Covid-19 e terapia al plasma: un’idea antica ed efficace. Il punto della situazione

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Sabato 16 maggio 2020
Si è concluso il primo studio pilota in Italia effettuato dal Policlinico San Matteo di Pavia e dall’ASST di Mantova, ospedale Poma. Il campione dei pazienti trattati con il plasma cosiddetto superimmune ha riportato eccellenti risultati. (Aleteia)

A sconfiggere il virus è sempre il sistema immunitario, il tema è come aiutarlo. Anche ora che si è trovato a volte male in arnese a fronteggiare un nemico sconosciuto, l’ormai arcinominato Sars-CoV-2 con la sua malattia, il Covid-19.

Quella della terapia per infusione di plasma è un’idea antica e, come racconta il presidente del Policlinico San Matteo di Pavia Alessandro Venturi, è stata ripresa in mano (mani che spesso in queste settimane si trovavano impotenti di fronte a pazienti gravemente compromessi) e rivisitata: È stata un’intuizione del nostro  infettivologo Raffaele Bruno che, con il professor Cesare Perotti, direttore del servizio di immunoematologia, ha rispolverato un’antichissima terapia che si basa sull’immunizzazione passiva attraverso un vaccino o attraverso l’infusione di anticorpi specifici per il virus che si vuole combattere e che in qualche modo facilitano la risposta del sistema immunitario. (Sanità informazione)

La prima sperimentazione è stata avviata in Cina e sono stati proprio i medici cinesi a seguire i camici bianchi del San Matteo, capofila insieme all’ASST di Mantova, nella messa a punto del primo protocollo per la plasma terapia.

«La delegazione dei medici cinesi è venuta in visita al San Matteo circa tre settimane fa e si è fermata due giorni. Un momento importante, nel corso del quale hanno condiviso le loro esperienze, permettendoci di perfezionare alcuni protocolli di terapia che avevamo in essere». (SI)

Dalla cura della difterite del Nobel von Behring alla lotta alle epidemie moderne: una storia dagli esiti alterni

Il referente del Policlinico sottolinea che questo tipo di terapia nasce come cura da situazione emergenziale. In una intervista sempre sul portale Sanità Informazione, l’infettivologo il dottor Cesare Perotti, spiega che era già stata impiegata in tempi recenti per le epidemie dei ben più letali Ebola e Sars.

In passato è stata adottata anche in altri Paesi e per altri virus? Con quali risultati?

In passato, questo tipo di terapia è stata utilizzata contro il virus ebola, quindi in Africa e in condizioni completamente diverse. È stata provata con le precedenti epidemie da Sars del sud est asiatico. Come potete vedere, parliamo sempre di terapie che vengono approntate in situazioni di emergenza ed urgenza. Quindi sono terapie che vanno fatte e vanno giudicate per quello che è il loro impiego in una situazione di emergenza. In questo momento, sia in Cina che qui da noi, è un protocollo osservazionale perché non c’è il tempo necessario tempo per redigere un trial clinico.

L’intervista risale al 7 aprile e da allora la sperimentazione è andata avanti e ha confermato buoni risultati. Ma soffermiamoci ancora brevemente sui suoi precedenti storici di successo.

 

«Siamo stati aggrediti da un virus completamente nuovo, ma contagiosissimo – afferma Burioni – Per questo siamo stati costretti a reagire con le armi più antiche che possono sembrare grossolane, ma che talvolta non mancano di efficacia», riporta il Resto del Carlino.

Il virologo  del San Raffaele di Milano si riferisce alla sieroterapia che il dottor Von Behring somministrò ad una bambina stava morendo di difterite in una clinica di Berlino e che fu guarita.

Il suo inventore è appunto il tedesco Emil Adolf von Behring, medico, fisiologo e batteriologo, nobel per la medicina nel 1901 che grazie alla collaborazione con un collega giapponese scoprì e diffuse i sieri antidifterite e antitetano. Leggiamo sulla pagina dedicatagli su Wikipedia che

Nel 1880, mentre lavorava con Kitasato nel laboratorio di Robert Koch (1843-1910, lo scopritore dei germi della tubercolosi, del colera e del carbonchio) all’istituto di igiene di Berlino, Behring rese un animale temporaneamente immune dalla difterite o dal tetano iniettandogli siero sanguigno di un altro animale infettato da tali germi. Dimostrò che questo siero ha proprietà non solo preventive ma curative perché in grado di provocare la guarigione se iniettato ai primi sintomi della difterite o del tetano.

Aveva così inizio la moderna sieroterapia che dalla difterite e dal tetano si è estesa alla gangrena gassosa, al botulismo, al morso della vipera, al morbillo ed alla pertosse.

