Giovedì 30 aprile 2020
«Le parole della vocazione» è il tema della 57ªGiornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che si celebra il 3 maggio prossimo, quarta Domenica di Pasqua. Le parole che il Papa Francesco sottolinea nel suo messaggio sono gratitudine, coraggio, fatica, e lode. Al centro, la pagina del Vangelo in cui Gesù cammina sulle acque in tempesta e a un suo ordine
il vento cessa e le onde si placano”.

Papa Francesco:
nell’avventura della vita non siamo soli,
Gesù ci tende la mano

L’immagine della traversata sul lago di Tiberiade in tempesta, dopo che Gesù aveva ordinato ai suoi di salire sulla barca e di precederlo sull’altra riva, “evoca in qualche modo il viaggio della nostra esistenza”, scrive Francesco nel Messaggio in occasione della 57.esima Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni del 3 maggio prossimo. E spiega:

La barca della nostra vita, infatti, avanza lentamente, sempre inquieta perché alla ricerca di un approdo felice, pronta ad affrontare i rischi e le opportunità del mare, ma anche desiderosa di ricevere dal timoniere una virata che conduca finalmente verso la giusta rotta. Talvolta, però, le può capitare di smarrirsi, di lasciarsi abbagliare dalle illusioni invece che seguire il faro luminoso che la conduce al porto sicuro, o di essere sfidata dai venti contrari delle difficoltà, dei dubbi e delle paure.

La paura di non farcela

E’ l’esperienza degli stessi discepoli quando per seguire Gesù devono decidersi ad abbandonare le proprie sicurezze e intraprendere la traversata. Non è una decisione facile perché “arriva la notte, soffia il vento contrario” e si fa sentire “la paura di non farcela e di non essere all’altezza della chiamata”. Ma come dice il Vangelo, in questo viaggio non siamo soli. Il Signore raggiunge i discepoli, “sale sulla barca e fa cessare il vento”. Per questo la prima parola scelta da Papa Francesco è gratitudine e scrive:

La realizzazione di noi stessi e dei nostri progetti di vita non è il risultato matematico di ciò che decidiamo dentro un “io” isolato; al contrario, è prima di tutto la risposta a una chiamata che ci viene dall’Alto. È il Signore che ci indica la riva verso cui andare e che, prima ancora, ci dona il coraggio di salire sulla barca; è Lui che, mentre ci chiama, si fa anche nostro timoniere per accompagnarci.

I fantasmi dentro il nostro cuore

La prima reazione dei discepoli sulla barca, quando Gesù va loro incontro, è la paura, prosegue il Papa, pensano si tratti di un fantasma, ma Gesù li esorta ad avere "coraggio". E’ la seconda parola delle vocazioni e il Papa spiega che quello che ci paralizza spesso sono proprio i fantasmi dentro di noi. E fa un esempio:

Quando siamo chiamati a lasciare la nostra riva sicura e abbracciare uno stato di vita – come il matrimonio, il sacerdozio ordinato, la vita consacrata – la prima reazione è spesso rappresentata dal “fantasma dell’incredulità”: non è possibile che questa vocazione sia per me; si tratta davvero della strada giusta? Il Signore chiede questo proprio a me?

Così ci facciamo prendere da “giustificazioni” e “calcoli che ci fanno perdere lo slancio”, pensiamo di esserci sbagliati. “Sposarsi o consacrarsi in modo speciale al suo servizio richiede coraggio”, scrive Francesco e il Signore lo sa. Per questo ci dice: “Non avere paura, io sono con te!”.

Tenere lo sguardo su Gesù

“Ogni vocazione comporta un impegno”, scrive ancora Francesco, ecco quindi la terza parola, "fatica". Ma, avverte: “Se ci lasciamo travolgere dal pensiero delle responsabilità” o delle possibili future difficoltà, allora “rischieremo di affondare”. Tenendo, invece, lo sguardo su Gesù, possiamo andare avanti:

Lui infatti ci tende la mano quando per stanchezza o per paura rischiamo di affondare, e ci dona lo slancio necessario per vivere la nostra vocazione con gioia ed entusiasmo.

