Mercoledì 19 febbraio 2020
Nascendo missionaria, la Chiesa deve vivere in modo missionario e facendo con impegno credente missione nel mondo: tutto questo significa che la Chiesa, quando prende coscienza di sé, si scopre totalmente missionaria e, di conseguenza, si pone come Chiesa in missione. La Chiesa non è pensabile e giustificabile come auto-referenziale. Purtroppo è pur vero che lo può diventare di fatto: questo accade quando s’allontana dalla forma sinodale che il Signore le ha dato...

Una Chiesa autoreferenziale
è la contraddizione di sé

Di Michele Giulio Masciarelli

Meraviglia non poco che si possa concepire la Chiesa come una comunità autoreferenziale, ossia ripiegata su di sé, dedita prevalentemente alla sua esistenza interna e alla cura di sé. Invece, è la missionarietà la sua nativa costituzione nel senso più rigoroso: così, prima di parlare della Chiesa in missione, dobbiamo dire che essa è missione, perché è il frutto della missione trinitaria (cfr. Michele Giulio Masciarelli, La Chiesa è missione. Prospettiva trinitaria, Casale Monferrato, 1988). Nascendo missionaria, la Chiesa deve vivere in modo missionario e facendo con impegno credente missione nel mondo: tutto questo significa che la Chiesa, quando prende coscienza di sé, si scopre totalmente missionaria e, di conseguenza, si pone come Chiesa in missione. La Chiesa non è pensabile e giustificabile come auto-referenziale. Purtroppo è pur vero che lo può diventare di fatto: questo accade quando s’allontana dalla forma sinodale che il Signore le ha dato; insomma, non si dà una Chiesa autoreferenziale se non alla condizione di contraddire se stessa. La Chiesa non deve inginocchiarsi mai verso se stessa; piuttosto, essa deve inginocchiarsi solo verso Dio, divenendo sempre più credente e pia, proprio mentre s’incammina verso le periferie del mondo e della storia per portarvi i semi della dignità, del riscatto, della liberazione umana, insieme agli altri semi della Parola di Dio e dei dinamismi sacramentali che hanno la forza di procurare una salvezza che oltrepassa le soglie dei tempi e degli spazi: è la Gloria che si trova varcando soglie verticali e ultime.

La Chiesa è autoreferenziale quando smette di sentirsi “proprietà” di Cristo

Emil Nolde, «La Pentecoste» (1909)

Forte è l’affermazione di Papa Francesco scandita nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2017: «Una Chiesa autoreferenziale [...] non è la Chiesa di Cristo». Il rischio di essa in concreto si fa concreto quando si perde la percezione di fede che la Chiesa non è nostra ma del Dio trinitario che l’ha ideata e voluta già creando, come insegna sant’Agostino con la sua lezione sulla Ecclesia ab Adam (detta anche Ecclesia ab Abel), volendo alludere alla Chiesa dalle origini, cioè intesa come il primo e germinale evento della comunità cristiana, intravista nella struttura dei rapporti interumani nati dalla creazione e dalla prima esperienza cultuale, come rievoca la Lumen gentium, 2-4. Il tarlo dell’autoreferenzialità s’insinua, perciò, proprio nella dimenticanza della provenienza trinitaria della Chiesa e del suo permanente “possesso” da parte di Dio. Con termini più ravvicinati a noi, la Chiesa è di Gesù Cristo che, per lei sua sposa, è morto, sigillando col suo sangue il patto d’amore nuziale con lei. Ancora sant’Agostino ammonisce che, quando nella Chiesa ci si ammala di superbia e di autoreferenzialità, la si danneggia, anzitutto spezzando la sua unità interna. L’ipponense, echeggiando per noi quanto rimproverava ai donatisti, si esprimeva con una immagine: quegli eretici — diceva — volevano impadronirsi della sposa di Cristo, che è la Chiesa, per farne una proprietà settaria, riferendo a sé ciò che è, anzi chi è di Cristo, cioè la sposa. È questo un rischio reale che corriamo anche noi oggi. Da quanto ha detto il grande padre della Chiesa si evince, di conseguenza, che l’autoreferenzialità la si batte liberando la sposa e riconsegnandola al suo legittimo sposo che è Gesù, in questo punto imitando san Giovanni Battista il quale affermava di non essere lo sposo, ma solo l’amico dello Sposo: «Colui che ha la sposa è lo sposo, ma — spiega — l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, si rallegra grandemente alla voce dello sposo; perciò la mia gioia è completa» (Giovanni, 3, 29).