In tempi moderni ha dato eccellenti risultati contro il tetano, mentre per l’Epatite A e B si effettua la profilassi con immunoglobuline (e non con il plasma). Il suo impiego si invece rivelato del tutto vano come arma contro nemici ostici come l’Epatite C e l’AIDS.

Lo studio pilota al San Matteo di Pavia e al Poma di Mantova

Le sperimentazioni della terapia per infusione di plasma di soggetti guariti è in corso in tutto il mondo e i risultati iniziano ad essere consistenti. Anche se mancano ancora conoscenze sufficienti e verifiche (non sono ancora stati effettuati studi in doppio cieco, per esempio) per dire non solo la validità della terapia ma anche la sua replicabilità. Quali e quanti anticorpi sono utili? in che dose? con quante somministrazioni? Questo almeno è il parere del del professor Piermaria Fornasari, ex primario dell’ospedale Rizzoli, ematologo esperto di medicina trasfusionale.

La vicenda italiana si concentra per ora nei due ospedali capofila di Pavia e Mantova (ma è in corsa anche a Pisa, per esempio). I pazienti trattati con plasma superimmune (così viene denominato il plasma di pazienti guariti da poco dal coronavirus) sono tutti guariti.

Il protocollo siglato lo scorso 16 marzo ha dato poi il via libera alla sperimentazione su 80 pazienti tra Pavia e Mantova (anche se in altri casi il numero riportato è di 46 pazienti, NdR) e, a breve, questa terapia sarà iniziata a Padova, in Toscana e in Piemonte. Ad oggi l’unica possibilità di superare questo virus deriva proprio dalla risposta del nostro sistema immunitario. (Sanità informazione, 7 maggio 2020)

Ecco infatti come descrive numeri e caratteristiche dei pazienti sottoposti ad infusione di plasma con anticorpi anti Covid.

(l’infettivologo del San Matteo) Raffaele Bruno: “abbiamo condotto uno studio pilota. Questi studi si fanno quando bisogna testare un’idea. Noi siamo partiti con la nostra idea e per testarla non potevamo partire da grandissimi numeri. Bisogna infatti capire se si può operare in sicurezza e, una volta avuti i risultati, si andrà avanti con una maggior numerosità”.

I soggetti della sperimentazione:

Sono stati arruolati “pazienti con più di 18 anni, tampone positivo” al nuovo coronavirus Sars-CoV-2, “un distress respiratorio tale da necessitare di un supporto di ossigeno fino all’intubazione, una radiografia del torace che mostrava la caratteristica polmonite bilaterale e delle caratteristiche peculiari della respirazione tali da far preoccupare i clinici per un possibile peggioramento nel giro di poche ore”.  Con questi requisiti, ha proseguito Bruno, “sono stati arruolati 46 pazienti. L’ultimo l’8 di maggio. Ora è finito il follow up, visto che gli endpoint erano la riduzione della mortalità e il non ingresso in rianimazione. I pazienti sono stati arruolati tutti fra Mantova e Pavia e uno solo a Novara“. Di questi, “7 erano intubati, tutti non avevano un’età avanzata”. (Il Giorno)

I risultati clinici: mortalità, respirazione e infezione, questi i tre parametri presi in considerazione.

La mortalità tra questi pazienti, in media fissata al 15%, si è abbassata fino al 6%. “Da un decesso atteso ogni 6 pazienti si è passati a un decesso atteso ogni 16 pazienti”, ha spiegato il professor Fausto Baldanti, virologo del San Matteo.

“I parametri respiratori misurati – ha aggiunto il professor Baldanti – sono migliorati drammaticamente al termine della prima settimana, così come i casi di polmonite bilaterale entro la prima settimana e contestualmente i parametri dell’infezione sono diminuiti in maniera altrettanto drastica al termine della prima settimana di terapia”. (Il Giorno)

Identikit del superimmune? si tratta di plasma ricavato dai pazienti guariti e con una medesima capacità potenziale di annullamento del virus.

Anche da Mantova si raccolgono pareri positivi. Già con l’infusione delle prime sacche si è visto “un cambio di passo”, racconta  il direttore generale Raffaello Stradoni.

 Era la prima volta che i nostri medici disponevano di qualcosa che cambiava la storia naturale della malattia. (Ibidem)

Lo studio è stato appena ultimato e ora i risultati saranno comunicati ufficialmente alle riviste scientifiche internazionali. I risultati sono davvero incoraggianti ma ciò non significa che abbiamo trovato la bacchetta magica. Dobbiamo gioirne senza semplificare. Il tema della fattibilità su grandi numeri non è cosa di poco conto.

E l’antagonismo tra vaccino e plasma terapia un falso storico: potrebbero, invece, le due armi, contribuire a coprire lo stesso fronte ancora così tanto esposto.