Conosco la vostra fatica

Il Papa ritorna all’immagine di Gesù in mezzo alla tempesta per ribadire che anche “nella nostra vita e nei tumulti della storia”, il Signore opera e ci salva e prosegue:

Penso a coloro che assumono importanti compiti nella società civile, agli sposi che non a caso mi piace definire “i coraggiosi”, e specialmente a coloro che abbracciano la vita consacrata e il sacerdozio. Conosco la vostra fatica, le solitudini che a volte appesantiscono il cuore, il rischio dell’abitudine che pian piano spegne il fuoco ardente della chiamata, il fardello dell’incertezza e della precarietà dei nostri tempi, la paura del futuro. Coraggio, non abbiate paura! 

La lode a Dio perchè Lui ci salva

Gesù tende la sua mano e ci salva. La quarta e ultima parola 'lode' ne è allora una conseguenza. Un atteggiamento di cui ci è maestra Maria, che “grata per lo sguardo di Dio” su di lei, vivendo di sola fede “ha fatto della sua vita un eterno canto di lode al Signore”. Francesco conclude invitando tutta la Chiesa a compiere questo stesso cammino perché ognuno di noi possa scoprire e accettare la chiamata di Dio, e “offrire la propria vita come cantico di lode per Dio, per i fratelli e per il mondo intero”.
[Adriana Masotti – VaticanNews]

Giornata vocazioni, il Papa:
«Coraggio, anche quando il mare è in tempesta»

“Le parole della vocazione”: questo il tema della 57ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, il 3 maggio, in vista della quale la Santa Sede ha diffuso oggi il messaggio di Papa Francesco. Al centro, il brano del Vangelo di Matteo che racconta della notte di tempesta sul lago di Tiberiade. «La barca della nostra vita avanza lentamente – scrive Francesco -, sempre inquieta perché alla ricerca di un approdo felice, pronta ad affrontare i rischi e le opportunità del mare ma anche desiderosa di ricevere dal timoniere una virata che conduca finalmente verso la giusta rotta». A volte però, riconosce, «le può capitare di smarrirsi  o di essere sfidata dai venti contrari delle difficoltà, dei dubbi e delle paure. Succede così anche nel cuore dei discepoli, i quali, chiamati a seguire il Maestro di Nazaret, devono decidersi a passare all’altra riva, scegliendo con coraggio di abbandonare le proprie sicurezze e di mettersi alla sequela del Signore».

Si tratta di un’avventura che «non è pacifica: arriva la notte, soffia il vento contrario, la barca è sballottata dalle onde, e la paura di non farcela e di non essere all’altezza della chiamata rischia di sovrastarli». Eppure, assicura il Papa, il Vangelo ci dice che «non siamo soli- Il Signore, quasi forzando l’aurora nel cuore della notte, cammina sulle acque agitate e raggiunge i discepoli, invita Pietro ad andargli incontro sulle onde, lo salva quando lo vede affondare, e infine sale sulla barca e fa cessare il vento». Proprio per questo, «gratitudine» è la prima parola della vocazione, perché «navigare verso la rotta giusta non è un compito affidato solo ai nostri sforzi, né dipende solo dai percorsi che scegliamo di fare». Nelle parole di Francesco, «è prima di tutto la risposta a una chiamata che ci viene dall’Alto. È il Signore che ci indica la riva verso cui andare e che, prima ancora, ci dona il coraggio di salire sulla barca». E, mentre ci chiama, «si fa anche nostro timoniere per accompagnarci, mostrarci la direzione e renderci capaci perfino di camminare sulle acque agitate. Ogni vocazione nasce da quello sguardo amorevole con cui il Signore ci è venuto incontro, magari proprio mentre la nostra barca era in preda alla tempesta».

