Martedì 14 aprile 2020
Padre Gian Luigi Consonni ci offre qui una riflessione teologica sull’Esortazione Apostolica post-sinodale “Querida Amazonia” del Santo Padre Francesco al popolo di Dio e a tutte le persone di buona volontà. Il Papa imposta il documento nell’orizzonte del sogno da realizzare nell’ambito sociale, culturale, ecologico ed ecclesiale. Sinteticamente espone per ogni ambito le maggiori sfide all’evangelizzazione (QA, 7). Nel sociale: i diritti dei più poveri, l’ascolto della loro voce e la promozione della loro dignità; nel culturale: la difesa della ricchezza culturale e la varietà di forme della bellezza umana; nell’ecologico: la custodia gelosa dell’irresistibile bellezza naturale; nell’ecclesiale: la capacità delle comunità cristiane di impegnarsi per donate alla Chiesa nuovi volti di integrazione alla loro realtà. (Foto: REPAM)

QUERIDA AMAZONIA
UNA LETTURA TEOLOGICA DEL TESTO DI PAPA FRANCESCO
Padre Gian Luigi Consonni

INTRODUZIONE

Alla domanda: Chi è Dio? Il catechismo risponde “l’essere perfettissimo creatore e Signore del cielo e della terra” al quale si attribuisce la condizione di persona. Ma persone sono anche il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Già a quei tempi, coloro che elaborarono il sistema trinitario ammisero che il termine “persona” non è adeguato. Tuttavia, non trovarono di meglio se non il ben noto rompicapo del Dio Uno e Trino che la gente comune ritiene inutile indagare relegandolo nell’ambito del mistero, lasciando agli specialisti la spiegazione.

Quale lettore di teologia con particolare attenzione all’escatologia, mi azzardo nella riflessione riguardo al termine Dio nel distinguere (non separare) D-io:

  • D è “la natura primordiale” il “mistero di salvezza” trascendente, sempre Altro e Oltre a ogni conoscenza e considerazione umana.
  • io è il proprio della persona quale “natura conseguente” (Alfred North Whiterhead, citato da J. Moltmann in L’avvento di Dio), coinvolta nel “mistero dell’iniquità” per la nota vicenda dei progenitori con l’astuto serpente.

Ebbene, con l’incarnazione “il Verbo – D – si è fatto carne” assume “la natura conseguente” nella dinamica trinitaria – “la natura primordiale” –, la cui essenza ed esistenza è l’amore, la realtà di Dio. Quest’ ultima responsabilizza la libertà dell’io di Gesù uomo – “la natura conseguente” – realtà della persona. Pertanto, “Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv 4,16).

È così attivata la circolarità fra le due “nature” per la quale, paradossalmente, l’umano diventa sempre più umano e il divino sempre più divino per la “natura conseguente” [non per la “natura primordiale” ovviamente] nella simbiosi per la quale la crescente distinzione tra l’umano e il divino rafforza la comunione in virtù dell’amore.

Specificamente è il processo della spirale in continua espansione che coinvolge tutti e tutti nella dinamica senza fine. Quindi si può intuire cosa c’è dietro l’affermazione di Paolo riguardo all’intervento ultimo e definitivo della Trinità per il quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28) alla fine dei tempi.

A questa realtà bene si associa il pensiero di Teilhard de Chardin per il quale “L’universo non tende a svilupparsi dal basso al basso, con un multiplo di materia disorganizzata, ma tende verso l’Alto, per mezzo dello Spirito. La storia del mondo è la storia della spiritualizzazione della Natura che, appena arrivata al grado umano, aspira all’Assoluto, a una vittoria definitiva su ciò che è multiplo, il tempo e la morte.

Questa Vittoria non può essere che un prodigio dell’Amore, perché in un Universo Pensante orientato verso la persona, è l’amore che diventa la stoffa dell’energia umana. L’amore è la sola forza d’attrazione spirituale capace di preservare la libertà degli altri, salvando l’originalità dell’Ego pur obbligandolo sempre a sorpassare sé stesso. L’amore è il Supremo Sole Cosmico di un Universo personalizzato.

Qui Teilhard de Chardin si congiunge con Dante nel famoso finale della Divina Commedia: L’amor che muove il Sole e le Stelle” (1).

