II Domenica di Pasqua — Anno A: “Pace a voi!”

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I discepoli erano chiusi in casa per paura dei Giudei e per paura di sé stessi. La paura paralizza la vita. Anche oggi un cenacolo chiuso, dorato, e sbarrato al dolore del mondo, paralizza la Chiesa, e diventa comodo rifugio per uomini timorosi, con poca fede, e molti interessi da difendere. (...)

Toccare le ferite
è la nostra vera vocazione

II Domenica di Pasqua

I discepoli erano chiusi in casa per paura dei Giudei e per paura di sé stessi. La paura paralizza la vita. Anche oggi un cenacolo chiuso, dorato, e sbarrato al dolore del mondo, paralizza la Chiesa, e diventa comodo rifugio per uomini timorosi, con poca fede, e molti interessi da difendere.

Gesù però viene lo stesso. Irrompe senza chiedere il permesso dove c’è chiusura, diffidenza, disperazione. Non viene per giudicare o rimproverare, non viene mantenendo le distanze, ma «stette in mezzo»; in mezzo è il luogo del Risorto, lo stesso luogo dove Gesù aveva sempre messo i bambini, i poveri, i malati, quelli che voleva mettere al centro del Suo amore e della nostra vita. In mezzo è anche il luogo dove tutti lo possono vedere da vicino e non ci sono primi posti.

Il Risorto dice: «Pace a voi». Non è una promessa ma un dono. Non è una fatica da compiere ma una Grazia da accogliere che ti cambia dentro, ti ribalta la pietra del cuore. Sappiamo bene che a volte anche il nostro cuore è chiuso, sbarrato alla Grazia, ma Gesù risorto torna ancora otto giorni dopo, e ogni giorno ritornerà.

Dona anche lo Spirito: «Soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo». Come sugli apostoli la sera di quel giorno, il primo della settimana, così anche oggi su ognuno di noi irrompe lo Spirito che con noi grida non paura, ma Abbà Padre. Questo è il grido perenne della Chiesa.

Non dimentichiamo mai che la fede, non è nata dal ricordo di Gesù, ma dalla Sua presenza di Risorto; la Chiesa vive della Sua presenza protesa verso l’incontro definitivo e non vive di nostalgici e ridicoli sguardi indietro.

Il Risorto è presente in una Chiesa dove c’è posto per tutti, anche per la debole fede, tanto istruttiva per noi, di Tommaso; non nasconde i suoi dubbi, nessuno lo giudica ma tutti lo accompagnano nel suo cammino. Che bella una comunità dove ci si sostiene a vicenda, si portano i pesi gli uni degli altri e dove nessuno si sente escluso. Tommaso come un giorno Paolo e tanti altri si arrende all’amore del Risorto, un amore concreto e quotidiano come testimoniano le Sue ferite. Toccare le ferite del Risorto. Toccare le ferite gli uni degli altri è la nostra vera vocazione, la vocazione della Chiesa, la nostra chiamata perenne; toccare, per scoprire che non fanno più male, ci sono ancora, ci saranno sempre, ma il Signore le ha redente, salvate, gli ha dato un senso, specialmente alla ferita più grande che è la morte.

«“Maestro, dove abiti?” — “Venite e vedrete”» (Gv 1, 35-39) così all’inizio del vangelo; oggi Gesù completa la risposta abitando nelle nostre ferite.

Che bella la Chiesa come casa che accoglie le ferite del mondo e le offre al Signore che le risana.

«In Cristo, Dio ha dato vita anche a noi, perdonandoci tutte le colpe, e annullando il documento scritto contro di noi, che con le prescrizioni ci era contrario. Lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce» (Col 2, 14). Chiediamo al Signore Risorto di aiutarci a togliere di mezzo, dentro di noi, nella Chiesa, nel mondo, le prescrizioni che umiliano l’uomo e sono ostacolo alla misericordia.