Per il pontefice, a impedirci di camminare sono spesso «i fantasmi che si agitano nel nostro cuore». Di qui la necessità del «coraggio» come «una delle parole-chiave per capire qual è il posto che Dio ci assegna nella vita».  Combattendo, anzitutto, il «fantasma dell’incredulità»: «Quando siamo chiamati a lasciare la nostra riva sicura e abbracciare uno stato di vita, via via, crescono in noi tutte quelle considerazioni, quelle giustificazioni e quei calcoli che ci fanno perdere lo slancio, ci confondono e ci lasciano paralizzati sulla riva di partenza: crediamo di aver preso un abbaglio, di non essere all’altezza». Ma il Signore, rassicura Bergoglio, «sa che una scelta fondamentale di vita richiede coraggio. Conosce le domande, i dubbi e le difficoltà che agitano la barca del nostro cuore, e perciò ci rassicura: “Non avere paura, io sono con te!”. La fede nella sua presenza che ci viene incontro e ci accompagna, anche quando il mare è in tempesta – le parole del Papa -, ci libera da quell’accidia che ho già avuto modo di definire “tristezza dolciastra”, cioè quello scoraggiamento interiore che ci blocca e non ci permette di gustare la bellezza della vocazione».

Altro rischio da cui Francesco mette in guardia è quello di lasciarsi travolgere «dal pensiero delle responsabilità che ci attendono – nella vita matrimoniale o nel ministero sacerdotale – o delle avversità che si presenteranno»; se avverà, «distoglieremo presto lo sguardo da Gesù e, come Pietro, rischieremo di affondare. Al contrario, pur nelle nostre fragilità e povertà – prosegue -, la fede ci permette di camminare incontro al Signore Risorto e di vincere anche le tempeste». Parole, quelle del pontefice, che sembrano riferirsi anche, indirettamente, all’emergenza sanitaria in corso per la pandemia di coronavirus. Il Risorto, si legge nel messaggio, «ci tende la mano quando per stanchezza o per paura rischiamo di affondare, e ci dona lo slancio necessario per vivere la nostra vocazione con gioia ed entusiasmo». Poi «quando Gesù sale sulla barca, il vento cessa e le onde si placano. È una bella immagine di ciò che il Signore opera nella nostra vita e nei tumulti della storia, specialmente quando siamo nella tempesta – commenta il pontefice: Egli comanda ai venti contrari di tacere, e le forze del male, della paura, della rassegnazione non hanno più potere su di noi».

Questi venti, riconosce Francesco, «nella specifica vocazione che siamo chiamati a vivere, possono sfiancarci». E il pensiero va «a coloro che assumono importanti compiti nella società civile, agli sposi che non a caso mi piace definire “i coraggiosi”, e specialmente a coloro che abbracciano la vita consacrata e il sacerdozio. Conosco la vostra fatica, le solitudini che a volte appesantiscono il cuore, il rischio dell’abitudine che pian piano spegne il fuoco ardente della chiamata, il fardello dell’incertezza e della precarietà dei nostri tempi, la paura del futuro. Coraggio, non abbiate paura! – è l’invito del Papa -. Gesù è accanto a noi e, se lo riconosciamo come unico Signore della nostra vita, Egli ci tende la mano e ci afferra per salvarci. E allora, pur in mezzo alle onde, la nostra vita si apre alla lode». [RomaSette]

Pubblichiamo di seguito il testo del messaggio scritto per l’occasione da Papa Francesco.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 57ª GIORNATA MONDIALE
DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

(3 maggio 2020)

Le parole della vocazione

Cari fratelli e sorelle!
Il 4 agosto dello scorso anno, nel 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, ho voluto offrire una Lettera ai sacerdoti, che ogni giorno spendono la vita per la chiamata che il Signore ha rivolto loro, al servizio del Popolo di Dio.

In quell’occasione, ho scelto quattro parole-chiave – dolore, gratitudine, coraggio e lode – per ringraziare i sacerdoti e sostenere il loro ministero. Ritengo che oggi, in questa 57ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, quelle parole si possano riprendere e rivolgere a tutto il Popolo di Dio, sullo sfondo di un brano evangelico che ci racconta la singolare esperienza capitata a Gesù e Pietro durante una notte di tempesta sul lago di Tiberiade (cfr Mt 14,22-33).