Può sembrare strano che la “natura conseguente” arricchisca Dio. Ma come può stabilirsi l’amore nel rapporto fra una parte – D – che riceve niente perché perfettissima e l’altra – io – che, al contrario, riceve tutto? Sarebbe possibile considerando il rapporto simbiotico tra le due nature sul tipo di quello dell’amante con l’amato nell’amore crescendo nelle rispettive diversità: D-io è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”? (1Gv 4,16).

IL QUADRO TEOLOGICO GENERALE

Gesù inizia la missione nella sinagoga di Nazaret dove espone il suo programma: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”. Cita il brano di Is 61,1-2 e intenzionalmente omette l’espressione “il giorno di vendetta per il nostro Dio” suscitando stupore e la massima attenzione “gli occhi di tutti erano fissi su di lui”.

Ma l’intervento precipita immediatamente a suo sfavore nell’affermare: “Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato”. Avesse detto non “oggi”, ma che si compirà alla fine dei tempi con l’arrivo del Messia e non aggravasse la situazione nei suoi confronti con quello che segue – il riferimento alla vedova di Serepta e a Naamàn, il Siro – avrebbe evitato la reazione degli uditori di condurlo sull’orlo del precipizio per gettarlo giù.

Con il suo intervento Gesù annuncia l’evento escatologico “oggi”; evento che gira sotto sopra la “frittata” teologica consolidata dalla tradizione (con la t minuscola). Ciò perché Dio in Lui “ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandati i ricci a mani vuote…” (Lc 1, 51-55).

Nel documento del Papa è questo “oggi” escatologico da prendere in considerazione, come evento penultimo per l’evolversi delle vicende individuali e sociali. Evento puntuale, non definitivo ovviamente, e tuttavia anticipo e tensione verso l’evento escatologico futuro con il “ritorno” del Risorto alla fine dei tempi “perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28) Nell'evento definitivo si manifesterà la portata dell’intuizione di Teilhard de Chardin rapportata alla gloria di Dio, festa della gioia eterna, che il vangelo descrive come un banchetto di nozze nel rilevare che “Il ridere dell’universo è l’estasi di Dio”, secondo la suggestiva espressione di J. Moltamann. (2)

È bene specificare che l’“oggi” dell’evento escatologico non declina solo il rapporto tra “il già e il non ancora” inquadrato nel tempo cronologico. Ma anche il contrario “il non ancora nel già” – suffragato sul versante scientifico dal principio ologrammatico di Edgar Morin: “Non solo la parte è nel tutto, ma il tutto nella parte” e, sul lato teologico, dall’affermazione di Paolo: “È In lui – Gesù Cristo – che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui” (Col 2,9-10).

Nel credente il “tutto” o “la pienezza della divinità” è percepito nell’attimo che lo coinvolge nel mistero dell’amore di Dio. Attimo che sparisce come il bagliore del fulmine nel buio che tutto illumina e la cui memoria è incancellabile e vivo, pur nello scorrere del tempo cronologico, per l’intensità e la caratteristica propria del “tutto” o “la pienezza della divinità”. È questa esperienza che rende i credenti “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15), la speranza dell’ultimo e definitivo, il compimento della Promessa.

LA TEOLOGIA LATINO AMERICANA (TdL)

Nella prima edizione del 1972 della “Teologìa de la liberaciòn perspectivas” di Gustavo Gutierrez, all’inizio l’autore trascrive dal libro: “Todas las sangres” di Josè Marìa Arguedas – un grande della letteratura peruviana - il dialogo tra il sacrestano e il prete in occasione della grande festa del giorno dopo.

