Mercoledì 11 marzo 2020
L’India sta sempre più guardando con grande interesse all’Africa, un continente dove la geopolitica delle “influenze” sta subendo da oltre trent’anni, con la fine della guerra fredda, profondi riposizionamenti. [Foto: Il premier indiano Modi insieme al presidente sudafricano Ramaphosa]

Cooperazione
con ambiziosi obiettivi

Per l’India il “corridoio” verso l’Africa è la nuova via della Seta

L’India sta sempre più guardando con grande interesse all’Africa, un continente dove la geopolitica delle “influenze” sta subendo da oltre trent’anni, con la fine della guerra fredda, profondi riposizionamenti. In particolare, l’avvento del cartello dei Brics, di cui il governo di New Delhi è una delle componenti più significative nella cornice dei paesi emergenti, ha messo in evidenza i legami storici tra il subcontinente indiano e la sponda africana. Basti pensare alla presenza, nel XIX secolo, per opera del colonialismo britannico, di commercianti e lavoratori indiani nell’Africa orientale e in quella meridionale. Successivamente, fu proprio l’India a rappresentare una fonte d’ispirazione nelle lotte per l’indipendenza del ventesimo secolo, opponendosi apertamente, ad esempio, all’apartheid con figure di prestigio del calibro di Mohandas Karamchand Gandhi, comunemente noto con l’appellativo onorifico di Mahatma.

Queste affinità hanno consentito nel corso degli anni di avviare una serie di iniziative nel vasto continente africano, da parte di non poche imprese indiane, finalizzate al rafforzamento delle competenze, del trasferimento di tecnologie a prezzi accessibili, di investimenti in infrastrutture come strade, dighe, elettrificazione rurale ed energia solare. Recentemente è stato significativo l’incontro di revisione intermedia del Quadro di cooperazione strategica del vertice del Forum Africa-India (piattaforma ufficiale per le relazioni afro-indiane) che si è svolto a New Delhi dall’11 al 12 settembre scorsi. La riunione ha visto la partecipazione, tra gli altri, di una rappresentanza del ministero indiano degli affari esteri e di una delegazione dell’Unione africana (Ua), oltre ad alcuni rappresentanti del corpo diplomatico africano accreditato in India. Durante il corso dei lavori, sono stati trattati temi di grande rilevanza legati al commercio, all’industria, alla blu-economy, all’istruzione, allo sviluppo, alla salute, alla pace, alla sicurezza e ai meccanismi di monitoraggio. Inoltre sono stati messi a punto i preparativi per il prossimo vertice del Forum Africa-India (Iafs IV) in programma quest’anno. Da rilevare che nel biennio 2017-2018, il commercio bilaterale è valso quasi 63 miliardi di dollari, in aumento del 21,56 per cento rispetto al biennio precedente. Da rilevare che le esportazioni indiane verso i mercati del continente africano, nel biennio 2016-2017, erano salite a 23 miliardi di dollari, contro i 14 registrati tra il 2007 e il 2008; mentre sempre nel 2016-2017, le esportazioni dall’Africa verso l’India si erano attestate a 28 miliardi di dollari (nel 2007-2008 erano 20 miliardi). I primi cinque paesi africani che registrano il più elevato volume di esportazioni verso l’India sono Kenya, Tanzania, Egitto, Sud Africa e Nigeria.

Nel complesso, l’India è diventata il quarto partner commerciale dell’Africa dopo Cina, Regno Unito e Francia. A parte gli investimenti nei settori degli idrocarburi, minerario, bancario, tessile e nelle telecomunicazioni, molto importante per l’Africa è stata la fornitura sanitaria di qualità dall’India, ottenuta a prezzi accessibili per le fasce svantaggiate africane (in particolare per i farmaci antiretrovirali generici nella lotta contro l’Hiv/Aids). Un altro aspetto certamente positivo riguarda l’impulso dato dall’India in questi anni ad una delle forme più perspicaci di soft power, consentendo a molti giovani africani di poter accedere a borse di studio, per corsi di formazione accademica e professionale, rilasciate dall’Indian Council of Cultural Relations. Ma è evidente che l’orizzonte indiano si sta sempre più espandendo anche attraverso i canali istituzionali della diplomazia.