Dopo la moltiplicazione dei pani, che aveva entusiasmato la folla, Gesù ordina ai suoi di salire sulla barca e di precederlo all’altra riva, mentre Egli avrebbe congedato la gente. L’immagine di questa traversata sul lago evoca in qualche modo il viaggio della nostra esistenza. La barca della nostra vita, infatti, avanza lentamente, sempre inquieta perché alla ricerca di un approdo felice, pronta ad affrontare i rischi e le opportunità del mare, ma anche desiderosa di ricevere dal timoniere una virata che conduca finalmente verso la giusta rotta. Talvolta, però, le può capitare di smarrirsi, di lasciarsi abbagliare dalle illusioni invece che seguire il faro luminoso che la conduce al porto sicuro, o di essere sfidata dai venti contrari delle difficoltà, dei dubbi e delle paure.

Succede così anche nel cuore dei discepoli, i quali, chiamati a seguire il Maestro di Nazaret, devono decidersi a passare all’altra riva, scegliendo con coraggio di abbandonare le proprie sicurezze e di mettersi alla sequela del Signore. Questa avventura non è pacifica: arriva la notte, soffia il vento contrario, la barca è sballottata dalle onde, e la paura di non farcela e di non essere all’altezza della chiamata rischia di sovrastarli.

Il Vangelo ci dice, però, che nell’avventura di questo non facile viaggio non siamo soli. Il Signore, quasi forzando l’aurora nel cuore della notte, cammina sulle acque agitate e raggiunge i discepoli, invita Pietro ad andargli incontro sulle onde, lo salva quando lo vede affondare, e infine sale sulla barca e fa cessare il vento.

La prima parola della vocazione, allora, è gratitudine. Navigare verso la rotta giusta non è un compito affidato solo ai nostri sforzi, né dipende solo dai percorsi che scegliamo di fare. La realizzazione di noi stessi e dei nostri progetti di vita non è il risultato matematico di ciò che decidiamo dentro un “io” isolato; al contrario, è prima di tutto la risposta a una chiamata che ci viene dall’Alto. È il Signore che ci indica la riva verso cui andare e che, prima ancora, ci dona il coraggio di salire sulla barca; è Lui che, mentre ci chiama, si fa anche nostro timoniere per accompagnarci, mostrarci la direzione, impedire che ci incagliamo negli scogli dell’indecisione e renderci capaci perfino di camminare sulle acque agitate.

Ogni vocazione nasce da quello sguardo amorevole con cui il Signore ci è venuto incontro, magari proprio mentre la nostra barca era in preda alla tempesta. «Più che una nostra scelta, è la risposta alla chiamata gratuita del Signore» (Lettera ai sacerdoti, 4 agosto 2019); perciò, riusciremo a scoprirla e abbracciarla quando il nostro cuore si aprirà alla gratitudine e saprà cogliere il passaggio di Dio nella nostra vita.

Quando i discepoli vedono Gesù avvicinarsi camminando sulle acque, inizialmente pensano che si tratti di un fantasma e hanno paura. Ma subito Gesù li rassicura con una parola che deve sempre accompagnare la nostra vita e il nostro cammino vocazionale: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (v. 27). Proprio questa è la seconda parola che vorrei consegnarvi: coraggio.

Ciò che spesso ci impedisce di camminare, di crescere, di scegliere la strada che il Signore traccia per noi sono i fantasmi che si agitano nel nostro cuore. Quando siamo chiamati a lasciare la nostra riva sicura e abbracciare uno stato di vita – come il matrimonio, il sacerdozio ordinato, la vita consacrata –, la prima reazione è spesso rappresentata dal “fantasma dell’incredulità”: non è possibile che questa vocazione sia per me; si tratta davvero della strada giusta? Il Signore chiede questo proprio a me?

E, via via, crescono in noi tutte quelle considerazioni, quelle giustificazioni e quei calcoli che ci fanno perdere lo slancio, ci confondono e ci lasciano paralizzati sulla riva di partenza: crediamo di aver preso un abbaglio, di non essere all’altezza, di aver semplicemente visto un fantasma da scacciare.