Il prete chiede al sacrestano che il giorno dopo canti nella messa “perché la messa sarà più grande con te” e questi risponde non avere le condizioni “Sono bruciato, Padre. La mia Chiesa dentro del mio petto brucia. Come posso cantare? La Gertrude come un angelo canta”. Riprende il prete “la Gertrude non pensa in Dio; sì, canta triste, perché è deforme”. Risponde il sacrestano “Padre; tu non capisci l’anima degli indios. La Gertrude, quantunque non conosca Dio, è di Dio. Chi, altrimenti, gli ha dato quella voce che purifica il peccato? Consola il triste, fa pensare al contento; toglie dal sangue ogni sporcizia”. Il prete “Bene testone, non posso obbligarti. Questa ‘Kurku’, deforme ha qualcosa, qualcosa di strano, di doloroso”. Il sacrestano “in lei c’è Dio. Ella ha sofferto molto dai signori. Il Dio dei signori non è lo stesso. Fa soffrire senza consolazione”

Il sacrestano racconta che ancora ragazzo, prima dell’invasione dell’attività mineraria che ha messo tutto sotto sopra, Dio ha manifestato la sua presenza nel povero – un ragazzo – arrivato nella comunità di san Pietro giallastro, cencioso, incurvato, in abiti dimessi, neanche con il berretto. È ripartito ritto, fermo, aquila, con gli stessi abiti “però nel suo occhio c’era Dio … Il sacerdote incalza: Quale Dio? Come lo sai? Risponde: Dio è speranza, Dio è allegria, Dio è animo. (...). Da san Pietro se ne è andato, credo per sempre”.

Riprende il sacerdote: “Anche tu figlio non sei un cristiano vero, Tanti anni come sacrestano! Tu pensi come lo stregone. Dio è in ogni parte… Il vecchio sacrestano muoveva negativamente la testa “C’era Dio nel petto di chi rompeva il corpo dell’innocente maestro Bellido? Dio è nel corpo degli ingegneri (minerari) che stanno ammazzando ‘la Esmeralda”? (il territorio) È nell’autorità che ha tolto ai proprietari il coltivo dove giocava la Vergine con il suo Figlio durante il raccolto? Non farmi piangere, Padre. Anch’io sono come un morto vagando (…) nella Gertrude c’è Dio, cantando”; in Bruno combatte Dio con il demonio; per me non c’è consolazione, ci nessuno”.

Quando si parla di Dio, concretamente di chi si sta parlando? Del Dio del sacerdote, del teologo?; del povero ridotto agli estremi? ; della deforme Gertrude il cui canto purifica?; di Bruno, comproprietario della miniera, succube della passione al punto da violentare Gertrude?; del sacrestano senza consolazione alcuna? … o? Tutti credono in Dio … ma quale Dio?

Questo per dire che la riflessione su Dio è atto secondo. Il primo atto è la pratica, le opere, nel contesto e nella situazione concreta, caratterizzata dai “segni dei tempi” sociali, quali la globalizzazione, la tecnologia, l’economia, la politica, il nuovo che continuamente emerge, ecc. Essi sono di per sé ambigui per il loro potere costruttivo, edificante, ma anche distruttivo e devastante.

L’atto secondo attinge dal patrimonio teologico, dal deposito della fede della Chiesa, che motiva e sostiene la riflessione teologica per discernere i “segni dei tempi” teologici attinenti alla causa del Regno nel selezionare quello in sintonia da quello che non lo è.

A questo riguardo Gesù afferma: “anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre” (Gv10,38).  Le opere sono l'ambito dove emerge la presenza del Dio della vita, il Dio delle Gertrude, del povero che “consola il triste, fa pensare al contento; toglie dal sangue ogni sporcizia”.

IL DOCUMENTO DEL PAPA

Il Papa imposta il documento nell’orizzonte del sogno da realizzare nell’ambito sociale, culturale, ecologico ed ecclesiale. Sinteticamente espone per ogni ambito le maggiori sfide all’evangelizzazione (7):

  • Nel sociale: i diritti dei più poveri, l’ascolto della loro voce e la promozione della loro dignità.
  • Nel culturale: la difesa della ricchezza culturale e la varietà di forme della bellezza umana.
  • Nell’ecologico: la custodia gelosa dell’irresistibile bellezza naturale.
  • Nell’ecclesiale: la capacità delle comunità cristiane di impegnarsi per donate alla Chiesa nuovi volti di integrazione alla loro realtà.

Un rilievo comune agli ambiti sociale, culturale ed ecologico è il ruolo dominante del rapporto tra tecnologia, finanza, economia e politica che ricade in modo pesante aprendo sempre più la forbice tra ricchi e poveri e sul creato.

