Mercoledì 4 marzo 2020
La Banca europea per gli investimenti cerca una via diversa per l’inurbamento: il vantaggio demografico sarà efficace «soltanto se ci adattiamo ai cambiamenti». L’esperienza di questi anni mostra che l’urbanizzazione non può essere ribaltata, visto che sono troppo poche le persone disposte a tornare nelle zone rurali dopo qualche anno in città. [Avvenire]

«Mio padre, pediatra, quando ero piccola ci raccontava dell’alto tasso di mortalità da parto in Senegal. Qui una donna ha un rischio 40 volte maggiore di morire mentre dà alla luce un figlio rispetto alla Francia». Tra i vicoli di Dakar, nel punto più occidentale dell’Africa continentale, Khadidiatou Nakoulima, 34 anni, ci accoglie per mostrarci “Nest for all”, centro di servizi pediatrici e di maternità da lei fondato nel 2012. Ci investe in prima persona, rivolgendosi a quella fascia di popolazione non accolta dal servizio pubblico ma che non ha abbastanza soldi per rivolgersi a strutture private.

«Nel 2019 abbiamo avuto 630 parti – spiega –. Vogliamo essere il più possibile inclusivi, con una sanità di qualità per le persone a basso reddito in aree urbane e di periferia. In futuro speriamo di aprire altri 10 centri medici in quattro Paesi della regione». Nest è un progetto di impatto sociale sul fronte della salute, uno dei tanti piccoli interventi in cui ha creduto la Banca europea per gli investimenti (Bei), che ha sostenuto finanziariamente il centro di Nakoulima in una capitale del Senegal in cui i servizi per la popolazione non tengono il passo con la l’aumento degli abitanti.

L’Africa è la regione del mondo in cui il tasso di urbanizzazione cresce più in fretta ma anche quello in cui il fenomeno, intersecandosi con altri fattori, rischia di essere potenzialmente più rischioso. Il continente dei villaggi e delle piccole città va sempre più scomparendo, lasciando il posto ad un territorio in cui si allargano le periferie e si moltiplicano le baraccopoli, senza che le infrastrutture – dalla gestione dei rifiuti, alle strade ai servizi di base per i cittadini, come scuole e ospedali – riescano a reggere. Dagli anni Novanta ad oggi la popolazione urbana nell’Africa sub-sahariana è più che raddoppiata, tanto che ormai oltre il 40 per cento degli africani abita nelle città, rispetto al 31 per cento di due decenni fa, un dato che potrebbe raggiungere il 75 per cento entro il 2050. Non solo: il 65 per cento dei residenti vive negli slum, dove i precari sistemi fognari presentano problemi per la salute pubblica. Sono questioni non secondarie quando si parla degli obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dalle Nazioni Unite, questioni sulle quali giovedì si sono confrontati qui a Dakar esperti di diversi settori, ministri e sindaci di molte città africane nel corso di un «Africa Day» co-organizzato dalla Bei e da Un-Habitat, alla presenza del suo presidente Werner Hoyer e del presidente senegalese Macky Sall e della direttrice di Un-Habitat Maimunah Mohd Sharif.

«In futuro l’Africa non avrà un problema di spazi, ma di pianificazione urbana – ha sottolineato Sall –. E il dividendo demografico sarà vantaggioso solo se ci adattiamo al cambiamento, dando opportunità di lavoro ai giovani, offrendo strutture sanitarie, investendo nell’educazione e nell’offerta di energia pulita».

L’esperienza di questi anni, hanno sottolineato alcuni analisti, mostra che l’urbanizzazione non può essere ribaltata, visto che sono troppo poche le persone disposte a tornare nelle zone rurali dopo qualche anno in città. Ecco perché, quanto meno, gestire meglio il fenomeno è l’unico modo per non subirne i contraccolpi, considerato anche che le conseguenze del cambiamento climatico contribuiranno semmai a esacerbarlo. Le città sono sempre più esposte sia alla scarsità d’acqua (emblematico resta l’esempio di Città del Capo, in Sudafrica) sia, all’opposto, ad alluvioni improvvise, senza contare, per i centri costieri, l’impatto dell’innalzamento del livello dei mari.

A livello globale la popolazione urbana esposta ai cicloni crescerà dai 310 milioni attuali ai 680 milioni del 2050. E solo per restare all’Africa le immagini del ciclone Idai – oltre mille le vittime nell’aprile del 2019 tra Mozambico, Zimbabwe e Malawi – sono ancora un monito ben presente. La gestione dell’acqua è cruciale anche qui, in una città come Dakar che passerà dai 3,7 milioni di abitanti attuali ai 7 milioni stimati nel 2040. Insieme alla locale Société Nationale des Eaux du Sénégal (Sones), la Bei investe dagli anni Novanta sul programma Pepam, grazie al quale 2,3 milioni di persone in più hanno avuto accesso ad acqua pulita.

«L’acqua è vita e insieme possiamo garantire maggiori opportunità alle famiglie», evidenzia il direttore generale di Sones Charles Fall nell’accogliere un gruppo di funzionari della stessa Bei, tra cui la direttrice delle operazioni per l’Africa Maria Shaw-Barragan. Ma urbanizzazione vuol dire sempre di più, anche in Africa, mobilità. Traffico in crescita e qualità dell’aria in netto peggioramento sono il tratto distintivo delle metropoli del continente, e la capitale senegalese non fa eccezione. Una mano potrà darla il nuovo progetto di Bus rapid transit, un sistema infrastrutturale che prevede 18 chilometri di corsie riservate ai bus tra Dakar e Guédiawaye e connesso con le linee dei treni regionali, contribuendo ad abbassare le emissioni inquinanti e a creare a regime 600 posti di lavoro.

La Bei ci crede, tanto da aver finanziato il piano con 80 dei 369 milioni di euro previsti per un sistema che verrà peraltro costruito dai cinesi di China road and bridge corporation. Progetti, esperienze di forte impatto sociale su più fronti. Proprio perché urbanizzazione non vuol dire solo movimento di persone, ma si traduce in vita reale, in necessità e problemi da risolvere, visto che, sottolinea la Bei, i due terzi degli investimenti in infrastrutture urbane di cui l’Africa avrà bisogno entro il 2050 devono ancora essere realizzati. Certo non si tratta più di aiuti a pioggia, ma di offrire prestiti e sostegno finanziario a imprenditori e autorità locali che abbiano idee e coraggio per realizzare la svolta. Stare fermi, quello sì, non è più un’opzione.
[Paolo M. Alfieri, inviato a Dakar – Avvenire]