Il Vangelo di Luca (24,13-35) racconta che nel pomeriggio di Pasqua i due viandanti alla fine riconoscono il terzo che cammina accanto a loro, mentre discutono e condividono le loro delusioni. Gesù in persona li accompagna e si inserisce nella conversazione: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?».

Lc 24,13-35
L’affettuosa ironia di Gesù risorto

«Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto? / Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme / Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca / C’è sempre un altro che ti cammina accanto» (La terra desolata, v). Con queste parole T. S. Eliot descrive l’incontro mancato con un personaggio misterioso, che due viandanti non riescono a vedere lungo la strada desolata che percorrono. Il Vangelo di Luca racconta invece che nel pomeriggio di Pasqua i due viandanti alla fine riconoscono il terzo che cammina accanto a loro, mentre discutono e condividono le loro delusioni. Gesù in persona li accompagna e si inserisce nella conversazione: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». I due si fermano «col volto triste», e comincia un lungo dialogo, nel quale il Signore riesce piano piano a guarire i due viandanti dalle loro tristezze e disillusioni: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele» (Lc 24, 17-21).

La cura contro la tristezza usata da Gesù è innanzitutto la pazienza di camminare accanto, adeguando il proprio passo a quello dei suoi interlocutori. Rallentando l’andatura diventa possibile far sentire ascoltate le persone con cui si cammina. Solo a quel punto il Maestro può provare a mostrare un altro punto di vista, aiutando a capire cosa è realmente successo, con pazienza: «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24, 27). C’è un tono particolare in tutto questo dialogo. Invece di arrabbiarsi di fronte all’iniziale risposta brusca che riceve («Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?»), il Signore domanda semplicemente: «Che cosa?». C’è un’affettuosa ironia nel modo con cui Gesù si prende cura di questi suoi discepoli delusi, che viene espressa in una splendida versione poetica del dialogo: «Quale Gesù chiede Gesù e si fa raccontare la sua stessissima storia / dal punto di vista dell’agnosticismo» (J. M. Ibáñez Langlois, Il Libro della Passione, ix, 11).

Il Maestro non insegna l’ironia mordace né tantomeno il sarcasmo, ma una certa affettuosa presa in giro, che aiuta a ridimensionare i problemi senza negarli. Un tono in cui si fa sempre sentire la comprensione, che aiuta l’interlocutore a sdrammatizzare la situazione. Non si tratta di negare le preoccupazioni, le inquietudini, i drammi. Si tratta di non prendere troppo sul serio noi stessi mentre affrontiamo i problemi. È un’arte particolarmente importante in famiglia, ancor più adesso che è terminata la fase eroica della “quarantena quaresimale”, e ci troviamo incamminati da vari chilometri sul noioso sentiero, che sembra interminabile, della “quarantena pasquale”. Anche restando chiusi in casa è necessario imparare a rallentare l’andatura per osservare un figlio, per ascoltare il coniuge, per assistere con pazienza un genitore anziano che non riesce a gestire bene una videochiamata… Non è difficile immaginare il sorriso con il quale i discepoli di Emmaus avranno raccontato decine di volte, prima che confluisse nel Vangelo di Luca, il gesto quasi giocoso con cui il Maestro, senza mostrare la minima fretta, «quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, fece come se dovesse andare più lontano» (Lc 24, 28).

Ma si può ancora sorridere nel mondo di oggi? Come i discepoli di Emmaus, anche noi a volte sentiamo il peso delle ansie, come se questa Pasqua non fosse riuscita a rendere il nostro mondo davvero vivibile. In una recente omelia mattutina, Papa Francesco ha invitato a pregare per le donne incinte, che sono inquiete e si domandano: «In quale mondo vivrà mio figlio?». La Pasqua ci riporta l’invito esplicito di Gesù a fidarci della sua parola, senza essere «stolti e lenti di cuore a credere» (Lc 24, 25). Il Maestro ci promette che il mondo che troveranno i nostri figli (e anche noi quando finalmente usciremo dalle nostre case) non sarà una terra desolata. Come dice il Papa, «sarà certamente un mondo diverso, ma sarà sempre un mondo che il Signore amerà tanto». E che guarderà con un sorriso affettuoso e incoraggiante.
[L'Osservatore Romano - Carlo De Marchi]

Gesù cammina con noi anche se non ce ne accorgiamo
Il silenzio può farci coscienti

At 2,14.22-33; Salmo 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Anche in questa terza domenica di Pasqua siamo invitati a svolgere il nostro pensiero a Gesù Cristo morto e risorto. La prima lettura ci riporta alla sera del giorno della Pentecoste. Uscito dal cenacolo Pietro, porta voce dei Dodici, rivolge il suo primo discorso agli uomini di Israele e fa il primo annuncio pasquale. Egli li invita a riconoscere l’azione di Dio che si è manifestata nella missione di Gesù e ora nella sua Risurrezione.

