Emergenza Coronavirus: necessario ripensare la sanità e la difesa. Intervista a Mao Valpiana

Immagine

Martedì 24 marzo 2020
La battaglia contro il terribile virus sarà lunga. Ieri, in Italia, il Commissario all’Emergenza, Borrelli, ha affermato che “i contagiati ufficiali a ieri sera erano 63 mila. Ma il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”. Ed è in questo quadro che si inserisce la richiesta del mondo del lavoro di chiudere la produzione di “beni non necessari” per garantire la salute dei lavoratori. [Testo di Pierluigi Mele e foto (
Rai News): il reparto di terapia intensiva dell’Ospedale papa Giovanni XXIII]

La battaglia contro il terribile virus sarà lunga. I dati diffusi dalla protezione Civile, ieri sera, fanno segnare un piccolo rallentamento. Ma, come ha affermato Borrelli, Commissario all’Emergenza, “i contagiati ufficiali a ieri sera erano 63 mila. Ma il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”. I 63 mila, quindi, sono la punta di un iceberg. La guardia deve restare alta. Gli esperti dicono che questa settimana sarà cruciale per capire se il rallentamento sarà “strutturale”. Quindi bisogna continuare, assolutamente, a rispettare le regole di sicurezza. Ed è in questo quadro che si inserisce la richiesta del mondo del lavoro di chiudere la produzione di “beni non necessari” per garantire la salute dei lavoratori. Ed è in questo filone, per la sicurezza nel lavoro, che si inserisce la richiesta della Campagna Sbilanciamoci!, Rete della Pace e la Rete Italiana per il Disarmo per l’immediato blocco in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma.

“È incomprensibile – scrivono nel loro comunicato – come sia considerato “strategico” e necessario continuare a far montare un’ala ad un cacciabombardiere o un cingolo ad un carro armato, con il rischio di far contagiare i lavoratori addetti a queste attività. Riteniamo inaccettabile chiedere ai lavoratori un sacrificio così alto per una produzione che, oggi, non ha nulla di strategico ed impellente e costituisce solamente un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti.

Non è in questione il funzionamento operativo del settore della Difesa nazionale in questo momento così delicato, funzionamento che deve essere sempre garantito nei limiti e nelle forme previste dalla nostra Costituzione e del nostro ordinamento.

 Il tema è perché si debbano tenere aperte fabbriche – in cui i lavoratori rischiano ogni giorno il contagio – che producono armi di cui oggi non abbiamo nessuna necessità, o che vengono vendute ad altri Paesi o – come nel caso degli F35 – che fanno parte di un Programma a lungo termine e che potrebbe senza problemi prendersi una pausa di qualche settimana (anche se va ricordato come le nostre organizzazioni da anni ne chiedano la chiusura a causa degli enormi costi, dei problemi tecnici e ritardi e dell’inutilità rispetto ad altri investimenti).

Per questo motivo chiediamo al Governo di rivedere subito l’elenco dei settori produttivi esclusi dal blocco, fermando il lavoro in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma, con la sola eccezione di quegli stabilimenti in grado di riconvertire la produzione di macchinari e forniture per rispondere ai bisogni del servizio del sistema sanitario”. In questa intervista a Mao Valpiana, Presidente nazionale del Movimento Nonviolento, associazione aderente a Rete Italiana Disarmo e Rete della Pace, approfondiamo l’argomento di una possibile riconversione della politica di difesa.

Mao Valpiana, stiamo vivendo giorni difficili a causa del virus COVID-19. Giorni che ci fanno riflettere su un possibile ripensamento delle nostre priorità. Quello che sta avvenendo è la riscoperta del valore immenso della salute e sanità pubblica. È così Valpiana?

Sì, ora che l’intero popolo italiano, e tutti gli europei, gli asiatici, e persino grande parte degli americani, sono in quarantena chiusi nelle loro case, grandi o piccole, ricche o povere, ognuno, singolarmente e collettivamente, si trova a confrontarsi con il primo valore assoluto: la propria salute. Domani, sarò sano o contagiato? Tutti, ma proprio tutti, capiscono che “quando c’è la salute, c’è tutto”. Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l’ONU, ci si rende conto che persino l’economia mondiale, viene dopo la salute individuale. È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l’abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre, chi ha i soldi se la compera, chi non li ha deve rinunciarci, capiscono il dramma che deriva da una pandemia che colpisce chiunque, ricco o povero, democratico o repubblicano, bianco o nero. Ecco, ora, finalmente e purtroppo, siamo davvero tutti uguali avanti al Virus.

Ma insieme a questo, voi come Rete italiana per il Disarmo, affermate che proprio questa crisi può portare ad una rimessa in discussione del concetto di difesa. In che senso?

