V Domenica di Pasqua – Anno A: Il posto riservato

Immagine

La vita è sempre una questione di posti. Tutti cerchiamo un posto; il nostro posto, quello che riteniamo ci spetti. A tavola, al lavoro, in casa o fuori, nella società, nella Chiesa, nel cuore di qualcuno; chi in un luogo chi in un altro, tutti intendiamo assicurarci un posto. Perciò siamo tutti arrivisti, nel senso che ad ogni costo vogliamo arrivare in quella posizione dove ci sentiremmo “a posto”. (...)

Il posto riservato

La vita è sempre una questione di posti. Tutti cerchiamo un posto; il nostro posto, quello che riteniamo ci spetti. A tavola, al lavoro, in casa o fuori, nella società, nella Chiesa, nel cuore di qualcuno; chi in un luogo chi in un altro, tutti intendiamo assicurarci un posto. Perciò siamo tutti arrivisti, nel senso che ad ogni costo vogliamo arrivare in quella posizione dove ci sentiremmo “a posto”. Fin troppo facile additare con precisione la ridicolaggine e le fissazioni dell’arrivismo altrui, nascondendo il nostro dietro il mirino puntato. Esattamente come quegli anziani che ad uno ad uno furono costretti ad andarsene, senza lapidare la donna; nessuno era senza peccato. È arrivista perfino chi proclama di non competere per nessun posto, a differenza di tutti; eccolo: si è prontamente ritagliato il posto di chi non aspira a nessun posto.

Ciascuno vuole un posto. Eccome! Lo cerchiamo non per generica superbia o grossolana arroganza (certo, anche!), ma anzitutto perché spinti dalla terribile forza della paura delle paure: quella di esser stati abbandonati. Ci sentiamo messi al mondo già orfani, oppure trascurati da un genitore superficiale, distratto o incapace. “Il posto” ci darebbe un nome, un cognome, quell’identità che come orfani non abbiamo. Dietro ad ogni arrivista c’è uno che si sente orfano. Perciò non lo si cura a suon di sberle, ma con carezze che confortano e convincono. La colpa dell’arrivista non è di cercare a tutti i costi un posto, ma di non riconoscere che il suo posto c’è già, riservato solo a lui. Cristo non ci salva proibendoci di cercare un posto, ma aiutandoci a scoprire che il posto è già preparato, ampio, comodo, signorile, come gran signore è il Padre, così abbiente e facoltoso da possedere una casa dotata di posti per tutti e per ciascuno. Anche il mio. Perché spintonare?
[Giovanni Cesare Pagazzi –
L’Osservatore Romano]

Gesù è la via, la verità e la vita
At 6,1-7; Salmo 32; Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Le Parole che dice Gesù hanno spessore di eternità. Viviamo terra terra con pandemia, preoccupazioni e ansie, ma ascoltando Gesù ci arriva un soffio di Lassù.

Siamo giunti alla quinta domenica del nostro cammino pasquale. La liturgia della parola ci fa ascoltare in particolare una singolare definizione che Gesù ha dato di se stesso: Egli è la via, la verità e la vita. Infatti, il brano del vangelo odierno fa parte del “discorso di addio” o “testamento spirituale” di Gesù, che precede il racconto della sua condanna a morte. I discepoli sono scaraventati di fronte alla prossima partenza del Maestro. Gesù si preoccupa allora di esorcizzare dai propri amici la paura, di immunizzare il loro cuore contro il turbamento. Egli mette insieme una serie di istruzioni sul significato della sua missione, che ha il suo compimento nella morte come ritorno alla casa del Padre ed atto estremo di amore o fedeltà a Lui.

Il verbo “vado” torna con insistenza. Si tratta della sua partenza da questo mondo verso la casa del Padre, ed è la condizione per rendere possibile l’incontro definitivo e la comunione piena dei credenti con Dio. Non è un distacco definitivo, una separazione irrimediabile, è piuttosto un “allontanamento”, che non consiste in un’assenza vuota, ma in una presenza diversa e nascosta. Non va verso un luogo imprecisato, ma verso una Persona: il Padre (“Io vado al Padre”). Non se ne va per proprio conto, ma precede i suoi; va per prendere possesso di una dimora definitiva, di un posto, anche per loro. La morte di Gesù apre quindi una nuova prospettiva ai discepoli. Egli li consola e li rassicura: “Ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”.