Continuiamo il nostro pellegrinaggio, verso il mistero di Dio e dell’uomo. Usciamo dalla nostra terra, come Abramo, usciamo dalle nostre sicurezze, per scrivere la nostra parte “in questo libro” di misericordia, per scoprire che c’è ancora tanto amore da ricevere e da dare.
[L’Osservatore Romano – Francesco Pesce]

Beati quelli che CREDONO nonostante le tante oscurità

La VITA gli sarà illuminata

At 2,42-47; Salmo 117; 1Pt 1,3-9;
 Gv 20,19-31

Oggi siamo alla seconda domenica di Pasqua, la sua Ottava, che nell’antichità era chiamata “In albis”, perché coloro che erano stati battezzati durante la Veglia pasquale si presentavano ancora con il vestito bianco! Da pochi anni la chiamiamo “della divina misericordia”, per ricordare che Gesù oggi consegna agli apostoli il dono e il compito di perdonare i peccati!

Nel calendario liturgico questa domenica si chiama Seconda di Pasqua, e le altre che verranno saranno la terza, la quarta, fino alla settima. Sette domeniche che anche nel nome fanno tutt’uno con la Pasqua. Si tratta di un modo per la Chiesa di celebrare e contemplare il grande avvenimento che sta alla base della sua fede: la Risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo.

La Chiesa intende così meditare profondamente sulle conseguenze che esso ha per il mondo, ed appropriarsene le virtù. Anche la liturgia della parola per il tempo pasquale ha una sua struttura; essa è unitaria nel senso che i quattro testi delle letture sono assai consonanti pur nelle loro diverse prospettive. Il brano evangelico, da Giovanni, che racconta il duplice incontro del Risorto con i suoi discepoli dà l’intonazione a questa domenica.

Possiamo fissare l’attenzione su tre aspetti riguardanti quest’incontro: anzitutto il dono della pace, che non è soltanto serenità di spirito, ma la grazia divina, la gioia e la speranza. I discepoli di Gesù avevano bisogno di questa vera pace interiore ed esteriore, perché alcuni l’avevano rinnegato, altri erano fuggiti, tristi e dubbiosi nella fede.

Ora gioiscono molto nel vederlo risorto. Poi l’effusione dello Spirito, che “è Signore e dà la vita”, per cui possono essere rimessi i peccati. Gesù lo aveva promesso prima come Consolatore e Spirito che introduce i discepoli alla pienezza della verità. Il soffio di Gesù che trasmette lo Spirito ai discepoli evoca il gesto iniziale di Dio creatore. Quindi nell’esperienza dell’incontro con Gesù risorto trova le sue radici la nuova creazione inaugurata dal dono dello Spirito Infine la professione di fede di Tommaso, il quale guarito dall’incredulità riconosce Gesù come Signore e Dio.

Nella scena di Tommaso è interpellata la comunità di tutti i discepoli chiamati a percorrere fino in fondo l’itinerario della fede pasquale. Tommaso accoglie l’invito di Gesù a superare la soglia dell’incredulità di chi pretende di vedere e controllare per credere, e fa una professione di fede che rappresenta l’apice o il punto focale di tutto il quarto vangelo: “Mio Signore e mio Dio”. Egli riconosce l’identità nascosta di Gesù che coincide con quella di Dio. E scocca, a questo punto, l’unica beatitudine registrata nel quarto vangelo: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno”.

È la beatitudine di tutti i credenti che non possono seguire il percorso della fede dei “dodici” e Tommaso, che hanno visto e creduto. Essi sono “beati”, cioè candidati alla salvezza e alla vita eterna, perché senza aver visto Gesù direttamente (esperienza storica riservata ai primi testimoni), credono tuttavia che Egli è presente nella Chiesa e lo scorgono lì anche se velato.

La prima lettura dagli Atti degli apostoli presenta il quadro ideale della prima comunità cristiana nata dalla forza dello Spirito, dono del Signore risorto. Ecco che cosa distingue questa primitiva comunità ideale: l’ascolto della parola degli apostoli, la carità vicendevole, l’eucaristia e le preghiere comuni. Questa comunità rimane il modello per noi cristiani di oggi. La risposta corale, attraverso il salmo responsoriale, della comunità cristiana che oggi contempla e celebra le opere meravigliose compiute a Pasqua dall’amore di Dio, è suggerita da alcune strofe del salmo 117, che rientra nel gruppo dei salmi dell’Hallel che accompagnavano la celebrazione della cena pasquale ebraica.