Dopo lo strazio della Passione, sopportata da Gesù per portare a compimento il piano divino di salvezza, quello che era parso un fallimento risulta una riuscita, che costituisce il fondamento della nostra speranza. Non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere. La condanna a morte di Gesù da parte degli uomini non smentisce quindi il disegno di Dio.

Nella stessa prospettiva si colloca la breve esortazione della seconda lettura. Ancora Pietro ricorda ai cristiani, pellegrini del nuovo esodo inaugurato dal battesimo, che siamo stati liberati dal peccato non a prezzo d’oro o di argento, ma con un prezzo altissimo: il sangue prezioso di Cristo. È l’iniziativa di Dio creatore e Signore della storia che sta all’origine di questo dono. Ne proviene che siamo stati da Lui amati da un amore davvero grande e immenso.

Il brano evangelico ci parla della storia di due uomini che hanno dubitato e perso ogni fiducia in Gesù, i due discepoli di Emmaus. Essi sono guidati dallo stesso Gesù a rileggere le Sacre Scritture e a scoprirvi che la sua Passione non è stata un incidente imprevisto e contrario al disegno di Dio, ma ne è stato il compimento. Eccolo infine entrare nella loro casa e spezzare il pane con loro. A quel gesto lo riconoscono e tornano di corso a Gerusalemme per raccontare agli apostoli la loro incredibile avventura.

Il cammino di questi due pellegrini rappresenta anzitutto l’itinerario di fede dei primi discepoli che passano dalla crisi-delusione per la morte scandalosa di Gesù, alla sorpresa dell’incontro e alla gioiosa trasmissione della fede di Pasqua. Anche noi, la nostra speranza ha spesso il fiato corto. Siamo incapaci di vedere oltre l’insuccesso immediato. Nel mezzo del tunnel oscuro non riusciamo sempre a indovinare la luce che può investirci soprattutto dopo quell’inevitabile momento di purificazione.

Questo brano dei discepoli di Emmaus ci fa immaginare proprio come il Risorto è sempre presente per le vie del mondo, in cerca di fratelli increduli, sfiduciati, scoraggiati, scontenti e senza orizzonte. Tuttavia, per incontrarlo e riconoscerlo, occorre percorrere, come questi due pellegrini, la via dell’ascolto della sua parola e nutrirsi di Lui, vero pane di vita. Quindi, il Signore risorto si fa incontro e si manifesta nella Parola e nei segni del Pane eucaristico.

Alla fine, il vangelo fa notare che, mentre Gesù stava spezzando il pane, sparì dagli occhi dei due discepoli. Non scomparve ma si rese invisibile, perché infatti, dopo l’ascolto della Parola e nell’eucaristia, Egli, propriamente parlando, non vuole più essere soltanto con noi, ma vuole passare ad essere in noi. La parola e il pane di vita dovrebbero allora ce lo mettere dentro.

Non vediamo più il suo volto, perché Egli stesso dovrebbe diventare il nostro volto. In altre parole, Gesù vuole rivelarsi non più fuori di noi, ma dentro di noi, come nostra vita. La nostra vita è così chiamata a diventare la sua stessa vita, cioè una vita che si dona per amore a Dio e ai fratelli. L’episodio dei due discepoli di Emmaus è veramente molto suggestivo: ci rivela le tappe che dovrebbero caratterizzare il cammino di fede di ogni singolo cristiano o di ogni comunità cristiana: la Parola di Dio che ci illumina, il pane eucaristico che ci nutre e l’annuncio a tutti che Cristo vive. Egli è la conferma definitiva e la garanzia sicura della fedeltà di Dio in tutte le sue opere.
Don Joseph Ndoum

Da Emmaus al mondo:
per annunciare l’esperienza d’incontro con il Risorto

Atti 2,14.22-33; Salmo 15; 1Pietro 1,17-21; Luca 24,13-35

«Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero». (Lc 24, 30-31)

Riflessioni
L’esperienza pasquale dei due discepoli di Emmaus (Vangelo) è scandita su tappe evidenti, simili al cammino spirituale di molte persone. L’evangelista ha costruito tutto il suo racconto attorno all’immagine del cammino: un cammino di andata e un cammino di ritorno. Un cammino che allontana da Gerusalemme (con sentimenti di delusione, tristezza, isolamento…) e un cammino di ritorno (con occhi aperti, cuore ardente, passo svelto, gioia per portare una ‘bella notizia’…). Si tratta di un’esperienza esemplare, emblematica.  In realtà la strada di Emmaus è il cammino di ogni cristiano, di ogni persona. Il testo di Luca indica anche una chiara metodologia missionaria e catechetica, in cui si riscontrano le tappe del metodo pastorale: vedere, giudicare, agire, celebrare...