Il Papa afferma che “Alle operazioni economiche, nazionali e internazionale che danneggiano l’Amazzonia (…) occorre dare il nome che a loro aspetta: ingiustizia e crimine” (14). Cosicché “L’economia globalizzata danneggia senza pudore la ricchezza umana, sociale e culturale” (39). Ciò si deve al fatto che “oltre agli interessi economici di imprenditori e politici locali, ci sono anche gli enormi interessi economici internazionali” (50). Pertanto “i più potenti non si accontentano mai dei profitti che ottengono, e le risorse del potere economico si accrescono di molto con lo sviluppo scientifico e tecnologico” (52) evidentemente alleato alla speculazione finanziaria.

Segue un’affermazione importante: “Per questo dovremmo tutti insistere sull’urgenza di ‘creare un sistemo normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica, ma anche la libertà e la giustizia” (52).

Il Papa segnala aspetti preoccupanti dei tre ambiti per la maggior parte dell’umanità e indica alcune dritte. Eccone alcuni:

Nell’ambito sociale rileva “storie di dolore e di disprezzo che non si risanano facilmente” (16); “l’effetto disgregatore dello sradicamento che vivono gli indigeni che si vedono obbligati a emigrare in città, cercando di sopravvivere, a volte in maniera non dignitosa, tra le abitudini urbane più individualiste e un ambiente ostile. Come sanare un danno così grave? Come ricostruire quelle vite sradicate?” (21)

E afferma: “Bisogna indignarsi … “(15), “lasciando emergere una sana indignazione (…)  La sfida è quella di assicurare una globalizzazione nella solidarietà (…) un’educazione adeguata, che valorizzi le loro capacità (degli indigeni) e li valorizzi” (17). “La lotta sociale implica una capacità di fraternità, uno spirito di comunione umana” (20). “Un nuovo sistema sociale e culturale che privilegi le relazioni fraterne, in un quadro di riconoscimento di un sistema della diverse culture e degli ecosistemi, capace di opporsi a ogni forma di discriminazione e di dominazione tra gli esseri umani” (22).

Nell’ambito culturale

Oggi la crescente desertificazione costringe a nuovi spostamenti molti, che finiscono a occupare le periferie e i marciapiedi delle città (…). In tale contesto, solitamente perdono i punti di riferimento e le radici culturali che conferivano la loro identità e un senso di dignità, e vanno ad allungare la fila degli scartati. Così si interrompe la trasmissione culturale di una saggezza che ha attraversato i secoli, di generazione in generazione”. (30)

La causa generale è “la visone consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende a rendere omogenee le culture e indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità” (33).

“L’economia globalizzata danneggia senza pudore la ricchezza umana, sociale e culturale” (39).

Il Papa afferma: “ogni popolo che è riuscito a sopravvivere in Amazzonia possiede una propria identità culturale e una ricchezza unica all’interno di un universo mini-culturale (…) in una simbiosi – non deterministica – difficile da comprendere con schemi mentali esterni” (31).

“Per evitare la dinamica di impoverimento umano, occorre amare e custodire le radici, perché esse ‘sono un punto di radicamento che ci consente di crescere e rispondere alla nuove sfide’. Invito i giovani dell’Amazzonia, specialmente gli indigeni, a ‘farsi carico delle radici, perché dalle radici viene la forza che vi fa crescere, fiorire, fruttificare” (33).

“In Amazzonia, anche tra i popoli originari, è possibile sviluppare ‘relazioni interculturali nelle quali la diversità non rappresenta una minaccia, non giustifica gerarchie di potere esercitato dagli uni sugli altri, ma significa dialogo, a partire da visioni culturali differenti, fatto di celebrazione, di interrelazioni, di rivitalizzazione della speranza” (38).

Nell’ambito ecologico

“L’equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell’Amazzonia (… ). L’interesse di poche imprese potenti non dovrebbe essere messo al di sopra del bene dell’Amazzonia e dell’intera umanità” (48).

“Non è sufficiente prestare attenzione alla conservazione delle specie più visibili a rischio di estinzione. È cruciale tener conto che ‘il buon andamento degli ecosistemi sono necessari anche i funghi (…). Alcune specie poco numerose, che di solito passano inosservate, giocano un ruolo critico fondamentale per stabilizzare l’equilibrio del luogo” (48).