Altro invito alla calma da un autorevole figura, il presidente AVIS Nazionale, Gianpietro Briola:

Serve ora capire quali sono gli anticorpi efficaci, isolarli, purificarli e poi somministrare solo quelli in dose controllata e farmacologica. Come avviene per le immunoglobuline antitetaniche, ad esempio.

È comunque importante sottolineare che questo approccio ha dimostrato che il plasma contiene degli elementi che funzionano contro il virus e lo neutralizzano.

AVIS, insieme al mondo scientifico e al Centro Nazionale Sangue, sta seguendo con molta attenzione l’evoluzione e si sta adoperando per studiare queste opportunità. Al momento, però, è importante mantenere la calma e informarsi sempre attraverso fonti attendibili e non creare false aspettative.

Appena conosceremo il test che meglio è in grado di rilevare e dosare questi specifici anticorpi e non appena le aziende di plasmaderivazione saranno in grado di produrre le immunoglobuline specifiche, coinvolgeremo la generosità dei donatori per la plasmaferesi». 

 

Oggi 14 maggio, la presentazione dei risultati dello studio

La documentazione scientifica del lavoro, ha aggiunto il Dg del San Matteo di Pavia, Carlo Nicora, “verrà presentata agli organi internazionali per la pubblicazione giovedì 14 maggio”. Lo studio è iniziato “il 17 marzo e si è concluso l’8 maggio. I ricercatori hanno pensato di studiare qualcosa di già studiato in passato, la cosiddetta immunizzazione passiva: usare il  plasma di altri individui e reinfonderlo in pazienti in ospedale per vedere se questi ultimi riuscivano a risolvere i loro problemi di salute. Si è pensato alla possibilità di avere donatori locali in ogni area della Lombardia, perché avevamo pazienti guariti e questi potevano donare, e hanno dato la loro disponibilità. C’era l’opportunità, dunque, di raccogliere il plasma da donatori e questi erano presenti in un luogo in cui era presente quel ceppo virale”. (Ibidem)

A Bergamo al via una forma evoluta di plasma terapia

Si tratta di un ulteriore passo in avanti in termini di “ergonomia” della cura, sia per il donatore sia per il paziente. Ed è nata da un’idea creativa nell’utilizzo di una macchina nata per isolare e scartare anticorpi dannosi in una determinata patologia renale.

E se invece la usassimo per “pescare” solo gli anticorpi dal plasma e iniettassimo quelli, anziché tutto il plasma? – si sono chiesti al Giovanni XXIII di Bergamo.

Una ‘spremuta’ di anticorpi di guariti che si sono lasciati alle spalle Covid-19 da dare in dono agli ammalati per aiutarli a sconfiggere a loro volta l’infezione da Sars-Cov-2. Lo scienziato Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, la definisce “una possibile evoluzione della terapia con il plasma iperimmune”.

Consiste nel ‘filtrare’, dal plasma delle persone che hanno sconfitto la malattia e sono nella fase della convalescenza, solo i ‘soldati’ dell’immunità, ottenendo così una sorta di ‘concentrato’ di anticorpi da infondere ai malati ancora in lotta col nuovo coronavirus. A Bergamo, una delle province più colpite dai contagi nei mesi clou dell’emergenza, è in corso uno studio pilota che sta esplorando questa via. (ADNKronos)

C’è un solo donatore universale di plasma superimmune

Al netto quindi di facili entusiasmi e di inutili complottismi possiamo dire che l’efficacia e la praticabilità su scala più larga di questa terapia è seriamente al vaglio. Così come i lavori di ricerca sull’individuazione di un vaccino. Nel frattempo, il virus non si è in sé stesso indebolito ma i medici e anche noi cittadini siamo più pronti nell’attivarci e, potendo intervenire prima e andando meno a tentoni, i risultati si fanno più positivi.
 
Ultimissima considerazione, che è una suggestione personale. La cura di un nostro fratello malato con il sangue di chi ha già combattuto contro una così feroce malattia ha un valore squisitamente cristologico.
E’ Cristo che, del tutto fuori di metafora, ma realmente sebbene misteriosamente, infonde in noi il Suo sangue, Preziosissimo, già vittorioso contro il male e la morte e ci regala i suoi effetti. E così anche il nostro sistema immunitario, potremmo dire la nostra umanità bella ma ferita, vulnerabile e vulnerata, diventa capace della stessa vittoria.
Da studi sui tessuti ematici della Santa Sindone è emerso che il gruppo sanguigno dell’Uomo dei dolori è l’AB. Che è quello dei donatori universali di plasma.
Fosse anche solo una suggestione, è una cosa tanto bella e consolante a cui pensare. Perché è vera nell’ordine delle cose spirituali: Cristo è il fratello convalescente, come nel Volto di Manoppello, che con il suo sangue superimmune ci infonde la forza di cui abbiamo bisogno per portare a compimento la nostra guarigione, la sola vera che conti, quella dal peccato.