- 1. L’esperienza parte da una realtà di delusione e di fallimento: i due discepoli, incapaci come gli altri di trovare un senso ai fatti avvenuti in quella pasqua, si isolano allontanandosi dal gruppo (v. 13-14), hanno il volto triste (v. 17), “noi speravamo… sono passati tre giorni” (v. 21).

- 2. Il cambio di scenario si produce con l’avvento di un viandante, che risulta essere ignaro dei fatti del giorno (v. 15-18). I due accettano di condividere il viaggio con lui e lo ascoltano. Entrano così in una tappa di illuminazione sugli avvenimenti, fatta da Gesù stesso, che spiega loro “in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui (v. 27).

- 3. Ora sono pronti per la celebrazione e la contemplazione: il cuore dei due discepoli arde (v. 32); pregano assieme il Risorto: “Resta con noi” (v. 29); sono a tavola, assieme (v. 30); Gesù compie il gesto rituale di prendere il pane, recita la benedizione, lo spezza e lo dà (v. 30); si aprono i loro occhi e lo riconoscono (v. 31).

- 4. E finalmente arriva il momento di agire, l’ora della missione: partono senza indugio di ritorno a Gerusalemme, come per un imperativo che nasce dall’incontro con Gesù. Si ricongiungono alla comunità degli altri discepoli e si comunicano le rispettive esperienze con il Risorto (v. 33-35). Ormai i discepoli sono certi che Cristo è risorto e ne sono tutti testimoni, come proclama coraggiosamente Pietro (I lettura) sulla piazza di Gerusalemme la mattina di Pentecoste (v. 32).

Cosa è cambiato? La strada Gerusalemme-Emmaus, il panorama, i chilometri del percorso, le vicende della morte di Gesù, la tomba vuota… I fatti sono ancora gli stessi. Ma ormai c’è una prospettiva nuova: la fede; è cambiato definitivamente il modo di vedere e vivere quei fatti. La fede fa la differenza. “Il racconto evangelico attribuisce la trasformazione alla spiegazione delle Sacre Scritture… L’itinerario dischiuso dalla parola di Gesù incrocia lo sconsolato viaggio di ritorno dei due discepoli e lo fa diventare un cammino di speranza, un progressivo avvicinamento ai progetti di Dio, un pellegrinaggio verso la Pasqua, l’Eucaristia, la Chiesa, la missione fino agli estremi confini della terra” (Card. Carlo M. Martini).

Resta con noi, perché si fa sera” (v. 29). È la prima e la più commovente preghiera della comunità cristiana rivolta a Gesù risorto. San Giovanni Paolo II, nella lettera Mane Nobiscum Domine (resta con noi, Signore), mette in evidenza il dinamismo missionario che nasce dall’Eucaristia: “I due discepoli di Emmaus «partirono senza indugio» (Lc 24,33), per comunicare ciò che avevano visto e udito… L'incontro con Cristo, continuamente approfondito nell'intimità eucaristica, suscita nella Chiesa e in ciascun cristiano l'urgenza di testimoniare e di evangelizzare… Il congedo alla fine di ogni Messa costituisce una consegna, che spinge il cristiano all'impegno per la propagazione del Vangelo e la animazione cristiana della società”. Da parte sua, Papa Francesco parla della attrazione, del contagio missionario, della gioia cristiana, che accompagnano la diffusione del Vangelo. (*)

I Vangeli della Pasqua sottolineano con chiarezza la fatica e insieme la gioia dei primi discepoli nel credere. I due di Emmaus riconoscono che quel compagno di strada è Gesù quando Egli spezza il pane (v. 35). Quando noi condividiamo la nostra vita e diventiamo pane spezzato per gli altri, è il momento in cui facciamo esperienza di risurrezione; le delusioni si trasformano in speranza. Nel momento in cui ci facciamo dono per gli altri, la vita s’accende di luce e di gioia: diventa una Pasqua!

