Mercoledì 4 marzo 2020
Sono in molti a domandarsi quali possano essere le conseguenze della rapida espansione dell’epidemia di coronavirus per l’Africa. Al momento, sono stati registrati ufficialmente, pochissimi casi — uno in Egitto, uno in Algeria e uno in Nigeria — ma il timore è che, come già avvenuto in Iran, la situazione possa sfuggire di mano, soprattutto a causa della drammatica carenza di strutture sanitarie adeguate. (Foto: Vaticannews)

Le conseguenze sociali ed economiche della rapida espansione dell’epidemia nel continente

L’Africa
e la sfida del coronavirus

Foto: © AFP via Getty Images.

Sono in molti a domandarsi quali possano essere le conseguenze della rapida espansione dell’epidemia di coronavirus per l’Africa. Al momento, sono stati registrati ufficialmente, pochissimi casi — uno in Egitto, uno in Algeria e uno in Nigeria — ma il timore è che, come già avvenuto in Iran, la situazione possa sfuggire di mano, soprattutto a causa della drammatica carenza di strutture sanitarie adeguate.

Un ruolo molto importante è rivestito dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive (Cdc Africa) che insieme costituiscono un’istituzione tecnica specializzata dell’Unione africana (Ua) che funge da piattaforma per gli stati membri per condividere conoscenze e assistenza tecnica reciproca. Da questo punto di vista, sono molti i paesi africani che si stanno equipaggiando con i kit per effettuare i test diagnostici. A metà febbraio erano già una quindicina quelli in grado di monitorare l’epidemia attraverso esami di laboratorio, grazie anche alla stretta collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Dunque è stato profuso un impegno significativo se si considera che, stando alla prestigiosa rivista scientifica «The Lancet», all’inizio dell’epidemia, gli unici due laboratori di riferimento nel continente africano erano il National Institute of Communicable Diseases sudafricano e l’Institut Pasteur senegalese.

La principale preoccupazione riguarda comunque le strutture sanitarie in quanto la maggior parte degli ospedali africani non sarebbe in grado di far fronte a un numero elevato di pazienti bisognosi di terapie intensive, ad eccezione del Sud Africa.

Altra questione che non andrebbe sottovalutata è quella delle frontiere. Com’è noto, alcuni paesi si riservano la facoltà di adottare misure restrittive all’ingresso, fino al respingimento in frontiera, con scarso o nessun preavviso, anche nei confronti di viaggiatori formalmente sani provenienti da aree a rischio. Molte compagnie aeree hanno poi sospeso i voli da e per la Cina. Ma non tutte: ad esempio resta attiva l’Ethiopian Airlines, una delle più importanti del continente africano, che ha collegamenti quotidiani con la Cina, attraverso il proprio hub di Addis Abeba. Una cosa è certa: l’epidemia del coronavirus (o Covid-19 come è stato ribattezzato) sta avendo un impatto significativo, a livello mondiale, sulle relazioni tra gli stati e sull’economia mondiale, producendo risposte che variano, a secondo dei casi, dalla chiusura delle frontiere, alla limitazione (o addirittura blocco) degli scambi turistici; dalla riduzione delle attività produttive, all’adozione di misure restrittive in paesi interessati dall’epidemia; per non parlare del calo vertiginoso delle borse in Asia, Europa e Stati Uniti. Quest’ultimo fenomeno, in particolare, ha una valenza fortemente speculativa, all’insegna della deregulation rispetto al quale il consesso delle nazioni dovrebbe seriamente interrogarsi, definendo misure d’intervento, al fine di tutelare quantomeno le economie nazionali.

Naturalmente questa mobilitazione globale sta generando degli effetti collaterali sulle economie africane che non andrebbero sottovalutate. Anzitutto perché, com’è noto, la Cina è il primo partner commerciale del continente africano. Secondo le valutazioni dell’Overseas Development Institute (Odi), il solo comparto dei paesi sub-sahariani rischia di perdere nel complesso 4 miliardi di dollari a seguito non solo del calo delle esportazioni verso la Cina — per quanto concerne in particolare la diminuzione della domanda di materie prime — ma anche per il crollo del turismo dall’estremo oriente. Si tratta di un quadro preoccupante in considerazione delle già allarmanti stime al ribasso sull’andamento delle economie dei principali stati del continente, da parte del Fondo monetario internazionale (Fmi). Sta di fatto che un paese come l’Angola, produttore di petrolio è stato in queste settimane penalizzato dalla riduzione delle esportazioni di greggio verso l’Impero del Drago, ma anche in conseguenza dell’abbassamento del prezzo dell’oro nero, arrivato a toccare i 54 dollari al barile. Il caso angolano è paradigmatico se si considera che oltre il 60 per cento del commercio estero di questo paese dell’Africa australe è diretto verso la Cina. Sul versante dei prodotti alimentari, la prolungata quarantena che vede milioni di cinesi impossibilitati a uscire dalle abitazioni ha notevolmente ridimensionato le importazioni di carne della Namibia, di vino dal Sud Africa e di caffè dal Rwanda, dal Kenya e dall’Uganda. Come se non bastasse anche gli indici azionari africani stanno facendo registrare contrazioni che certamente non giovano alle economie locali. L’unica nota positiva, da prendere comunque col beneficio d’inventario, è rappresentata dalla possibilità che il caldo possa in qualche modo contenere o fermare il contagio in Africa. Generalmente, dicono gli studiosi quasi all’unisono, le temperature elevate possono contribuire a ridimensionare le epidemie virali, ma la cautela è d’obbligo perché del Covid-19 sappiamo ancora troppo poco per comprendere quale sarà la sua evoluzione. Ecco che l’unica logica conclusione è quella formulata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms: «Nessuno può permettersi di abbassare la guardia».
[Padre Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]