Nella seconda lettura, San Pietro, capo della Chiesa, ringrazia Dio per l’opera di salvezza da lui realizzata in Cristo morto e risorto, e invita i cristiani sottoposti a varie prove a restare fedeli nella prospettiva della “speranza viva” conservata per essi da Dio nei cieli. È la risurrezione di Cristo che ha infuso nel nostro cuore questa speranza viva, capace di farci raggiungere l’eredità dei cieli, la comunione gloriosa col Signore. Cioè anche se la nostra vita continua a riservarci contraddizioni e sofferenze, tuttavia quel Gesù che amiamo ci ha portatati una grandissima gioia: la certezza che in lui saremo salvati. Le celebrazioni pasquali, con la parola di Dio vi annunciata e ben selezionata, dovrebbero aiutarci a fare un passo avanti nell’amore verso il Signore misericordioso, nella solidarietà e carità con gli altri.

La domenica particolarmente, giorno della Risurrezione, giorno del Signore e signore dei giorni, dovrebbe alimentare la nostra fede in Gesù e favorire il nostro incontro con lui. In quel giorno, giorno della Chiesa o dell’assemblea, i primi cristiani presero la consuetudine di riunirsi. Di fatto la domenica ha un’importanza fondamentale per la fede. Purtroppo, siamo portati ai rapporti spesso occasionali col Risorto, a ridurre la domenica a un tempo di esclusivo riposo o divertimento. Non per nulla un autore aveva detto: “un popolo ateo è un popolo senza domenica”. La nostra responsabilità e dignità di Cristiani, come pure le celebrazioni pasquali ci sollecitano a ricomprendere la domenica, a ricuperarla e a viverla, in un mondo sempre più secolarizzato e scristianizzato. Ogni domenica è Pasqua, e Cristo risorto si lascia incontrare vivo nella celebrazione domenicale.
Don Joseph Ndoum

Quattro regali del Risorto:
la pace, lo Spirito, il perdono, la missione

Atti 2,42-47; Salmo 117; 1Pietro 1,3-9; Giovanni 20,19-31

Riflessioni
È significativa la cronologia che ci offre il Vangelo di Giovanni riguardo a “quel giorno, il primo della settimana” (v. 19), il giorno più importante della storia. Perché in quel giorno Cristo è risorto. Quel giorno era iniziato con l’andata di Maria di Màgdala al sepolcro “di buon mattino, quand’era ancora buio” (Gv 20,1). Nel Vangelo di oggi; siamo alla “sera di quel giorno… mentre erano chiuse le porte… per timore dei Giudei” (v. 19). L’ambientazione spazio-temporale, ed anche psicologica, è completa. È iniziata ormai la storia nuova per l’umanità, nel segno di Cristo risorto. Prescindere da Lui sarebbe una perdita di valori e un rischio per la stessa sopravvivenza umana.

Le porte chiuse e la paura sono superate con la presenza di Gesù, il Vivente, che per ben tre volte annuncia: “Pace a voi!” (v. 19.21.26), provocando la gioia intensa dei discepoli “al vedere il Signore” (v. 20). Pace e gioia sono fra le caratteristiche più evidenti della prima comunità cristiana (I lettura): prendevano i pasti con letizia e semplicità di cuore e godevano il favore di tutto il popolo (v. 46-47). Un favore giustificato, data la solidità e l’irradiazione missionaria di quel nuovo gruppo che si reggeva su quattro pilastri (v. 42): insegnamento degli apostoli, frazione del pane, preghiere e koinonía (unione fraterna, condivisione di beni). San Pietro (II lettura), da parte sua, esorta i fedeli ad essere “ricolmi di gioia, anche se… afflitti da varie prove” (v. 6). La Pasqua di Gesù fa superare le paure; la fede, che porta all’incontro con Cristo risorto, aiuta a superare anche tante difficoltà psicologiche, quali angoscia, timori, depressione…

Oltre alla pace, Cristo risorto offre alla comunità dei credenti altri tre grandi doni: lo Spirito Santo, il perdono dei peccati e la missione. Il frutto più grande della Pasqua è certamente il dono dello Spirito Santo, che Gesù soffia sui discepoli: “Ricevete lo Spirito Santo” (v. 22). Egli è lo Spirito della creazione redenta e rinnovata, che Gesù effonde nel momento della morte in croce (Gv 19,30), come preludio della Pentecoste (Atti 2).

