrici tradizionali o vere e proprie ostetriche.

Le ragioni di queste pratiche sono molteplici. A volte è un rito di passaggio verso la femminilità, altrove, un tentativo di reprimere la sessualità femminile. Molte comunità credono che queste pratiche contribuiscano ad allevare bene le ragazze, assicurando loro un buon matrimonio in futuro, e preservare l’onore della famiglia. Alcuni le associano anche alle credenze religiose, anche se nessun testo sacro sostiene tali pratiche. Il fatto poi che tali mutilazioni siano effettuate prevalentemente tra la popolazione islamica, ha fatto erroneamente supporre un riconoscimento della pratica nel Corano. Gli stessi leader religiosi islamici hanno più volte mostrato la loro ferma opposizione alla pratica. Eppure il carattere convenzionale di tali pratiche spinge spesso le stesse donne che le hanno subite a essere comunque a favore della loro continuazione, in modo da evitare la perdita del loro status sociale, e a vivere l’intervento con un senso di orgoglio e di adesione. Molto spesso vengono quindi effettuate come un rito di iniziazione e di passaggio verso la maturità femminile, spesso sono accompagnate da una cerimonia nella quale la gioia dei festeggiamenti precede la brutalità dell’intervento. Nel 2012, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 6 febbraio come Giornata internazionale della tolleranza zero alla mutilazione genitale femminile (Mgf) per intensificare l’azione globale per eliminare il fenomeno.

La fine delle mutilazioni genitali femminili nel mondo è uno degli obiettivi, quello sull’uguaglianza di genere, dell’Agenda 2030 ma per raggiungerlo, sostiene l’Onu, c’è bisogno del sostegno di tutti, soprattutto dei giovani. Per questo la giornata internazionale 2020 si concentra sulla mobilitazione dei giovani intorno all’eliminazione di queste pratiche dannose. «Anche se si tratta di una pratica millenaria — sottolineano ancora le Nazioni Unite — c’è ragione di credere che possiamo porre fine alle mutilazioni genitali femminili in una sola generazione».
[Annalisa Antonucci – L’Osservatore Romano]

Stop alle mutilazioni genitali femminili,
praticate in 30 Paesi, casi anche in Europa

Oggi Giornata internazionale della tolleranza zero contro una pratica aberrante bandita dalle Nazioni Unite, che ancora oggi miete vittime in una trentina di Paesi in Africa, Asia ma anche nei Paesi occidentali d’immigrazione.

Mutilare gli organi riproduttivi di una donna è un grave crimine contro la persona, sanzionato dalle Nazioni Unite, quale pratica aberrante, fortemente lesiva dei diritti umani. Le mutilazioni genitali femminili (Mgf) violano infatti i diritti delle donne alla salute, alla sicurezza, all’integrità fisica, a non subire torture e trattamenti crudeli, inumani o degradanti nonché il diritto alla vita, quando tale pratica può provocare perfino la morte della vittima. Principali vittime sono bambine tra i 4 e i 14 anni, ma in alcuni casi gli interventi avvengono sotto l’anno di età.

Una pratica disumana ai danni di donne, ragazze bambine

Da qui il fermo invito, reiterato dall’Onu, rivolto alla comunità internazionale perché si attivi con maggiore energia ed efficacia per impedire ogni pratica che comporti l’asportazione totale o parziale o altre ferite ai genitali esterni femminili per ragioni non mediche. Le cause di questa pratica disumana, perpetrata da oltre mille anni in numerosi Paesi del mondo, sono infatti varie, derivanti da tradizioni culturali e superstizioni popolari collegate alla fertilità, ad errate credenze sanitarie o riferite impropriamente anche a convinzioni religiose, sovente collegate a rituali di iniziazione delle bambine e delle ragazze all’età adulta o ritenute un requisito essenziale per il matrimonio o usate per soggiogare e ridurre la sessualità, spesso come strumento di controllo di donne adulte, sottoposte  a ripetute infibulazioni, ogni qual volta i mariti si allontanano da casa per qualche ragione.

Credenze lesive della dignità e libertà della persona

Si tratta dunque di scardinare credenze lesive della dignità sessuale delle donne e repressive della loro libertà, che hanno conseguenze fisiche a breve – forti dolori, shock, emorragie, infezioni, difficoltà urinarie – ma anche conseguenze a lungo termine, talvolta irreversibili per la salute sessuale e riproduttiva, oltre a risvolti psichici, che possono permanere tutta la vita.

125 milioni le vittime nel mondo, mezzo milione in Europa

Ad oggi, secondo stime dell’Onu, sarebbero almeno 125 milioni le donne in vita che hanno subito interventi sui genitali, ancora oggi ampiamente praticati in una trentina di Paesi dell’Africa. In alcuni Stati del Corno d’Africa, Gibuti, Somalia ed Eritrea oltre che in Egitto e Guinea, l’incidenza del fenomeno rimane altissima, toccando il 90 per cento della popolazione femminile. Le mutilazioni genitali sono comuni anche in India, Indonesia, Iraq, Pakistan, Yemen oltre che in alcuni gruppi indigeni dell’America latina, oltre che persistere tra le popolazioni immigrate in Nord America, Australia, Nuova Zelanda e in Europa, dove secondo uno studio dell’Europarlamento sarebbero circa mezzo milione le donne sfregiate negli organi riproduttivi e gli interventi avverrebbero nascostamente ancora oggi.

Puntare ai giovani per eliminare le Mgf entro il 2030

Da qui la scelta del tema per la Giornata 2020, “Scatenare il potere della gioventù”, per eliminare questa piaga nel mondo intero, nei tempi fissati dall’Onu nell’Agenda dello sviluppo sostenibile entro il 2030. Un obiettivo davvero ambizioso che in ogni caso deve servire ad accelerare tutte le possibili azioni di contrasto alle mutilazioni genitali femminili, coordinando le forze in campo, che possono mettere governi, comunità civili, istituzioni pubbliche e private, soggetti espressione della politica, della cultura, delle religioni.

Leggi, fondi, campagne e progetti mirati

Per questo servono leggi ad hoc, campagne di sensibilizzazione e programmi mirati, specie verso i giovani nelle scuole e negli altri luoghi educativi e formativi e finanziamenti adeguati, oltre che personale specializzato in ambito socio-sanitario. Rapporti recenti prevenienti da Burkina Faso, Egitto e Kenya mostrano che le mutilazioni genitali femminili stanno diminuendo tra le bambine grazie ad una maggiore informazione sulle conseguenze dannose. Altro traguardo raggiunto è stato il varo in 13 Paesi che ne erano sprovvisti di quadri giuridici per il divieto delle Mgf e di programmi per affrontarle.

Appello per fermare un dramma annunciato

Molto resta però ancora da fare per impedire che altre 30 milioni bambine sotto i 15 anni e 15 milioni di ragazze tra i 15 e 19 anni subiscano queste orrende mutilazioni nei prossimi 10 anni se non vi sarà un’azione accelerata per debellare questo tipo di violenze verso il genere femminile. E’ questo l’appello lanciato dalle agenzie specializzate dell’Onu – Unicef, Unpa, Un Women, Oms – perché si fermi questo dramma annunciato.
[Roberta Gisotti – Vaticannews]