“Per avere cura dell’Amazzonia è bene coniugare la saggezza ancestrale con le conoscenze tecniche contemporanee (…) preservando nello stesso tempo lo stile di vita e i sistemi di valori degli abitanti” (51).

Il Papa all’inizio del capitolo afferma:  occorre aiutare il cuore dell’uomo ad aprirsi  con fiducia a quel Dio che non solo  ha creato  tutto ciò che esiste ma ci ha anche donato se stesso in Gesù Cristo, riferimento essenziale per “Liberare gli altri dalla loro schiavitù che implica certamente prendere cura dell’ambiente e proteggerlo (…) prendersi cura dei nostri fratelli e sorelle e dell’ambiente di ogni giorno (…) un’ecologia che potremmo dire ‘umana’, la quale a sua volta richiede un’ecologia sociale” (…). L’insistenza sul fatto che ‘tutto è connesso’ vale in modo speciale per un territorio come l’Amazzonia” (41)

“La cura delle persone e la cura degli ecosistemi sono imprescindibili, ciò diventa particolarmente significativo lì dove ‘la foresta non è una risorsa da sfruttare, è un essere, o vari esseri con i quali relazionarsi’” (42).

Nell’ambito ecclesiale

Il Papa apre il capitolo affermando: “La Chiesa è chiamata a camminare con i popoli dell’Amazzonia (…) deve far risuonare, sempre nuovamente, il grande annuncio missionario (…) e portare agli altri la sua proposta di vita nuova: ‘ guai a me se non annuncio il Vangelo’ (1 Cor 9,16)” (61-62).

Segue un ampio svolgimento del tema dell’inculturazione nell’orizzonte di una santità amazzonica e della pienezza di vita (66- 98). Sul finale fa riferimento al ruolo delle donne; degli orizzonti al di là dei conflitti e della   convivenza ecumenica e interreligiosa. (99- 110).

Particolarmente significativa è il finale “Tutto questo ci unisce. Come non lottare insieme? Come non pregare insieme e lavorare fianco a fianco per difendere i poveri dell’Amazzonia, per mostrare il volto santo del Signore e prenderci cura della sua opera creatrice?” (110).

UNA LETTURA TEOLOGICA

INTRODUZIONE

Coinvolti e sconcertati dalle storie di dolore e di disprezzo frutto di ingiustizie e di crimini, il Papa afferma: “Bisogna indignarsi, come si indignava Mosè, come si indignava Gesù, come Dio si indigna davanti all’ingiustizia” (15). E aggiunge che si tratta di fare “emergere una sana indignazione” (17).

Essa suscita inevitabilmente la tensione e il conflitto sociale nel quale “la  lotta sociale implica una capacità di fraternità, uno spirito di comunione umana” (20) perché “la ricerca della giustizia è inseparabilmente un canto di fraternità e di solidarietà (…) per un nuovo sistema sociale e culturale che privilegi le relazioni fraterne, in un quadro di riconoscimento e di stima delle diverse culture e degli ecosistemi, capace di opporsi a ogni forma di discriminazioni tra esseri imani” (22).

+ considerazione generale

Dal punto di vista teologico il conflitto riguarda lo scontro tra il “mistero dell’iniquità” e il “mistero di salvezza”. È quello che Gesù ha affrontato con lucidità e determinazione fino all’estremo della consegna di sé stesso per la causa del Regno nella quale, fin dall’inizio dell’attività, coinvolge gli uditori nell’affermare: “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).

Lo fa con attenzione all’“oggi”, al presente, (pag.2) nel contesto e nella situazione concreta della persona, della collettività e della struttura socio-religiosa (pag.3) in modo che per la fede nella sua persona e nel sogno di Dio i destinatari accolgano gli effetti rigenerativi, riqualificando la condizione di vita personale, sociale e religiosa.

A tal fine il Papa sollecita l’impegno per un nuovo sistema sociale e culturale. Proposito di estrema complessità che richiede creatività, audacia e coraggio non indifferenti. Pertanto, è importante grande attenzione alle dinamiche in atto nell’ambito scientifico, sociale, culturale- filosofico e politico che conformano i “segni del tempi” sociali in costante e veloce evoluzione e, soprattutto, all’ambiguità di cui sono portatici.