Certo. Il punto è quello dell’idea di “difesa della Patria”, che la Costituzione, all’articolo 52, definisce come “sacro dovere” e la affida al “cittadino”. Quindi siamo noi cittadini, società civile, i veri difensori della Patria, non l’esercito. Da cui se ne deduce che la patria può (deve?) essere difesa non con le armi, ma con i valori costituzionali. Lo dicono anche alcune sentenze dalla Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato, della Cassazione, che hanno riconosciuto e parificato le forme di difesa armata e nonviolenta della patria. A quarantotto anni dalla Legge 772/72, che riconosceva la possibilità dell’obiezione di coscienza al servizio militare e la concessione della possibilità del “servizio civile sostitutivo”, ed a diciannove dalla Legge 64/2001 che istituiva il Servizio civile nazionale finalizzato a “concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari”, quattro anni fa il governo ha approvato, in via definitiva, il decreto legislativo che disciplina il Servizio civile universale relativo alla riforma del Terzo settore, come “progetto finalizzato alla difesa, non armata e nonviolenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica italiana, con azioni concrete per le comunità e per il territorio”. Ce n’è abbastanza per capire come il concetto di difesa oggi debba essere completamente ripensato, e l’emergenza sanitaria ce lo impone.

Questi sono i giorni del dolore e della cura. Ci hanno fatto conoscere ancora di più la grande bravura dei nostri medici e infermieri. Il nostro Sistema ha retto, ma ha anche evidenziato limiti (carenza di personale e macchinari). Segnalate la diminuzione della spesa sanitaria. Quali sono i numeri?

Il valore e l’abnegazione di medici, infermieri, e tutto il personale sanitario (anche di chi sanifica e pulisce ospedali e camere dei pazienti, anche dei portantini, anche di chi lava lenzuola e camici), è fuori discussione. La spesa sanitaria ha subìto una contrazione complessiva rispetto al PIL passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato invece un balzo avanti negli ultimi 15 anni con un dato complessivo passato dall’1,25% rispetto al PIL del 2006 fino a circa l’1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni (a partire in particolare dal 2008 e con una punta massima dell’1,46% nel 2013). Nel settore sanitario sono stati tagliati oltre 43.000 posti di lavoro e in dieci anni si è avuto un definanziamento complessivo di 37 miliardi con numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali sceso al 3,2 nel 2017 (la media europea è del 5). Le drammatiche notizie delle ultime settimane dimostrano come non siano le armi e gli strumenti militari a garantire davvero la nostra sicurezza, promossa e realizzata invece da tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’ambiente (per il quale l’Italia alloca solamente lo 0,7% del proprio bilancio spendendone poi effettivamente solo la metà).

Puntate il dito anche sulle spese militari. Non è un po’ troppo meccanicistico? 

No, è come l’esempio classico della coperta. Se la tiri da una parte, si accorcia dall’altra. Senza dimenticare che l’impatto di questa epidemia è reso ancora più devastante dal continuo e recente indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari e dell’industria degli armamenti. Non siamo cosi sprovveduti da pensare che tutti i problemi sanitari dell’Italia si possano risolvere con una riduzione della spesa militare (anche per il diverso ordine di grandezza: 5 a 1), ma è del tutto evidente che una parte della soluzione potrebbe risiedere proprio nel trasferimento di risorse dal campo degli eserciti e delle armi a quello del sistema sanitario e delle cure mediche, tenendo conto che le tendenze degli ultimi anni dimostrano una strada diametralmente opposta.

Pensate che le spese militari aumenteranno a scapito degli investimenti in favore della salute?

Il nostro impegno, da anni, è quello per una riduzione drastica delle spese militari, a favore di quelle sociali. Questo è l’obiettivo politico principale della nostra Campagna per la “Difesa civile, non armata e nonviolenta”. Quando diciamo “Un’altra difesa è possibile”, vogliamo di invertire la rotta.

L’unica difesa legittima è quella nonviolenta. Ci occupiamo da anni di sottolineare la problematicità e gli sprechi delle spese militari, che drenano molte risorse del nostro Paese verso strutture incapaci di risolvere i conflitti a livello internazionale. Non è però solo un problema di fondi ma di impostazione generale ed è ora quindi che il nostro Paese, con una scelta coraggiosa ed innovativa, si doti di strumenti migliori per affrontare le problematiche mondiali del nostro tempo. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi”.

Quali sono i progetti di difesa, i sistemi d’arma che possono essere abbandonati e riconvertiti?

Oggi è evidente a tutti. Abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando in caserme. Ci sono fabbriche, come a Cameri in provincia di Novara, che producono armi di cui oggi non abbiamo nessuna necessità, o che vengono vendute ad altri Paesi o – come nel caso degli F35 – che fanno parte di un Programma a lungo termine e che potrebbe senza problemi prendersi una pausa di qualche settimana (anche se va ricordato come le nostre organizzazioni da anni ne chiedano la chiusura a causa degli enormi costi, dei problemi tecnici e ritardi e dell’inutilità rispetto ad altri investimenti). L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).
Quindi proponete una riconversione integrale della nostra economia. Ma è realistica?

Non solo è realistica, ma è assolutamente necessaria, e sarà l’unico modo per riprendere quando usciremo dall’emergenza. Da un’economia di guerra, ad un’economia di pace.
[
Pierluigi Mele - Confini, Rai News]