Mercoledì 12 febbraio 2020
Il testo che pubblichiamo riporta quasi per intero le conclusioni svolte dal sottosegretario del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita al termine dei lavori del congresso internazionale di pastorale degli anziani «La ricchezza degli anni» organizzato all’Augustinianum di Roma dal 29 al 31 gennaio. Nella foto: Missionari Comboniani a Castel D'Azzano. [L’Osservatore Romano]

Pastorale della Chiesa e vecchiaia
L’anziano come maestro di senso

Fratel Antonio Marchi, missionario comboniano a Limone sul Garda.

Persino nei più ampi consessi internazionali si è ormai messa nell’Agenda dei prossimi anni l’urgenza di una decisa tutela delle persone anziane nell’ottica dell’inclusione, tutelandole dalla cultura dell’“ageismo” — che vede come un disvalore il passare degli anni — e da ogni forma di discriminazione. Correggere la rappresentazione negativa e svilente della vecchiaia che oggi domina molte società deve essere un impegno culturale ed educativo che coinvolge tutte le generazioni.

La vita è un dono, sempre, e finché continueremo a non dare valore alla vecchiaia non sapremo dare valore nemmeno alla vita nascente e ai bambini, ai malati e a chiunque manifesti una modalità di essere diversa da quell’ideale fittizio di perfezione edonistica e narcisistica di cui sono imbevuti la post-modernità e il mercato. È ora di agire, affinché coloro che avanzano negli anni possano invecchiare con dignità, senza temere di essere ridotti a non contare più nulla. Per questo dobbiamo modificare l’attivismo di alcuni contesti ecclesiali in un atteggiamento di maggiore ascolto, cura e discernimento dei bisogni di chi va più lento per l’affievolirsi delle forze, ma può essere parte viva e attiva della società.

Siamo Chiesa e come tali ci dobbiamo sentire interpellati a intervenire e a inventare con creatività la pastorale delle persone anziane. Abbiamo bisogno di una pastorale attenta alla diversità dei bisogni e mirata alla valorizzazione delle capacità e possibilità di ciascuno. Ciò richiede due atteggiamenti interiori: una forte volontà di conversione del cuore per cogliere il significato profondo del valore della persona anziana e l’attitudine al dono tra le generazioni.

C’è un comandamento molto bello nelle tavole della Legge, bello perché corrispondente al vero, capace di generare una riflessione profonda sul senso della nostra vita: «Onora tuo padre e tua madre». Onore in ebraico significa «peso», valore; onorare vuol dire riconoscere il valore di una presenza: quella di coloro che ci hanno generato alla vita e alla fede. E che non sono solo i nostri genitori, ma i nonni e coloro che ci hanno preceduto nelle generazioni. «È il comandamento che contiene un esito» — ci spiega Papa Francesco — poiché onorando chi ci ha preceduto possano prolungarsi i nostri giorni e siamo felici (Dt 5, 16). La realizzazione di una vita piena e di società più giuste per le nuove generazioni dipende dal riconoscimento della presenza e della ricchezza che costituiscono per noi i nonni e gli anziani, in ogni contesto e luogo geografico del mondo. E tale riconoscimento ha il suo corollario nel rispetto, che è tale se si esprime nell’accoglienza, nell’assistenza e nella valorizzazione delle loro qualità. La vecchiaia si manifesta come un “tempo favorevole”, ove tutto converge, perché possiamo cogliere il senso della vita e raggiungere la “sapienza del cuore”. Ma è necessario creare le condizioni perché tutti noi da anziani possiamo maturare quella sapienza, ossia la «forza tranquilla con cui si mette ordine a ciò che accade nella vita, si conserva il passato e si porta avanti il futuro», una sorta di risolutezza che rende la vita densa, seria e preziosa.