Parola del Papa

(*) “Gesù è risorto, i discepoli di Emmaus hanno narrato la loro esperienza: anche Pietro racconta che lo ha visto. Poi lo stesso Signore appare nella sala e dice loro: “Pace a voi”… La gioia dell’incontro con Gesù Cristo… è contagiosa e grida l’annuncio: e lì cresce la Chiesa!... La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione; l’attrazione testimoniale di questa gioia che annuncia Gesù Cristo… È la gioia fondante. Senza questa gioia non si può fondare una Chiesa! Non si può fondare una comunità cristiana! È una gioia apostolica, che si irradia, che si espande”.
Papa Francesco
Omelia nella chiesa di Sant’Ignazio, a Roma, 24-4-2014

Sui passi dei Missionari

- 26/4: S. Stefano di Perm (ca. 1340-1396), monaco della Chiesa ortodossa russa, del monastero di San Gregorio Nazianzeno di Rostow, teologo e grande missionario; primo vescovo di Perm (Russia orientale, a est di Mosca), costruì chiese, fondò scuole e fomentò le vocazioni native. Inventò l’alfabeto della lingua del popolo Zyryani e tradusse la Bibbia e i testi liturgici.

-26/4: Ricordo di Juan J. Gerardi C. (Guatemala 1922-1998), vescovo del Quiché, coraggioso difensore dei diritti umani, attivista della promozione degli indigeni (Maya e altri) e della riconciliazione nazionale. Collaborò a pubblicare la memoria storica delle vittime della guerra civile e fu ucciso due giorni dopo aver presentato il rapporto ufficiale “Guatemala nunca más”.

- 27/4: S. Pietro Armengol († 1304), spagnolo; convertitosi da predone che era, divenne religioso mercedario e si dedicò al riscatto dei cristiani schiavizzati da musulmani in Africa.

- 28/4: S. Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716), ardente devoto di Maria, zelante apostolo nelle missioni popolari in Francia, fondatore delle Figlie della Sapienza e dei Missionari della Compagnia di Maria (monfortani).

- 28/4: S. Pietro Chanel (1803-1841), sacerdote marista francese, missionario nell’isola di Futuna (oceano Pacifico), primo martire e patrono dell’Oceania. In vita poté battezzare soltanto pochi bambini e anziani; dopo il suo martirio, quasi tutti gli abitanti dell’isola si convertirono a Cristo e si mantennero fedeli alla Chiesa cattolica fino ai nostri giorni.

- 28/4: B. Maria Felicia Guggiari (Paraguay 1925-1959), monaca delle Carmelitane scalze, chiamata dal popolo la “Chiquitunga”. Fu catechista, attiva nell’Azione cattolica e dedita ad anziani, ammalati e carcerati. È la prima donna beata del Paraguay (2018).

- 29/4: S. Caterina da Siena (1347-1380), laica terziaria domenicana, mistica e dottore della Chiesa per i suoi scritti di dottrina spirituale; è compatrona d’Italia e d’Europa. Lavorò instancabilmente per la pace, l’unità della Chiesa e il ritorno del Papa da Avignone a Roma.

- 30/4: S. Maria dell’Incarnazione Guyart Martin (1599-1672), prima donna missionaria ad gentes dei tempi moderni (dalla Francia al Canada); donna mistica, fondò il monastero delle Orsoline nella città di Québec. È considerata cofondatrice - insieme ad alcuni gesuiti -  della Chiesa canadese.

- 30/4: S. Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842), sacerdote di Torino; fiducioso nella Divina Provvidenza, fondò opere e istituti per assistere la gente più bisognosa e derelitta. Fu un “campione della carità” (Benedetto XVI, 2010).

- 1/5: S. Giuseppe, operaio, Sposo della B. V. Maria, custode della Sacra Famiglia di Nàzaret, lavorò e insegnò a Gesù il lavoro manuale.

- 1/5: Giornata mondiale dei lavoratori.

- 2/5: S. Atanasio (295-373), vescovo di Alessandria d’Egitto e dottore della Chiesa; strenuo difensore della fede definita nel concilio di Nicea (325); fu perseguitato ed espulso varie volte dagli eretici ariani. Fu discepolo e biografo di S. Antonio abate (17/1).

- 2/5: SdD. Antonio M. Roveggio (1858-1902), vescovo comboniano di Khartoum (Sudan), dove iniziò l’ardua riapertura delle missioni dopo la rivoluzione mahdista (1881-1898), che aveva distrutto le missioni, imprigionato e allontanato i missionari.

- 2/5: Nel 1868 Pio IX approvò l’associazione laicale detta poi “Azione Cattolica”, fondata a Bologna (1867) da due universitari, Giovanni Acquaderni e Mario Fani, con il motto: “preghiera, azione, sacrificio” e con un impegno sociale nell’educazione, cultura, politica e carità. 

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A cura di: P. Romeo Ballan – Missionari Comboniani (Verona)

Sito Web:   www.euntes.net    “Parola per la Missione”

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