In tale contesto l’evangelizzazione non può prescindere dall’importante segnalazione di John P. Meier riguardo al “perché Gesù non fosse interessato a riforme politiche e sociali concrete né abbia fatto dichiarazioni del genere per il mondo in generale né per Israele in particolare. Gesù non proclamava la riforma del mondo; egli proclamava la fine del mondo [del mondo organizzato in quel modo, non dello sconvolgimento dell’universo]. (…) È vano cercare dichiarazioni altrettanto esplicite di Gesù sui mali sociali più scottanti e sulle linee politiche del suo tempo: per esempio la schiavitù (…) La ragione di questo silenzio imbarazzante è semplice: Gesù era un profeta escatologico (…). L’obiettivo definitivo del dominio regale di Dio era imminente” (3)

Lo sfondo di riferimento (pag 2) è proprio l’escatologia, già presente nell’ “oggi” come realtà penultima per l’evolversi delle vicende individuali e sociali. Essa per tutti i tempi instaura nell’evangelizzazione il rapporto di discontinuità/continuità in virtù della “riserva” escatologica. “Riserva”” che costituisce l’inesauribile “serbatoio” di amore, bontà, misericordia, giustizia, di vita eterna di Dio

L’evento escatologico della signoria di Dio - l’avvento del Regno nelle circostanze del passato non esaurisce la potenzialità ma rimane una “riserva”. Ora, nel presente, lo stesso evento attualizza la signoria nelle nuove circostanze personali e sociali che conducono all’elaborazione del nuovo paradigma.

La continuità riguarda l’efficacia del mistero pasquale e la discontinuità attiene all’elaborazione di risposte audaci, creative e coraggiose all’evolversi del presente. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5) è l’obiettivo della continuità/discontinuità il cui collante è la tensione generata della “riserva” escatologica tra passato e futuro, come pure tra presente e futuro.

Pertanto, l’elemento determinante è il futuro, l’anima e il senso ultimo del paradigma vecchio e nuovo.

 Il farsi della Buona Notizia, come Buona Realtà nell’oggi, è realtà penultima, anticipo e tensione verso il futuro escatologico assunto per la fede, “tenendo fisso lo sguardo su Gesù, - la natura conseguente, la natura umana in virtù della quale è -, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2), nella fondata intuizione di risposte adeguate alle sfide del presente.

+ Un quadro sintetico di riferimento riguardo al sogno

= Il “mistero di salvezza” è realizzato oggettivamente da Gesù Cristo per l’umanità di tutti i tempi. E in ogni tempo Dio opera il “mistero di salvezza” con la collaborazione della persona, quale immagine e somiglianza di Lui. Nella persona l’immagine cresce nella somiglianza per la responsabilità, per il fatto che essa non è solo parte dell’umanità, ma porta in sé tutta l’umanità. Detto questo, rispondere ai bisogni dell’umanità è rispondere autenticamente ai propri.

Vale sottolineare che per assomigliare sempre più a Dio l’immagine agisce per libera adesione, senza la quale è impossibile la crescita. E la stessa responsabilità verrebbe meno nel chiudersi nella cerchia della famiglia, delle amicizie, e altri che condividono i rapporti giornalieri.

Il pericolo è il sopravvento dell’insensibilità e dell’indifferenza verso i bisogni altrui. E il sogno rimane un semplice desiderio nel migliore dei casi, ma non trasmette la comunione con Dio.

= L’efficacia del “mistero di salvezza” declina immediatamente il servizio alle persone bisognose, all’edificazione della comunità nella pratica della giustizia - in primis le pari opportunità - e di altri aspetti propri del “bene comune” nel consolidare il rapporto fraterno e la dignità umana.

In tal modo la “natura primordiale” e la “natura conseguente” entrano in simbiosi e il “mistero di salvezza” rivela la realtà di D-io, l’accoglienza della sua sovranità, l’avvento del suo Regno nella persona e nella comunità credente.

+ Come procedere?

# Gesù quale profeta escatologico comanda a chi lo segue di stare dietro di lui e di seguirlo sulle stesse orme.  “Diceva alle folle ‘ quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: ‘Arriva la pioggia’, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: ‘farà caldo”, e così accade. Ipocriti! ‘Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,54-57) e “Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci i di interpretare i segni dei tempi?” (Mt 16,3). L’intento è di fare di ogni credente un soggetto autonomo e responsabile dell’evangelizzazione.