La persona del Padre risulta allora accessibile anche per i discepoli. Anche noi, attraverso la via che è Cristo, siamo incamminati verso la casa del Padre. Sono parole di speranza, poiché la morte per i credenti che seguono Gesù non è più una partenza verso l’ignoto, ma un ritorno verso una casa accogliente, quella del Padre. Pur essendo salito al cielo, Gesù rimane sempre con noi, come unica via, verità e vita. Egli è l’Emanuele, il Dio con noi. Nessuno va al Padre se non per mezzo di lui. È la domanda di Tommaso riguardante la meta del cammino di Gesù (“Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?”) che offre lo spunto per queste parole di Gesù che rappresentano una delle dichiarazioni più alte della cristologia del quarto vangelo.

L’immagine di “via” mette in risalto il ruolo di Gesù, mediatore unico, universale e definitivo nei confronti di Dio. Egli è la “via” per accedere al Padre in quanto è la “verità”, cioè il Figlio che manifesta il Padre e lo rende presente nel suo disegno eterno di salvezza e di amore fedele verso gli esseri umani. In tal modo Gesù offre a tutti i credenti e suoi discepoli il dono della “vita”, come partecipazione a quella del Dio vivente.

Per la Chiesa primitiva non c’è differenza tra Gesù e la sua parola: essa considera e chiama “via” il vangelo, cioè questa via unica per andare al Padre ed ottenere da Lui la salvezza.

Anche noi, oggi, dobbiamo accogliere Gesù come la via e la verità che ci danno la Vita. Purtroppo, oggigiorno, ciascuno vuole inventare la propria via, anche sbagliata; abbracciare, assolutizzare e seguire le proprie verità, spesso soggettive e contrari al bene comune. Questi inganni di Satana e ideologie del male sono senza futuro. Il dialogo di Gesù con i discepoli prosegue con la domanda di Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”.

Il Maestro coglie quest’occasione per precisare il suo rapporto col Padre. Non solo egli è l’unico mediatore per entrare in relazione con il Padre, ma è il suo volto visibile, la sua icona. È proprio per precisare che egli è la parola di Dio diventata carne, che prende stabile dimora tra gli uomini; egli, nella sua missione storica, rende Dio visibile. Egli quindi è in grado di rivelarlo e di trascinare in questo rapporto vitale quelli che lo riconoscono e lo accolgono come tale. Di qui l’invito ad accogliere le sue parole come quelle del Padre e a riconoscere che il Padre compie in lui le sue opere. Ne segue che chi ama ed ascolta e Gesù, non cammina nelle tenebre, ma ha la luce della vita, perché lui è la vera luce del mondo, ed è sorgente di gioia, vita e felicità per tutti i popoli della terra (Lc 2, 10). Salvare ognuno di noi è il suo desiderio ed entusiasmo. Chi è lontano da lui sta male ed infelice. Chi crede in lui e gli sta vicino nella vita e nella preghiera è felice e non ha paura.
Don Joseph Ndoum

Dalla paura al coraggio
di essere comunità creativa

Atti 6,1-7; Salmo 32; 1Pietro 2,4-9; Giovanni 14,1-12

Riflessioni

Le parole del Vangelo odierno hanno il sapore e l’emozione di un testamento, che Gesù affida ai discepoli dopo l’ultima cena, nelle ore prolungate dell’addio (Gv 13,31-17,26). Sono l’eredità che Gesù lascia ai suoi discepoli come prezioso insegnamento, poche ore prima di entrare nella sua via (v. 4.6): la via della croce-morte-risurrezione. Testamento ed eredità che, comunemente nella vita di tutti, diventano effettivi solo dopo la morte del testatore. Il caso di Gesù è diverso: non è il testamento di un morto, ma di un vivente. A ragione, quindi, la liturgia ci rivela questo testamento nelle domeniche dopo la Pasqua di Gesù, e ce lo fa gustare come parola viva del Risorto. Anzitutto, è una parola di conforto e di speranza per la comunità dei credenti, affinché non si lascino turbare ma siano forti nella fede (v. 1) e disposti a seguire i passi del Maestro sulla stessa via: il cammino verso la Pasqua, verso la casa del Padre. La casa del Padre, però, non è immediatamente il paradiso, ma è anzitutto la comunità dei credenti, dove pure ci sono “molte dimore” e c’è un posto per ciascuno (v. 2-3); dove i posti, le mansioni e i servizi da svolgere sono molti; dove il posto migliore è quello che permette di servire di più e meglio gli altri.

