Tre personaggi del Vangelo in tempo di Coronavirus: la Samaritana

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Un nemico invisibile si aggira da qualche settimana nel nostro Paese. Attraversiamo dal di dentro della nostra vita il deserto della Quaresima, alla ricerca di acqua viva. Quaresima senza contatti ravvicinati. Quaresima in una quarantena che comprende anche lo stato d’animo. Quaresima senza Eucaristia.

Tre personaggi del Vangelo in tempo di Coronavirus:
la Samaritana

Un nemico invisibile si aggira da qualche settimana nel nostro Paese. Attraversiamo dal di dentro della nostra vita il deserto della Quaresima, alla ricerca di acqua viva. Quaresima senza contatti ravvicinati. Quaresima in una quarantena che comprende anche lo stato d’animo. Quaresima senza Eucaristia.

Eppure, anche questo tempo può diventare “momento favorevole” e occasione di grazia; siamo costretti a “stare in disparte”, ma ciò è quanto Gesù ha proposto a Pietro, Giacomo e Giovanni, conducendoli sul Monte Tabor. E se questo è l’ultimo Vangelo domenicale che abbiamo ascoltato, forse non è un caso. La Quaresima è tutto un invito a “fare deserto”, a fare più silenzio, a meditare la Parola, a digiunare da molte cose superflue e rumorose che affollano le nostre anime. È triste dover essere costretti a farlo, a causa di un virus, ma, tuttavia, possiamo provare a fare di questo “stare in disparte” un’occasione buona per fermarci dopo aver corso tanto, per fare silenzio dopo tanto rumore, per vivere insomma un tempo favorevole per la nostra vita.

Pero, in momenti di grande crisi, serve qualcuno che ci aiuti a interpretare ciò che viviamo, a ridimensionare la paura e a offrire un accompagnamento nella notte. Abbiamo bisogno di abbracciare la paura e di affrontare l’ansia che ci assale; abbiamo bisogno di parole di sostegno che in qualche modo ci prendano per mano e ci infondano sicurezza, pur dentro un deserto così arido; abbiamo bisogno non solo di rispettare le importanti norme igieniche e di sicurezza, ma di parole capaci di sostenerci psicologicamente e spiritualmente per poter affrontare questa battaglia con dignità.

Nasce da qui il desiderio di questo breve viaggio in tre “puntate”: tre personaggi del Vangelo che avremmo incontrato a Messa nelle ultime tre domeniche di Quaresima, dalle quali ci faremo accompagnare in tempo di coronavirus. Cos’hanno da dirci e come possono sostenere il nostro travaglio una donna samaritana, un cieco nato, e un morto bendato nel sepolcro come Lazzaro?
Incontriamo anzitutto una donna, che proviene da Samaria. Nei momenti difficili, spesso la resilienza delle donne brilla più di tutto e diventa una risorsa preziosa capace di rendere forti e caparbi anche nelle sfide più difficili. È così anche per questa donna di Samaria: quanto a caparbietà e “sfrontatezza” ne ha abbastanza da fronteggiare lo stesso Gesù che le parla.

Questa donna è simbolo di Israele e di ciascuno di noi. Ella vive un deserto interiore, un’aridità che la spinge verso traversate di chilometri alla ricerca di un pozzo, un’arsura che ha ormai avvolto la sfera del cuore sprofondandola nella solitudine nonostante cinque mariti, una sete di novità, di vita, di gioia, di sorgente che zampilli dentro e che, finalmente, alleggerisca le fatiche di un’esistenza ormai rinsecchita sotto il sole cocente di mezzogiorno.

E, nonostante ciò, la resilienza, la forza d’animo positiva, il coraggio di non arrendersi, la caparbietà nel portare con sé quella brocca da riempire ancora una volta, la tenacia di resistere al mezzogiorno di fuoco, e la dignità con la quale, interrogata da Gesù, tiene con Lui un dialogo fermo ed elegante.

È Gesù a chiederle da bere. Basta questo per scandalizzarsi, per comprendere almeno una volta la destabilizzazione che i Vangeli provocano ai nostri schemi. Lei era una donna e, per di più, una samaritana, cioè una straniera appartenente a un popolo nemico di Israele. Aveva avuto cinque compagni, e nessun marito. Così è Dio: noi lo abbiamo ingabbiato nelle regole, Lui condivide la stanchezza dell’uomo, si ferma al pozzo dove cerchiamo acqua per i nostri deserti, non giudica secondo le appartenenze, non fa il moralista. Tutto avviene al pozzo di Sichem, luogo di tante storie d’amore della Bibbia, luogo di incontro tra un Dio innamorato e una donna assetata.

Infine, la donna chiede dov’è che bisogna adorare Dio, su quale monte, in quale Tempio; Giudei e samaritani erano divisi anche da questo. E, Gesù, opera uno spostamento: il tempio vero è il cuore dell’uomo, dove puoi adorare Dio in spirito e verità, al di là dei luoghi fisici e del culto esteriore.

L’incontro di Gesù con la Samaritana, in tempi di coronavirus, ci insegna tre cose: la resilienza, l’attenzione allo straniero, la preghiera del cuore nella vita quotidiana.

La resilienza di questa donna ci dice che ogni situazione difficile può comunicarci qualcosa di importante, che ogni sete può farci giungere all’acqua viva, che ogni deserto è anche sempre desiderio di una sorgente più profonda. La resilienza, infatti, è la capacità di trasformare le ferite in feritoie, le crisi in opportunità. Essa non permette al male di farci ripiegare su noi stessi, ma si fa battaglia tenace per la difesa della vita. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di affrontare una sfida drammatica con quella sapienza che, oltre ogni scoraggiamento, ci renda capaci di lottare insieme per uscire dal pericolo.

Gesù parla con una straniera e viceversa. L’attenzione allo straniero è un’arte da imparare, ancora oggi. Quando si è stanchi e assetati, cadono le barriere. Ogni discriminazione, ogni muro reale o mentale che costruiamo, lascia il posto a una nuova pietà, a un sentirci accomunati dal dolore da cui scaturisce una nuova fraternità. Nella malattia e nella sofferenza non esistono più Nord e Sud, italiano o straniero e non esistono più neanche le liti di condominio: vogliamo uscirne e lo facciamo sviluppando una pietà nuova, che trasformerà il nostro modo di sentire e di vivere le relazioni.

Infine, al Tempio che era diventato motivo di divisione, Gesù preferisce quella preghiera che nasce dal cuore perché suggerita dallo Spirito. Gesù relativizza il Tempio costruito sulla pietra, per invitarci a coltivare una relazione personale e intima con Dio, che possa poi esprimersi nel culto comunitario e nelle Chiese. Abbiamo troppi cristiani rinchiusi nelle Chiese a celebrare belle liturgie, e forse pochi cristiani che portano Dio nelle case e nelle strade, che pregano nella vita quotidiana, che ascoltano la Parola di Dio, che costruiscono il Regno di Dio nella società. Avremo una Quaresima senza Eucaristia: non facciamone un dramma. La samaritana ci invita a correre per le strade, lasciando la brocca di certe sicurezze religiose, e magari scoprire un nuovo modo, personale, familiare e quotidiano, di vivere la nostra relazione con Dio.

Grazie donna samaritana, perché in tempo di deserto ci ricordi che l’acqua è preziosa e non è scontata.

Don Francesco Cosentino
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