Nel corso di un suo intervento al parlamento ugandese, nel luglio del 2018, il premier indiano Narendra Modi ha annunciato che entro il 2021 il suo governo aprirà 18 nuove sedi diplomatiche nel continente africano e precisamente in Burkina Faso, Camerun, Capo Verde, Ciad, Congo, Gibuti, Guinea equatoriale, Eritrea, Guinea, Guinea Bissau, Liberia, Mauritania, Rwanda, São Tomé e Principe, Sierra Leone, Somalia, Swaziland e Togo. Questa strategia dell’India, secondo paese più popoloso al mondo, serve certamente a consolidare relazioni più strette con i 54 Stati africani, consentendo a New Delhi di affermare quella che gli esperti di geopolitica internazionale ritengono possa essere un qualcosa di alternativo o complementare alla nuova via della Seta (Belt and Road Initiative - Bri) lanciata da Pechino. L’India, infatti, a livello internazionale, sta concentrando la sua cooperazione sul cosiddetto Corridoio di crescita Asia-Africa (Asia Africa Growth Corridor - Aagc), un accordo di partenariato sottoscritto col Giappone e diversi paesi africani. Si tratta di un piano strategico, annunciato nel maggio del 2017 e studiato da tre istituti asiatici — l’indiano Research and Information System for Developing Countries (Ris), il giapponese Institute of Developing Economies (Ide-Jetro) e l’indonesiano dall’Economic Research Institute for Asean and East Asia (Eria) — con l’obiettivo di sviluppare infrastrutture fisiche e digitali, nel perimetro di una regione Indo-Pacifico libera e aperta. A differenza della via della Seta, il Corridoio poggia soprattutto sui collegamenti marittimi, in particolare tra i porti di Jamnagar (India) e Gibuti, nell’omonimo Stato; tra quello indiano di Madurai e quelli di Mombasa (Kenya) e Zanzibar (Tanzania); tra quello di Calcutta e quello di Sittwe (Myanmar). È evidente che le scelte in materia di politica estera e di politica economica da parte dell’India si basano su una logica a geometria variabile, di conseguenza accanto a una postura geopolitica volta a contenere l’espansione della via della Seta, il Corridoio di crescita Asia-Africa non preclude una collaborazione di natura economica con la Cina. Naturalmente, questo indirizzo ha anche dei risvolti sul versante della cooperazione militare.

Proprio il 6 febbraio scorso, il ministro della difesa indiano Rajnath Singh, partecipando al vertice dei ministri della difesa India-Africa a Lucknow (capitale dello stato indiano dell’Uttar Pradesh), ha dichiarato che il suo governo è pronto ad innalzare gli impegni di difesa con i paesi africani amici. Nel corso del summit, tenutosi a margine del Salone DefExpo 2020, Singh ha spiegato che la cooperazione con l’Africa nel settore della difesa avverrà anche attraverso investimenti, joint venture per lo sviluppo di equipaggiamenti, software, difesa digitale, ricerca e sviluppo, fornitura di mezzi e materiali la difesa, ricambi e manutenzione. «L’India è in grado di fornire pattugliatori marittimi (OPV), motovedette, mezzi corazzati e veicoli, occhiali per la visione notturna (NVG), velivoli senza equipaggio (UAV), aerei, elicotteri, armi e munizioni alle controparti africane». L’India pertanto punta ad una maggiore penetrazione militare nel continente africano, in linea con gli altri due giganti dei Brics — la Cina e la Russia — che già da diverso tempo organizzano vertici con i capi di stato maggiore delle forze armate africane e i loro rispettivi ministri della difesa.

Ciò che comunque preoccupa maggiormente la società civile in Africa sono tre questioni. Anzitutto il tema dell’indebitamento. Secondo Masood Ahmed, presidente del gruppo di riflessione del Center for Global Development, solo con la Cina, dal 2000 ad oggi, sono 132 i miliardi di dollari che i paesi africani hanno preso in prestito e che devono cominciare a restituire; per non parlare poi di ciò che deve essere reso alla Banca Mondiale, al Club di Parigi e alle Banche regionali di sviluppo. Ecco che allora, l’ingresso dell’India nel mercato africano potrebbe acuire, secondo non pochi osservatori, la vexata quaestio dell’insolvenza. Inoltre, è evidente che la crescente cooperazione militare internazionale in Africa mostra come questo continente, per le sue immense ricchezze naturali e la sua collocazione strategica, divenga sempre più, nel perimetro del mondo globalizzato, la linea di faglia tra Oriente ed Occidente. A ciò si aggiunga l’impegno nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale. L’Africa sub-sahariana continua ad essere, ancora oggi, in assoluto, l’area geografica del mondo dove l’indigenza aumenta in modo preoccupante con 400 milioni di persone che sopravvivono ancora con meno di due dollari al giorno: in pratica, più del 40 per cento dei poveri a livello planetario si trova lì. La vera sfida per il consesso delle nazioni — dunque anche per l’India e il cartello dei Brics — sarà quella di affermare uno sviluppo sostenibile nella consapevolezza che, parafrasando il grande Nelson Mandela, «tutti sappiamo cosa deve essere fatto, finora ciò che è mancato è stata la volontà di farlo».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]