Per San Giovanni il dono dello Spirito è necessariamente collegato al dono della pace e, quindi, al perdono dei peccati, come disse Gesù: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (v. 23). La pace vera ha le sue radici nella purificazione dei cuori, nella riconciliazione con Dio, con i fratelli e con l’intera creazione. Questa riconciliazione è opera dello Spirito, perché “Egli è la remissione di tutti i peccati”, come affermano chiaramente la preghiera sulle offerte, nella Messa del sabato prima di Pentecoste, come pure la nuova formula della assoluzione sacramentale. Per l’evangelista Luca “la conversione e il perdono dei peccati” sono il messaggio che i discepoli dovranno predicare “a tutte le genti” (Lc 24,47). Il sacramento della riconciliazione è un inestimabile regalo pasquale di Gesù: è il “sacramento dell’allegria cristiana” (Bernardo Häring).

I doni del Risorto sono da annunciare e da condividere con tutta la famiglia umana; per questo Gesù, in quella stessa sera, annuncia una missione universale, che Egli affida agli apostoli e ai loro successori: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (v. 21). Sono parole che vincolano per sempre la missione della Chiesa con la vita della Trinità, perché il Figlio è il missionario inviato dal Padre a salvare il mondo, con l’amore.

“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”; parole da leggere in parallelo con queste: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi” (Gv 15,9).

Le due affermazioni stabiliscono un legame inscindibile fra missione-amore, amore-missione. Con queste parole resta definitivamente sancito che la Missione universale nasce dalla Trinità (Concilio, AG 1-6) ed è dono-impegno pasquale di Gesù risorto.

I doni del Risorto: la pace, lo Spirito, la riconciliazione e la missione, sono vissuti da noi nella fede.

Il Signore Gesù chiama “beati” (v. 29) coloro che credono in Lui e Lo amano, pur senza vederLo. Tommaso, chiamato gemello (v. 24), è diventato nell’immaginario popolare lo scettico, il duro a credere, colui che ci vuole mettere il naso (v. 25). È l’immagine di tutti noi che - tra dubbi, incertezze, ricerche, incredulità, ostinazioni - sperimentiamo la fatica di credere. Queste sono difficoltà normali nella vita di un cristiano, giacché, come dice il Card. Carlo M. Martini, ognuno porta dentro di sé un po’ del credente e del non-credente. Nel difficile cammino del credente, Tommaso diventa nostro fratello gemello; beati noi se, come lui, facciamo il salto, ci fidiamo di Dio, e facciamo nostra anche la sua totale professione di fede: “Mio Signore e mio Dio” (V. 28). 

Dal Cenacolo Gesù ci offre un’altra Beatitudine: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (v. 29). Questa beatitudine è per noi, qui, oggi, che cerchiamo di credere in Gesù Cristo, anche se non l’abbiamo visto. Gesù ci dice: “beati voi”; e l’evangelista Giovanni spiega in che senso: “perché, credendo, abbiate la vita nel Suo nome” (v. 31); siamo beati perché credere ci aiuta a vivere, ci insegna ad affrontare domande difficili sul senso della vita, il mistero del male e della morte. La fede non ti rende la vita più sana, più ricca, più comoda o più lunga. Il credere non ti libera dal dolore e dalla malattia, ma ti dà la forza di vivere in essi senza disperarti; di accettarli come via di salvezza per te stesso e per altri, perché sei certo che Gesù ti è vicino e che porta anche Lui un po’ della tua croce.

Siamo grati all’apostolo Tommaso che ha voluto mettere la mano (v. 25; vedi la famosa pittura del Caravaggio) nella ferita del Cuore di Cristo, che “cubiculum est Ecclesiae”, è la stanza intima della Chiesa (S. Ambrogio). Quel Cuore è il santuario della Divina Misericordia, titolo-tesoro che nella domenica odierna è celebrato con crescente fede e devozione. (*) “Il culto della Misericordia divina non è una devozione secondaria, ma dimensione integrante della fede e della preghiera del cristiano” (Benedetto XVI). La misericordia divina è, da sempre, la più globale e consolante rivelazione del mistero cristiano: “La terra è piena di miseria umana, ma strapiena della misericordia di Dio” (S. Agostino). Questa è la ‘buona notizia’, solida e permanente, che la Missione porta all’umanità intera.