È la bellezza profonda di questo insegnamento che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni, con una pastorale nuova e intergenerazionale, che sappia mettere in dialogo i ragazzi, fin dal catechismo, con gli anziani del loro quartiere, nella parrocchia, per le strade e nelle case. Dobbiamo creare le condizioni concrete perché ci sia davvero uno scambio di doni tra le generazioni. Ciò ci aiuta a preparare i nostri figli a una vita densa, fatta di servizio e di dialogo, affinché un giorno sappiano accettare l’avanzare degli anni, l’affievolirsi delle forze e abbiano essi stessi una vecchiaia bella.

In concreto, considerando l’eterogeneità della situazione degli anziani nelle centinaia di diocesi sparse per tutto il mondo, così come nei differenti contesti culturali e sociali, possiamo concludere insieme tenendo a mente alcuni punti da mettere in agenda.

1. Considerare il grande popolo degli anziani come parte del popolo di Dio e non solo come oggetto di un’attenzione caritatevole. Essi sono una parte considerevole del laicato cattolico e hanno esigenze particolari di cui dobbiamo tenere conto. Per questo è necessario che le diocesi creino degli uffici dedicati alla pastorale degli anziani.

2. Una pastorale in uscita. La pastorale degli anziani, come ogni pastorale, va inserita nella nuova stagione missionaria inaugurata da Papa Francesco con Evangelii gaudium. Ciò significa: annunciare la presenza di Cristo alle persone anziane. L’evangelizzazione deve mirare alla crescita spirituale di ogni età, poiché la chiamata alla santità è per tutti, anche per i nonni. Non tutte le persone anziane hanno già incontrato Cristo e anche se l’incontro c’è stato, è indispensabile aiutarli a riscoprire il significato del proprio Battesimo in una fase speciale della vita e in una triplice direzione: a) per ritrovare lo stupore dinanzi al mistero dell’amore di Dio e all’eternità; b) per superare la concezione, molto diffusa, di un Dio giudice che punisce, e scoprire invece la relazione con il Dio dell’amore misericordioso; c) per chiedere agli anziani che fanno parte delle nostre comunità di essere attori della nuova evangelizzazione per trasmettere essi stessi il Vangelo. Essi sono chiamati a essere missionari. Dove? Tra gli anziani, i malati, i poveri, con i bambini, nelle famiglie, e come sposi con testimonianze di vita.

3. Non impostare la pastorale degli anziani come un settore isolato, ma secondo un approccio pastorale trasversale. È necessario che in ogni ambito del nostro impegno ecclesiale li teniamo presenti: la pastorale giovanile, familiare, laicale. In questo senso il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita terrà presenti gli anziani nell’ambito dell’incontro mondiale delle famiglie e della Gmg.

4. Valorizzare i doni e i carismi delle persone anziane, nell’attività caritativa, nell’apostolato, nella liturgia, per esempio coinvolgendoli di più nel diaconato permanente, nei ministeri del lettorato e dell’accolitato. Ma anche nei servizi liturgici, nel lavoro di segreteria per la parrocchia, e come ministri dell’Eucaristia.

5. Sostenere le famiglie e farsi presenti con loro quando hanno la necessità di accudire nonni anziani. Le famiglie devono essere “casa” per i nonni. Bisogna favorire il permanere dell’anziano nella propria casa con forme di assistenza domiciliare integrata e la formazione di operatori e volontari all’altezza delle necessità. E sostenere l’associazionismo familiare: le famiglie da sole non ce la possono fare. È necessario favorire reti tra famiglie perché si sentano di poter condividere fatiche e responsabilità con altre famiglie. Per gli anziani, il radicamento nella propria famiglia è un fattore essenziale al loro benessere, negli studi internazionali è secondo solo al valore salute. E bisogna proteggerli con determinazione e coraggio da ogni forma di abuso e violenza, psicologica, fisica e morale, nelle famiglie come nelle istituzioni, facendo riferimento alle varie istanze, civili ma anche ecclesiastiche, in cui si possano denunciare gli abusi senza timore. Allo stesso modo, dobbiamo promuovere nelle famiglie un atteggiamento di stima nei confronti dei nonni, che possono avere un ruolo educativo essenziale nella trasmissione della fede, nella memoria delle radici, nella testimonianza della preghiera. Nel mondo iperconnesso, che cambia a una velocità tecnologica a volte disumanizzante, gli anziani restano spesso esclusi. Ci sono anziani che imparano a usare la rete e i suoi strumenti digitali, ma anche molti anziani che non hanno più le capacità cognitive per farlo e restano esclusi. Non hanno accesso alle dinamiche virtuali che ingabbiano i loro figli e nipoti e divengono silenziosi osservatori di un mondo che tende ad annullare e travolgere radici, memoria, tradizioni, valori umani e cristiani. Il loro ruolo è indispensabile per ricordarci da dove veniamo, poiché «l’uomo è un essere narrante», che ha bisogno di «rivestirsi di storie per custodire la propria vita».

