Sabato 15 febbraio 2020
Il ruolo delle donne, l'esclusività del sacerdote nel celebrare l'Eucaristia, la maggiore partecipazione dei laici alla vita della comunità: sono alcuni temi dell'esortazione apostolica post-sinodale, "Querida Amazonia". Per il Papa, lo sfruttamento dell'Amazzonia è "un'ingiustizia e un crimine": "Non possiamo permettere che la globalizzazione diventi un nuovo colonialismo". "L'equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell'Amazzonia". [Testo (Michela Nicolais) e foto (Marco Calvarese): SIR]

Solo il sacerdote può dire: “Questo è il mio corpo”. E dunque solo lui è abilitato a “presiedere l’Eucaristia”. Nel quarto e ultimo capitolo dell’esortazione apostolica post-sinodale “Querida Amazonia”, dedicato all’aspetto pastorale, il Papa non fa alcun riferimento all’ordinazione sacerdotale di diaconi sposati per supplire alla carenza di clero, avanzata nel corso del Sinodo sull’Amazzonia dell’ottobre scorso. 

“Ciò che non può essere delegato”, nell’esercizio del ministero sacerdotale, è proprio l’essenza dell’ordine sacro, che “configura” il prete a “Cristo sacerdote”. “Tale carattere esclusivo ricevuto dall’Ordine abilita lui solo a presiedere l’Eucaristia. Questa è la sua funzione specifica, principale e non delegabile”. Ci sono altre parole, ricorda Francesco, che “solo lui può pronunciare: ‘Io ti assolvo dai tuoi peccati’.

In questi due Sacramenti c’è il cuore della sua identità esclusiva”. “In una Chiesa sinodale le donne, che di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche, dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio”. È l’altra proposta del Papa, che sottolinea che “tali servizi comportano una stabilità, un riconoscimento pubblico e il mandato da parte del vescovo”. “Questo fa anche sì che le donne abbiano un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità – la tesi di Francesco – ma senza smettere di farlo con lo stile proprio della loro impronta femminile”.

Quattro i “sogni” attorno a cui è articolata l’esortazione: sociale, culturale, ecologico ed ecclesiale, che corrispondono alle quattro “letture” che il Santo Padre aveva consigliato di adottare, nel suo discorso a braccio pronunciato a conclusione del Sinodo sull’Amazzonia dell’ottobre scorso.

I sacramenti “devono essere accessibili, soprattutto ai poveri, e non devono mai essere negati per motivi di denaro”, il monito a proposito della necessità di assicurare “una maggiore frequenza della celebrazione dell’Eucaristia, anche nelle comunità più remote e nascoste”. “I laici potranno annunciare la Parola, insegnare, organizzare le loro comunità, celebrare alcuni Sacramenti, cercare varie espressioni per la pietà popolare e sviluppare i molteplici doni che lo Spirito riversa su di loro”, prosegue il Papa: “Ma hanno bisogno della celebrazione dell’Eucaristia, perché essa fa la Chiesa”.

Di qui l’invito a “tutti i vescovi, in particolare quelli dell’America Latina, non solo a promuovere la preghiera per le vocazioni sacerdotali, ma anche a essere più generosi, orientando coloro che mostrano una vocazione missionaria affinché scelgano l’Amazzonia”.

Diaconi permanenti, religiose e laici dovrebbero assumere “responsabilità importanti per la crescita delle comunità”: “Una Chiesa con volti amazzonici – scrive Francesco – richiede la presenza stabile di responsabili laici maturi e dotati di autorità, che conoscano le lingue, le culture, l’esperienza spirituale e il modo di vivere in comunità dei diversi luoghi”.

“È possibile – aggiunge il Santo Padre in una nota, sulla scorta del Codice di diritto canonico – che il vescovo affidi ad un diacono o ad una persona non insignita del carattere sacerdotale o ad una comunità di persone una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia”.

“Permettere lo sviluppo di una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale”, il “sogno” del Papa per l’Amazzonia, “attraverso un nuovo incisivo protagonismo dei laici”. Il modello indicato è quello delle “comunità di base”, che “quando hanno saputo integrare la difesa dei diritti sociali con l’annuncio missionario e la spiritualità, sono state vere esperienze di sinodalità nel cammino evangelizzatore della Chiesa in Amazzonia”.

A proposito del ruolo femminile, Francesco mette in guardia dal “riduzionismo” che “ci porterebbe a pensare che si accorderebbe alle donne uno status e una partecipazione maggiore nella Chiesa solo se si desse loro accesso all’Ordine sacro”. “Senza le donne” la Chiesa “crolla”, l’omaggio del Papa, “come sarebbero cadute a pezzi tante comunità dell’Amazzonia se non ci fossero state le donne, a sostenerle, a sorreggerle e a prendersene cura”.