Parola del Papa

(*) “La Chiesa deve essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo”.
Papa Francesco
Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013), n. 114

Sui passi dei Missionari

- 19/4: II domenica di Pasqua – o della Divina misericordia.

- 19/4: B. Giacomo Duckett (+1602), martire, laico sposato, incarcerato per 9 anni e ucciso a Londra sotto la regina Elisabetta I, per aver venduto libri cattolici. In date prossime a questa, si fa memoria di tanti altri cattolici martirizzati in Inghilterra sotto la stessa regina o altri re.

- 20/4: S. Marcellino (+374), di origini africane, fu vescovo di Embrun; assieme ai due compagni Vincenzo e Donnino, fu un ardente evangelizzatore nella Francia meridionale.

- 21/4: S. Anselmo d’Aosta (1033-1109), monaco benedettino e abate di Bec (Normandia); nominato vescovo di Canterbury, lottò e soffrì per la libertà della Chiesa in Inghilterra. È dottore della Chiesa.

- 21/4: Anniversario dell’enciclica missionaria Fidei donum (1957), con la quale Pio XII presentò la drammatica situazione delle missioni cattoliche, particolarmente in Africa, lanciando un forte appello all’impegno missionario, anche da parte del clero diocesano. Da qui il nome di “Missionari Fidei Donum” (sacerdoti, laici/laiche).

- 22/4: Giornata internazionale della Madre Terra per la difesa armoniosa di natura, ambiente, clima, economia e sviluppo sostenibile (Onu 1970 e 2009).

- 23/4: S. Giorgio (s. IV, in Palestina), santo popolare per la lotta contro il drago; martire venerato fin dall’antichità nelle Chiese di Oriente e Occidente.

- 23/4: S. Adalberto (Vojtech), vescovo di Praga e martire (956-997), intrepido missionario in Polonia e presso altri popoli slavi.

- 23/4: B. Maria Gabriella Sagheddu (1914-1939), nata in Sardegna e morta come monaca trappista a Grottaferrata (Roma). Offrì la sua vita per l’unità dei cristiani.

- 24/4: S. Fedele da Sigmaringen, Germania meridionale (1578-1622), missionario cappuccino, ucciso nella Rezia (Svizzera). È il primo martire della Congregazione di Propaganda Fide (fondata nel 1622) e dell’allora incipiente Ordine dei frati minori cappuccini.

- 24/4: SdD. Zeinab Alif-Giuseppina Benvenuti (Sudan 1845 - 1926 Ancona): da bambina fu venduta e rivenduta come schiava, riscattata da don Nicolò Olivieri, condotta in Italia e affidata alle clarisse di Ancona. A 30 anni entrò in quel monastero, dove fu anche maestra delle novizie e abbadessa, vivendo con radicalità la sua consacrazione.

- 24/4: Inizio del “genocidio armeno” (1915) nei territori dell’impero ottomano, con il sistematico sterminio della popolazione armena (massacri, deportazioni…), che causò oltre un milione di morti (uomini, donne, bambini). La Chiesa Apostolica Armena, con il patriarca Karekin II, li ha canonizzati in massa, data la loro appartenenza etnica e religiosa.

- 25/4: S. Marco, evangelista (chiamato Giovanni-Marco), discepolo di Paolo (Atti 13,5.13; Col 4,10; 2Tim 4,11), di Barnaba (Atti 15,39) e di Pietro (1Pt 5,13), ritenuto il fondatore della Chiesa di Alessandria d’Egitto. È l’autore del secondo Vangelo.

- 25/4: S. Pietro di Betancur (1626-1667), fratello terziario francescano, missionario spagnolo in Guatemala, chiamato “uomo-carità” per la sua dedizione a orfani, mendicanti, malati.

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A cura di: P. Romeo Ballan – Missionari Comboniani (Verona)

Sito Web:   www.euntes.net    “Parola per la Missione”

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