Aiutarsi come fratelli, lavarsi i piedi gli uni gli altri (Gv 13,14), senza titoli di classe, onore, prestigio… Tale era l’ideale e la forte testimonianza della comunità primitiva, nella quale c’era una differenza, l’unica, riconosciuta da tutti sin dall’inizio: la differenza in base al servizio (o ministero) richiesto e prestato alla comunità. È un appassionante tema missionario. Il messaggio del Vangelo di questa domenica e le esperienze della prima comunità cristiana (I e II lettura) contengono preziose luci per la missione della Chiesa. Il libro degli Atti (I lettura) presenta un quadro di difficoltà tipiche della missione, concrete e frequenti: riguardano la crescita numerica, la pluralità culturale della comunità (v. 1: conflitto fra ellenisti ed ebrei, con risvolti sociali ed economici), l’organizzazione dell’assistenza ai bisognosi… Per la soluzione vengono impiegati criteri che sono fondamentali per lo svolgimento della missione: ampia consultazione all’interno del gruppo (v. 2), ricerca di persone piene di Spirito e di sapienza (v. 3.5), definizione dei ministeri (v. 3.4.6) dei diaconi (servizio alle mense) e dei Dodici Apostoli (preghiera e servizio della Parola).

Oggi diremmo che la soluzione è stata trovata grazie ad un esercizio sinodale dell’autorità: nella collegialità e nella ministerialità, che hanno permesso di operare con pluralismo culturale e con decentramento. La Chiesa di Gerusalemme è uscita da quell’incidente più matura, arricchita di nuove forze per l’apostolato, più aperta alle esigenze culturali dei vari gruppi. È stata una soluzione creativa ed esemplare, che ha avuto immediati effetti di irradiazione missionaria: “e la parola di Dio si diffondeva”, con crescenti adesioni alla nuova fede in Gesù (v. 7). Si iscrive in questo contesto anche l’insistenza del Papa sulla preghiera per le vocazioni. (*)

Soluzioni di quella natura si addicono a un popolo che San Pietro (II lettura) chiama regale, santo, eletto da Dio (v. 9), chiamato a stringersi al “Signore, pietra viva”, e quindi, un popolo composto da “pietre vive” (v. 4.5). Ritorniamo qui al tema dei ruoli o servizi nella casa di Dio: non ha importanza che si tratti di pietre di facciata o di pietre nascoste nelle fondamenta. S. Daniele Comboni raccomandava ai suoi missionari per l’Africa: “Il missionario lavora in un’opera di altissimo merito sì, ma sommamente ardua e laboriosa, per essere una pietra nascosta sotterra, che forse non verrà mai alla luce, e che entra a far parte del fondamento di un nuovo e colossale edificio, che solo i posteri vedranno spuntare dal suolo” (Regole del 1871, Scritti, n. 2701). Ciò che importa è essere parte della comunità dei discepoli, contenti di essere popolo ed essere attivi nel servizio alla missione di Cristo, accoglienti e solidali verso le persone lontane, straniere, sole.

Gesù non è venuto a toglierci la sofferenza, ma a darci forza per affrontare le paure profonde della malattia, del futuro, della solitudine, della morte… “Dio non è venuto a spiegare la sofferenza; è venuto a riempirla della sua presenza” (Paul Claudel). Nella conversazione con i discepoli (Vangelo), Gesù li invita a non lasciarsi turbare dalle paure (v. 1). Li esorta a credere in Lui, che è “la via, la verità e la vita” (v. 6). Parla della sua unità con il Padre, al punto che chi ha visto Lui ha visto il Padre (v. 9). Gesù è il primo missionario del Padre: lo ha rivelato e annunciato con la parola e con le opere (v. 11). Sorge qui la domanda fondamentale per la missione di tutti i tempi: oggi, a chi tocca rivelare il Padre e rivelare Gesù, il Salvatore del mondo? La sfida permanente del cristiano è poter dire: chi vede la mia vita e ascolta la mia parola, vede il Padre, vede Cristo! Qui ha le sue radici e la sua forza di irradiazione la missionarietà di ogni battezzato.