Una Chiesa sinodale è l’opposto di una Chiesa autoreferenziale

Una Chiesa autoreferenziale non è cristiana perché «la vita cristiana non è una vita autoreferenziale» ma «esce da se stessa per darsi agli altri: è un dono, è amore, e l’amore non torna su se stesso, non è egoista: si dà!» (Papa Francesco, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, 11 settembre 2014). Insomma, la Chiesa non sarà autoreferenziale solo se sarà sinodale: intanto, va riflettuto che lo stesso nome sinodo significa “comune cammino verso una meta”; pertanto, già la parola sinodalità è un progetto dinamico di Chiesa ed è un augurio: nomen est omen (il nome è un augurio), dicevano i romani. Questo vale anche nel nostro caso: ammirando il dono della sinodalità che Dio fa alla Chiesa, siamo invitati ad augurarle di realizzare tutta la ricchezza di senso che quella parola significa, ossia di essere sotto la guida di un Messia pellegrino, che è il Cristo, di compiere nell’armonia più alta il cammino verso il volto del Padre. Intanto, siccome il cammino che porta in Cielo dentro il cuore del Padre passa per le terre degli uomini, la sinodalità si lascia riconoscere dall’esodo che i singoli membri della Chiesa, e questa nel suo insieme, compiono in modo permanente uscendo da sé e andando verso il mondo, sentendolo come un’unica immensa periferia destinata a ricevere il Vangelo e gli altri doni messianici che Gesù, l’Asceso, dall’alto della Gloria celeste invia sui suoi discepoli per farli traboccare nella vita di molti.

La Chiesa sinodale è una “Chiesa estroversa”

Il modo appropriato ed efficace per vincere l’autoreferenzialità dentro la Chiesa e nei confronti del mondo è attivare la spiritualità, il criterio, lo stile della sinodalità che ha come direzione stabile gli altri, fino a intendere con questa parola l’intera comunità ecclesiale e l’intero mondo: occorre infatti essere sinodali dentro la Chiesa per vivere la comunione che ne qualifica la natura (cfr. Jérôme Hamer, La Chiesa è una comunione, Morcelliana, Brescia, 1983) e, parimenti, necessita orientarsi all’orizzonte del mondo che ne determina la missione (cfr. Severino Dianich, Chiesa in missione. Per una ecclesiologia dinamica, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1987). L’apertura amplissima e necessaria della sinodalità è dovuta al fatto che la sua più forte e distintiva giustificazione sacramentale è data dal Battesimo che fonda il “principio di totalità”: ciò implica che l’intero “Popolo di Dio” sia corresponsabile di tutta l’azione pastorale dentro di sé e dentro la lunga traccia del cammino missionario che la immette nel mondo. D’altra parte è significativo che, fin dall’inizio del suo servizio papale, Papa Francesco abbia parlato di Chiesa “in uscita”, quasi in concomitanza con lo storico discorso sulla Chiesa sinodale tenuto il 17 ottobre 2015 (per leggere un commento organico a esso, cfr. Michele Giulio Masciarelli, Un popolo sinodale. Camminare insieme, Tau Editrice, Todi, 2016). Papa Francesco chiede continuamente che l’intera Chiesa si volga alla missione in condizioni dinamiche, aperte, libere per poter portare al mondo il suo Signore e per far questo la Chiesa non deve involvere verso di sé, ma “estroversa”, secondo l’efficace espressione di un grande teologo italiano (cfr. Severino Dianich, Chiesa estroversa. Una ricerca sulla svolta dell’ecclesiologia contemporanea, Cinisello Balsamo, 1987).