Il Signore sa che una scelta fondamentale di vita – come quella di sposarsi o consacrarsi in modo speciale al suo servizio – richiede coraggio. Egli conosce le domande, i dubbi e le difficoltà che agitano la barca del nostro cuore, e perciò ci rassicura: “Non avere paura, io sono con te!”. La fede nella sua presenza che ci viene incontro e ci accompagna, anche quando il mare è in tempesta, ci libera da quell’accidia che ho già avuto modo di definire «tristezza dolciastra» (Lettera ai sacerdoti, 4 agosto 2019), cioè quello scoraggiamento interiore che ci blocca e non ci permette di gustare la bellezza della vocazione.

Nella Lettera ai sacerdoti ho parlato anche del dolore, ma qui vorrei tradurre diversamente questa parola e riferirmi alla fatica. Ogni vocazione comporta un impegno. Il Signore ci chiama perché vuole renderci come Pietro, capaci di “camminare sulle acque”, cioè di prendere in mano la nostra vita per metterla al servizio del Vangelo, nei modi concreti e quotidiani che Egli ci indica, e specialmente nelle diverse forme di vocazione laicale, presbiterale e di vita consacrata. Ma noi assomigliamo all’Apostolo: abbiamo desiderio e slancio, però, nello stesso tempo, siamo segnati da debolezze e timori.

Se ci lasciamo travolgere dal pensiero delle responsabilità che ci attendono – nella vita matrimoniale o nel ministero sacerdotale – o delle avversità che si presenteranno, allora distoglieremo presto lo sguardo da Gesù e, come Pietro, rischieremo di affondare. Al contrario, pur nelle nostre fragilità e povertà, la fede ci permette di camminare incontro al Signore Risorto e di vincere anche le tempeste. Lui infatti ci tende la mano quando per stanchezza o per paura rischiamo di affondare, e ci dona lo slancio necessario per vivere la nostra vocazione con gioia ed entusiasmo.

Infine, quando Gesù sale sulla barca, il vento cessa e le onde si placano. È una bella immagine di ciò che il Signore opera nella nostra vita e nei tumulti della storia,specialmente quando siamo nella tempesta: Egli comanda ai venti contrari di tacere, e le forze del male, della paura, della rassegnazione non hanno più potere su di noi.

Nella specifica vocazione che siamo chiamati a vivere, questi venti possono sfiancarci. Penso a coloro che assumono importanti compiti nella società civile, agli sposi che non a caso mi piace definire “i coraggiosi”, e specialmente a coloro che abbracciano la vita consacrata e il sacerdozio. Conosco la vostra fatica, le solitudini che a volte appesantiscono il cuore, il rischio dell’abitudine che pian piano spegne il fuoco ardente della chiamata, il fardello dell’incertezza e della precarietà dei nostri tempi, la paura del futuro. Coraggio, non abbiate paura! Gesù è accanto a noi e, se lo riconosciamo come unico Signore della nostra vita, Egli ci tende la mano e ci afferra per salvarci.

E allora, pur in mezzo alle onde, la nostra vita si apre alla lode. È questa l’ultima parola della vocazione, e vuole essere anche l’invito a coltivare l’atteggiamento interiore di Maria Santissima: grata per lo sguardo di Dio che si è posato su di lei, consegnando nella fede le paure e i turbamenti, abbracciando con coraggio la chiamata, Ella ha fatto della sua vita un eterno canto di lode al Signore.

Carissimi, specialmente in questa Giornata, ma anche nell’ordinaria azione pastorale delle nostre comunità, desidero che la Chiesa percorra questo cammino al servizio delle vocazioni, aprendo brecce nel cuore di ogni fedele, perché ciascuno possa scoprire con gratitudine la chiamata che Dio gli rivolge, trovare il coraggio di dire “sì”, vincere la fatica nella fede in Cristo e, infine, offrire la propria vita come cantico di lode per Dio, per i fratelli e per il mondo intero. La Vergine Maria ci accompagni e interceda per noi.

Roma, San Giovanni in Laterano, 8 marzo 2020, II Domenica di Quaresima
Francesco