Parola del Papa

(*) “L’esistenza cristiana è tutta e sempre risposta alla chiamata di Dio, in qualunque stato di vita. Disse un giorno Gesù che il campo del Regno di Dio richiede tanto lavoro, e bisogna pregare il Padre perché mandi operai a lavorare nel suo campo (cfr. Mt 9,37-38). Sacerdozio e vita consacrata esigono coraggio e perseveranza; e senza la preghiera non si va avanti su questa strada. Invito tutti a invocare dal Signore il dono di buoni operai per il suo Regno, col cuore e le mani disponibili al suo amore”.
Papa Francesco
Nella Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni (3 maggio 2020)

Sui passi dei Missionari

- 10/5: S. Giovanni d’Avila (1500-1569), dedito alle missioni popolari nel sud della Spagna, amico dei grandi riformatori del suo tempo; è dottore della Chiesa e patrono dei sacerdoti diocesani spagnoli.

- 10/5: B. Ivan Merz (1896-1928), laico della Croazia, umanista, impegnato nella vita sociale.

- 11/5: B. Zeffirino Namuncurá (1886-1905), nato in Argentina, membro della etnia Mapuche della Araucania, morto a Roma; fu un giovane aspirante della famiglia salesiana e modello di virtù cristiane.

- 11/5: SdD Matteo Ricci (1552-1610), gesuita italiano, missionario in Cina per 30 anni, morì a Pechino, dov’è sepolto per un privilegio speciale dell’Imperatore. Fu pioniere di una nuova forma di presenza cristiana e di evangelizzazione missionaria, assumendo valori della cultura cinese.

- 11/5: Approvazione del Cammino neocatecumenale (2008), itinerario di riscoperta del Battesimo e di formazione cristiana per adulti, iniziato nella periferia di Madrid (1964) da Francisco José (Kiko) Gómez Argüello (n. 1939), con la collaborazione della Sig.na Carmen Hernández († 2016).

- 12/5: S. Leopoldo Mandic (1866-1942), cappuccino della Croazia, promotore dell’unità dei cristiani e sacerdote assiduo nel ministero delle confessioni a Padova. Diceva: “Dio è medico ed è anche medicina”.

- 12/5: Ven. Edel Quinn (1907-1944), missionaria laica irlandese, molto attiva nella diffusione della Legione di Maria in vari paesi dell’Africa orientale. Morì di tubercolosi a Nairobi (Kenya).

- 13/5: Madonna di Fatima (Portogallo, 1917), che apparve ai tre pastorelli Lucia dos Santos, Giacinta e Francesco Marto, con un invito pressante alla preghiera e alla penitenza per la salvezza dell’umanità. Giacinta e Francesco morirono in tenera età; Papa Francesco li canonizzò nel 2017. Lucia entrò nel monastero delle Carmelitane Scalze di Coimbra, dove visse fino alla morte nel 2005 a 98 anni d’età; ora è Serva di Dio.

- 14/5: S. Mattia apostolo, chiamato a far parte del gruppo dei dodici apostoli, dopo il tradimento di Giuda Iscariota; fu scelto nel Cenacolo dopo l’Ascensione e prima della Pentecoste (vedi Atti 1,15-26).

- 14/5: S. Teodora (Anna Teresa) Guérin (1798-1856), religiosa francese, fondatrice, missionaria a Indianapolis (Usa).

- 14/5: S. Maria Mazzarello (1837-1881), fu tra le prime undici Figlie di Maria Ausiliatrice fondate da S. Giovanni Bosco per l’educazione delle ragazze povere; venne eletta come superiora della comunità e si distinse per la sua umiltà, prudenza e carità.

- 15/5: S. Isidro, agricoltore (Madrid, circa 1080-1130), sposo di S. Maria de la Cabeza; fu esempio di lavoro e di fiducia nella Provvidenza. È Patrono di Madrid e di tutte le aggruppazioni di agricoltori e allevatori della Spagna.

- 15/5: Giornata internazionale della Famiglia, istituita dalle Nazioni Unite (1994).

- 16/5: B. Simone Stock († 1265), eremita inglese, entrò nell’Ordine dei Carmelitani, diede impulso alla devozione mariana e al consolidamento dell’Ordine. Morì a Bordeaux (Francia).

++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++

A cura di: P. Romeo Ballan – Missionari Comboniani (Verona)

Sito Web:   www.euntes.net    “Parola per la Missione”

++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++