6. Arginare la cultura dello scarto. Pensiamo a quanti anziani chiedono di essere ricoverati in istituto per non essere di peso. In futuro il senso della propria inutilità potrebbe avere esiti ancora più preoccupanti. E in alcuni Paesi già si propone l’eutanasia — esplicitamente condannata dalla Chiesa — per le persone anziane sole, stanche di vivere. Perciò, laddove delle persone si stiano domandando se la propria vita sia ancora utile o interessi a qualcuno, ebbene, lì c’è un vuoto che la pastorale della Chiesa deve riempire, c’è un bisogno di un uomo che grida, che cerca una mano in aiuto. Cerchiamo questi vuoti, tendiamo le nostre mani con coraggio e amore. Come fa Dio Padre con ciascuno di noi, quando manifestiamo la nostra debolezza e gli chiediamo aiuto.

7. Curare la spiritualità degli anziani, perché la religiosità degli anziani, accanto alla pietà e alla pratica devozionale, sia immersa in una autentica relazione spirituale profonda con Dio. L’uomo che invecchia non si avvicina alla fine; piuttosto ha bisogno di avvicinarsi a Dio e al mistero dell’eternità: 1) con l’apostolato della preghiera, che tutti gli anziani, anche i più malati, possono compiere. Ogni anziano malato, con la preghiera, può abbracciare il mondo e lo può cambiare con la sua forza! Anche quando è debole, infatti, ogni persona può farsi strumento della storia della salvezza. 2) Con la cura dei sacramenti: Riconciliazione, Eucaristia e Unzione degli infermi, spiegando meglio questo incredibile dono dello Spirito Santo, che troppe persone nel mondo confondono con un sacramento che annuncia la morte, quando invece è la forza per affrontare con serenità e fiducia qualunque difficoltà dell’anima e del corpo. 3) Con il dialogo spirituale: con l’avanzare degli anni la persona continua a vivere il succedersi di fasi diverse nella vita spirituale ed è necessario che ci prendiamo cura delle domande, del bisogno di intimità con Cristo e di condivisione della fede, che esiste anche nelle età più avanzate della vita. Non servono strategie, ma relazioni umane da cui possano scaturire reti di collaborazione e solidarietà tra diocesi, parrocchie, comunità laicali, associazioni e famiglie. Servono reti solide con radici forti, non iniziative frammentate e fragili, anche se è dai semi più piccoli — come il granellino di senapa — che a volte nascono i progetti più grandi.

Ricordiamoci, come diceva Romano Guardini, che la vecchiaia è l’epoca della saggezza, che spesso è il frutto dell’esperienza: «Ciò che si viene a creare quando l’assoluto e l’eterno penetrano nella coscienza e da questa gettano luce sulla vita». Nell’affievolirsi delle forze, l’anziano, sebbene spesso meno attivo, irradia: con la sua saggezza può rendere manifesto il senso delle cose. E di questo senso l’uomo, per rimanere tale, avrà sempre bisogno.
[Gabriella Gambino – L’Osservatore Romano]