Nella prima parte dell’esortazione, Francesco parla di “ingiustizia e crimine”, riguardo allo sfruttamento dell’Amazzonia: “Non possiamo permettere che la globalizzazione diventi un nuovo tipo di colonialismo”, l’appello del Papa, secondo il quale “bisogna indignarsi” per “un passato vergognoso”. Non manca un “mea culpa” su quei missionari che, in Amazzonia, non sono stati “a fianco degli oppressi”. “L’equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell’Amazzonia”, l’esordio del capitolo dell’esortazione dedicato ai temi ecologici: “Il grido dell’Amazzonia raggiunge tutti, perché l’aspetto di conquista e di sfruttamento delle risorse è giunto oggi a minacciare la stessa capacità ospitale dell’ambiente: l’ambiente come ‘risorsa’ rischia di minacciare l’ambiente come ‘casa’”.
[M. Michela Nicolais – SIR]

Senza missione
non c’è «Querida Amazonia»

Non si capisce l’esortazione apostolica post-sinodale di Papa Francesco se non si parte dalla sua prospettiva missionaria. E dal suo invito alla conversione su salvaguardia del creato e incontro vero con le culture indigene.

Con «Querida Amazonia», l’esortazione apostolica scritta a conclusione del Sinodo per l’Amazzonia e presentata questa mattina in Vaticano, spiazza ancora una volta papa Francesco. Spiazza quelli che l’Amazzonia la guardano da lontano, come un pretesto per parlare – in fondo – sempre e solo di noi. Spiazza quelli che dicevano: l’obiettivo vero di questo Sinodo è «un’agenda scritta in Germania». Spiazza chi dava per scontato che la risposta di Francesco al problema (che resta serio) delle comunità isolate dell’Amazzonia che materialmente non possono accedere all’Eucaristia e al Sacramento della Riconciliazione per mancanza di sacerdoti sarebbe stata l’ordinazione di uomini sposati, come lo stesso Documento finale del Sinodo, votato a maggioranza dai vescovi presenti, suggeriva.

Querida Amazonia spiazza perché parla sul serio di Amazzonia. Parla delle sue ferite, si fa prestare le parole dai suoi poeti, chiede perdono ai suoi popoli, dice con chiarezza estrema che non possiamo permettere che la globalizzazione diventi «un nuovo tipo di colonialismo» (n.22). Ma soprattutto dice una cosa molto semplice: è il Vangelo di Gesù la risposta vera alle sofferenze dell’Amazzonia. È un testo profondamente missionario l’esortazione apostolica di Papa Francesco: «Di fronte a tanti bisogni e tante angosce che gridano dal cuore dell’Amazzonia – scrive al numero 62 -, possiamo rispondere a partire da organizzazioni sociali, risorse tecniche, spazi di dibattito, programmi politici, e tutto ciò può far parte della soluzione. Ma come cristiani non rinunciamo alla proposta di fede che abbiamo ricevuto dal Vangelo. Pur volendo impegnarci con tutti, fianco a fianco, non ci vergogniamo di Gesù Cristo. (…) Se diamo la nostra vita per loro, per la giustizia e la dignità che meritano, non possiamo nascondere ad essi che lo facciamo perché riconosciamo Cristo in loro e perché scopriamo l’immensa dignità concessa loro da Dio Padre che li ama infinitamente».

Querida Amazonia sta lì a dirci che no, la missione non è finita. In Amazzonia ma anche molto più vicino a noi. Perché un mondo che guarda alla grande foresta e ai popoli che vi abitano come a una riserva da sfruttare indiscriminatamente a costo di uccidere la natura e le persone che vi abitano, vuol dire che il Vangelo attende ancora di essere annunciato per davvero. Perché se non sappiamo chiedere perdono per quelle volte che anche la Chiesa è stata «parte della rete di corruzione, a volte fino al punto di accettare di mantenere il silenzio in cambio di aiuti economici per le opere ecclesiali» (Querida Amazonia 25), il Vangelo di Gesù non lo conosciamo ancora. Perché se riteniamo le nostre culture superiori e arriviamo a deridere e oltraggiare i miti dei popoli indigeni, anziché comprendere che Dio è «gloriosamente e misteriosamente presente anche nel fiume» (Querida Amazonia 74), della Parola di Gesù che fa nuove (senza cancellarle) tutte le cose abbiamo capito ben poco.

Querida Amazonia è un testo missionario perché a tutti chiede qualcosa. A chi era tanto scandalizzato dall’ipotesi di ordinare uomini sposati in un villaggio indigeno oggi chiede: bene, adesso a quante Messe comode sotto casa e all’ora che più vi è comoda siete disposti a rinunciare per donare missionari a questo angolo del mondo? A chi guarda solo alle risposte sociali o ambientali per il dramma dell’Amazzonia chiede: qual è il fondamento della fraternità? Agli stessi missionari chiede: quanto vi siete calati per davvero in questo contesto e quanto invece siete semplicemente passati amministrando sacramenti? Ai popoli dell’Amazzonia Querida Amazzonia chiede: quale volto hanno i vostri santi (n. 77)?