La sinodalità porta verso la “forma corale” della Chiesa

Le metafore sono assai importanti per illustrare in modo non arido e meccanico la realtà non ancora ben realizzata della Chiesa sinodale. Una bella metafora adottabile per dire come essa sia, quale forma abbia, è un’immagine simbolica offerta dal mondo della musica. Scrive Pier Angelo Sequeri: «La Chiesa è una corale. La sua sapienza del contrappunto deve essere esemplare. La lingua teologica, sollecitata da Francesco, sta imparando a interpretarla in chiave di “sinodalità”. Sinodo vuol dire camminare insieme, fare la stessa via, muoversi nella stessa direzione» (Mai solo per sé, Avvenire del 19 settembre 2018). La corale esprime un canto a più voci e di diverso timbro e colore; essa è un soggetto musicale che mostra un’articolazione armonica nella sua struttura, nelle funzioni dei suoi elementi, nella bellezza dell’unito. «Nel caso della Chiesa questa coralità delle parti, chiamate a restituire vitalità non burocratica all’armonia dell’insieme, comprende l’intero popolo di Dio. Il battesimo nell’unica fede è il fondamento comune di una partecipazione regolata — ma non sostituita — secondo i diversi ministeri» (ibidem). La metafora della corale, di là della sua forma attrattiva, presenta anche un lato esigente in riferimento alla Chiesa: allude al compito non facile della teologia di saper indagare e spiegare bene la pregnanza di sapienza che essa possiede. La Chiesa, in tutti i suoi soggetti personali e istituzionali, per dirsi sinodale deve proporsi di servire il Vangelo e la causa del Regno nel mondo, impegnandosi a cuore perso e ad anima nuda, non cedendo mai alla tentazione di dedicarsi alla cura ossessiva di sé, all’autoconservazione, all’autopreservazione, all’autoaffermazione e simili (cfr. Evangelii gaudium, 27). Se la Chiesa non dovesse realizzare questa estroversione missionaria, per la quale è stata creata e istituita dal Dio trinitario, si destinerebbe al fallimento. La missione, la sua motivazione, la sua finalità e, a livello essenziale, anche le sue modalità realizzative sono date da Dio e consegnate alla Chiesa perché le accogliesse in obbedienza piena e generosa.

L’urgenza della sinodalità per la Chiesa

Quando si parla di kairòs nella Chiesa non la si intende semplicemente come una buona notizia piacevole destinata solo a rallegrare il cuore. Al contrario, il kairòs è un appello grande e severo che chiede ascolto attento, crea responsabilità e non lascia tempo per rinVII comodi e disimpegnati. Accade anche che il kairòs non si presenta come un tempo favorevole che possiamo gestire a piacimento, come e quando vogliamo. Accade anche che il kairòs non si presenti come un tempo che si possa gestire a piacimento. Trattandosi di un dono, questo non è nella disponibilità di chi lo riceve ma — è facile capirlo — esso resta sostanzialmente nel dominio di chi lo concede, ossia di un Dio di doni. Ciò espone a un grave rischio, quello di non avere più la possibilità di evocare e gestire il dono del tempo kairotico, quando, dopo aver perso la sua felice opportunità, si decidesse di prenderlo in considerazione e di realizzarlo. Le occasioni favorevoli o meglio le offerte graziose di un Dio di doni non rimangono sempre nella disponibilità degli uomini singoli e in quella della Chiesa. Questa considerazione fa riflettere e allerta: la Chiesa ha oggi un urgente bisogno e una felice opportunità d’iniziare l’esperienza di un’organica e permanente esperienza di sinodalità, potendola adottare come principio di vita ecclesiale perché è un frutto di grazia del concilio e dei santi fermenti sviluppatisi in questo secondo post-concilio, con la guida di Papa Francesco, il Papa che lo Spirito ha fatto eleggere per questo interessante brano di storia della Chiesa. Ebbene, non è certamente imputabile allo stesso Spirito se la Chiesa dovesse perdere questa eccellente opportunità.