# È evidente la necessità di un rinnovato e impegnativo processo di formazione della coscienza autonoma di ogni credente nel quadro generale dell’evangelizzazione in comunione con le responsabilità specifiche dei diversi integranti della realtà ecclesiale, affinché la preghiera “venga il tuo regno” del Padre nostro si traduca in espansione, in estensione, del regno di Dio già presente quale Buona Notizia del Vangelo fatta Buona Realtà.

# Quest’ultimo aspetto è particolarmente complesso e determinante per l’evangelizzazione di chi si propone come “Chiesa in uscita”. Non si tratta solo di uscire verso i poveri, gli emarginati ecc., questo la Chiesa sempre lo ha fatto e deve continuare a farlo.

L’ “uscita” cui mi riferisco è prendere atto della complessità che i diversi ambiti della scienza, della filosofia aconfessionale rilevano dalla realtà da loro indagata. Essa, la complessità, richiede una attenzione specifica per la sorprendente dinamicità e la formazione nel dialogare con essa. Per poi intervenire, come atto secondo, con il patrimonio teologico a disposizione.

In tal modo l’evangelizzatore esce dall’autoreferenzialità nell’elaborare con il contributo della complessità valutando e discernendo adeguatamente in esso l’azione trinitaria nelle vicende sociali e personali in continuo sviluppo.

Sol accenno il titolo di alcuni aspetti imprescindibili per la formazione, quali:

++ Il passaggio dal pensiero lineare ellenistico al pensiero complesso. Il primo struttura i rapporti interpersonali in forma piramidale, dall’alto verso il basso e a senso unico. Il secondo struttura i rapporti interpersonali in forma circolare nel pone tutti sullo stesso piano.

++ Il metodo. Esso ha come caratteristica la strategia e il bricolage e la “chiusura del sistema complesso” imprescindibili per operare efficacemente; senza la chiusura sarebbe come una giacca a vento senza cerniera. Fra parentesi, la Bibbia stessa è un grande lavoro di bricolage. La domanda è: Che cosa avvallano la bontà e la consistenza del bricolage? Non si tratta del fatto di unire “pezzi” presi dagli ambiti più disparati, ma l’adeguatezza etica ed efficace all’obiettivo. Dalla qualità del frutto si stabilisce la bontà dell’albero (Mt 7,16).

++ L’analisi critica dell’organizzazione che ridisegna il ruolo di tre aspetti molto importanti quali, la specializzazione, la gerarchia e la centralizzazione.

++ Un ipotetico quadro generale dell’evangelizzazione nel quale la complessità evidenzia che la scienza aconfessionale e l’evangelizzazione, pur camminando su due rotaie rigorosamente parallele, convergono sulla monorotaia dell’etica sul treno ad alta velocità della storia.

++ Il passaggio dall’etica, al Regno e alla mistica, quel compito dell’evangelizzazione. Fa al caso la celebre affermazione di K. Rahner: “Il cristiano del futuro o sarà mistico o non sarà neppure cristiano” Nuovi Saggi - Roma - 1968.

FINALE

È un lavoro di grande portata che esige lavorare in rete con tutti gli ambiti del sapere, dell’intelligenza umana e dell’intelligenza della fede. Fra l’altro mi chiedo se la forte crisi della Chiesa nel mondo occidentale sia dovuta in modo espressivo al persistere dell’autoreferenzialità nel paradigma dell’evangelizzazione. Mi viene alla mente la nota e sconcertante affermazione del Card. Martini, poco prima della sua morte, riguardante l’arretratezza di duecento anni della Chiesa.
Padre Gian Luigi Consonni

Rebbio, 30 marzo 2019
NOTE

1) P. Agostino Galli, comboniano; Il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin, p.24. Como 2009. Trascrizione dal francese della conferenza di Jean Morillon (illustre amico di Teilhard) a Khartum/Sudan, il 16-12-1964.

2) Jurgen Moltmann; L’avvento di Dio – Escatologia Cristiana (parole finali). BTC Queriniana 1998.

3)John P. Meier; Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. Queriniana BTC vol.2 2012. Pag.430-31.