Non propone ricette papa Francesco in questa esortazione apostolica. Non dice sì o no a qualcosa. Non offre formule ma sogni. Chi pensa che dopo Querida Amazonia tutto tornerà immobile si sbaglia di grosso. È Il Sinodo di una Chiesa in cammino quello che papa Francesco riconsegna all’Amazzonia. E i frutti non mancheranno.
[Giorgio Bernardelli - Mondo e Missione]

I tratti amazzonici della santità

A leggerla tutta d’un fiato, l’esortazione postsinodale “Querida Amazonia” ha il profumo delle mangrovie di Manaus e il puzzo delle foreste bruciate. T’avvolge nella corrente impetuosa del Rio delle Amazzoni e t’immerge nel fango in cui han pestato i nostri missionari. Ma non è una poesia, anche se cita tante immagini di autori popolari latinoamericani, ci mette in guardia da una falsa “mistica amazzonia”; ci spinge a riflettere, a indignarci e insieme a saper contemplare. In questi 122 paragrafi c’è il ritmo del Papa argentino e la sapienza paziente del pastore universale.

A leggerla tutta d’un fiato, l’esortazione postsinodale “Querida Amazonia” ha il profumo delle mangrovie di Manaus e il puzzo delle foreste bruciate. T’avvolge nella corrente impetuosa del Rio delle Amazzoni e t’immerge nel fango in cui han pestato i nostri missionari. Ma non è una poesia, anche se cita tante immagini di autori popolari latinoamericani, ci mette in guardia da una falsa “mistica amazzonia”; ci spinge a riflettere, a indignarci e insieme a saper contemplare. In questi 122 paragrafi c’è il ritmo del Papa argentino e la sapienza paziente del pastore universale.
E’ una “lettera d’amore” dagli accenti non solo continentali (anche se querida è aggettivo molto tipico, da noi finora noto solo per la canzone su Che Guevara). Un testo intriso di realismo, quando chiama per nome “ingiustizie e crimini” ai danni dell’Amazzonia e nello stesso tempo è illuminato dal sogno possibile. Anzi di ben quattro sogni, corrispondenti alle altrettante letture (sociale, culturale, ecologico ecclesiale) con cui fin dall’omelia romana il Papa aveva invitato a considerare il documento conclusivo dei Padri sinodali.
Pure per quest’ esortazione apostolica, la destinazione è ampia. Anche “tutti gli uomini di buona volontà” sono invitati a leggere il testo integralmente. La fiducia è quella che tutta la Chiesa si lasci ispirare, arricchire e interpellare da questo lavoro sinodale
In questo senso, sgomberando definitivamente il campo dalle critiche di chi ritiene riduttivo e inapplicabile il “modello Amazzonia” a livello universale, Francesco riconosce che la chiave rimane quella di un’inculturazione del Vangelo nei vari contesti (anche negli aspetti liturgici) ma invita ai credenti “a guardare all’Amazzonia come ad un luogo teologico, uno spazio dove Dio stesso si manifesta e chiama i suoi figli”. Per questo può essere contemplata, amata e difesa, non solo utilizzata.
Convinto che alla santità si arrivi “ciascuno a modo suo”, il Papa arriva a dire con una delle sue folgoranti immagini che “ciò vale anche per i popoli, dove la grazia si incarna e brilla con tratti distintivi. Immaginiamo una santità dai lineamente amazzonici, chiamata a interpellare la Chiesa universale”.
Quanto può essere utile anche per la nostra Chiesa,. Per quella italiana e quella trentina, questa “interpellanza”!
La ritroviamo nell’intenso capitolo sulla ministerialità – una dimensione forse un po’ dimenticata nella nostra pratica ecclesiale dell’ultimo decennio – in cui si parte dalle esigenze del Vangelo e delle comunità per arrivare a sottolineare alcuni ritardi e alcuni possibili traguardi, come “lo sviluppo di una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale”.
L’interpellanza si fa altrettanto urgente nei capoversi su “forza e dono delle donne” (pure vi ritornano accenti di Amoris Laetitia), dove oltre all’apprezzamento (“Senza le donne la Chiesa crolla”) si afferma con decisione che alcuni servizi ecclesiali nuovi affidati alle donne “comportano una stabilità, un riconoscimento pubblico e il mandato da parte del Vescovo”.
E ancora il Papa risponde indirettamente a tante situazioni di conflittualità che frenano le comunità ecclesiali indicando “una via d’uscita per traboccamento” che consente attraverso il dialogo sincero di approdare ad una sintesi più grande, “dono che Dio ci sta offrendo”.
Ci sarà tempo anche nella prossima Quaresima per riprendere i singoli capitoli – aggiornati e severi quelli sui danni della globalizzazione che diventa nuovo colonialismo (un‘appendice regionale della Laudato Sì’) – e per ora merita soffermarsi sulla preghiera finale indirizzata alla Madre della vita, che sa parlare ancora ai suoi figli amazzonici e non solo.
Diego Andreatta
Direttore “Vita Trentina”