Il “principio sinodale” serve alla Chiesa

Oggi il “principio sinodale” ci si presenta con le caratteristiche di un principio evangelico che serve a presiedere alla vita della Chiesa. Quel principio serve anche alla Chiesa per ritrovare la coesione al suo interno, sciogliendo i diversi nodi delle divisioni, da cui essa sembra non riuscire a liberarsi da troppo tempo. La svolta sinodale non sarà efficace né potrà consolidarsi e durare se non comprenderà un forte respiro di spiritualità, poiché il più grande impedimento alla pastorale e alla missione è una Chiesa la cui forma esterna rappresenta elementi visibili, talora molteplici e grandi, di contro-testimonianza che contraddicono il Vangelo di Gesù. In questo contesto di spiritualità è ora d’iniziare una coraggiosa svolta sinodale nella vita della Chiesa, con un forte risveglio della comunione che coinvolga, dentro un vortice virtuoso di fraternità battesimale e di convivialità eucaristica, vocazioni, ministeri e carismi. Inoltre, con l’aiuto di una chiara e robusta motivazione teologico-pastorale della sinodalità, serve iniziare un cammino fatto insieme (syn-odos) di ampio respiro, con uno sguardo schietto e onesto gettato sui cammini missionari da continuare e iniziare verso ogni plaga del mondo. Una convinta e assimilata «ragione sinodale», contestualizzata in un edificante sforzo di discepolanza credibile di Gesù, potrà liberare dalle sacche interne di auto-referenzialità e auto-compiacimento della Chiesa che creano freni, se non blocchi, alla partecipazione nell’impresa pastorale, alla vita di comunione e di missione. Anche da questo lato spirituale, la riuscita di una decisa svolta sinodale richiede, da tutti coloro che vi sono coinvolti, la capacità di un’auto-differenza riflessiva, all’interno di un quadro strutturale il più aperto possibile dal punto di vista pastorale-missionario. Un modo di pensare, decidere e operare sinodale vuole anche una buona dose di creatività al fine di trovare linguaggi rinnovati, metodiche ripensate e geniali (quando è possibile) e anzitutto le vie oneste che portano agli ingressi della grande comunità dei giusti. E non a questo potrà arrestarsi l’avventura missionaria attivata dal principio sinodale: essa dovrà cercare di proporre a tutti una salvezza completa e definitiva a tutti i compagni di vita e di esodo perché tutti hanno diritto al Vangelo e all’incontro con Cristo, l’insostituibile Redemptor hominis. Una Chiesa sinodale, chiedendo di camminare insieme, intende proporsi anzitutto di aiutare Cristo a portare la salvezza agli uomini. In tal modo essa, raccogliendo l’eredità del concilio Vaticano II, si sta felicemente proponendo una via cattolica della sinodalità che impegna tutta la Chiesa e tutti i suoi soggetti in questo processo: il popolo di Dio, il collegio dei vescovi, il Vescovo di Roma.

La sinodalità serve anche al mondo

Aveva già sorpreso Papa Francesco ponendo, a modo di proemio al suo ricordato discorso ottobrino del 2015, il tema della sinodalità, quasi in una versione laica. Egli aveva esordito dicendo: «Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». È come se Papa Bergoglio volesse dire che è l’ora della sinodalità nella Chiesa perché, a suo modo, lo chiede anche il mondo. In più, è come se egli volesse incoraggiare la Chiesa a fare esperienza sinodale, ad assumerne lo spirito e a praticarne lo stile perché qualcosa di simile ce lo chiede anche il mondo in cui siamo e il tempo che viviamo. C’è una sinodalità del vivere quotidiano che evidentemente occupa la gran parte della vita di Chiesa. Ogni giorno, a esempio, tutti possono essere, in modo pratico, sinodali se adottano il principio di vita insegnato da Giovanni XXIII: «Fare, saper fare, dar da fare, lasciar fare». La Chiesa ha bisogno degli spazi del mondo e del tempo degli uomini per avanzare nel suo cammino sinodale, spazio e tempo che essa deve conoscere bene per potervi entrare e stare fruttuosamente e che, pertanto, deve saper gerarchizzare: «Il tempo è superiore allo spazio», afferma Francesco indicando una ragione che serve a motivare bene il cammino sinodale che, tra il limite dello spazio e l’apertura del tempo al futuro, deve trovare la forza di oltrepassare quel limite e dare modo alla speranza degli uomini di espandersi. «Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti. Il “tempo”, considerato in senso ampio, fa riferimento alla pienezza come espressione dell’orizzonte che ci si apre dinanzi, e il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto» (Evangelii gaudium, 222; cfr. fino al 225). Si tratta per il popolo sinodale di andare nel mondo e starci dentro con la volontà di condividerne gioie, dolori, paure e speranze, come il concilio di Giovanni XXIII e di Paolo VI auguravano per la Chiesa (Gaudium et spes, 1). La Chiesa, come già Israele nel deserto è un popolo pellegrinante e in cammino (cfr. 1 Pietro, 1, 17 e 2, 11; Ebrei, 3, 4 e 11, 8-10). Il cammino sinodale non intende però affogare la Chiesa nello spirito del mondo: la Chiesa va nel mondo come “pellegrina”, cioè restando anche a esso estranea, perché lei cerca sempre, anche per sé, quel Dio e quel Regno che vuole portare al mondo.
[Michele Giulio Masciarelli - L'Osservatore Romano, mercoledì 19 febbraio, p. 6]