Solennità dell’Ascensione del Signore: La fede, il dubbio, la gioia

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Nella missione di annunciare il Vangelo, è lo Spirito Santo che ci spinge, e ci sostiene, e ci fa anche la lieta sorpresa di essere arrivato a destinazione prima di noi. Noi non abbiamo il mandato di portare lo Spirito Santo ma aiutare a scoprirne la presenza nei cuori di ogni uomo. La festa dell’Ascensione ci aiuti a sperimentare che la missione che ci affida Gesù non è quella di conquistare la terra, ma di andare verso la casa del Padre per godere in eterno la pienezza della gioia.

La fede, il dubbio, la gioia

Gesù insieme a tutta la storia entra nella Gloria del Padre. I discepoli che ancora una volta il Signore raduna sul monte sono undici; non sono più dodici. Sono un gruppo dove ne manca uno. Una Chiesa che non è una setta di puri e di perfetti, non è come l’arca di Noè chiusa alle intemperie della storia, ma è una fragile barca scossa dalle tempeste. C’è in questa imperfezione degli undici, anche la povera storia di ognuno di noi, la nostra miseria tanto bisognosa della Sua misericordia.

Quando lo videro racconta il vangelo «si prostrarono. Essi però dubitarono». Non sarebbe neppure necessario quel “però”. Non è forse vero che la fede vive dentro i dubbi? Anzi vorrei dire che la fede ha bisogno del dubbio, perché in questo modo rimane umile, semplice, quasi sussurrata, non buttata in faccia agli altri come un privilegio che distingue e separa. La fede deve rimanere quello che è, un dono accolto con stupore e tremore; mai un possesso orgoglioso, ma un dono vissuto anche nella paura e nella fatica di tanti giorni, e per questo ancora più prezioso.

Il dubbio non è una diminuzione della fede, ma è occasione di umiltà per mantenere intatta la meraviglia. Il dubbio cammina sulla strada della storia insieme alla fede, nell’attesa che entrambi lascino il posto all’Amore dove non ci sarà più nessuna domanda e nessuna professione di fede, ma solo la contemplazione della bellezza assoluta. Gesù si avvicinò e disse loro: «… Andate dunque».

Subito il Vangelo dice così; non c’è nessun se e nessun ma. Gesù non ha paura della nostra fede che dubita; da sempre la conosce, da sempre la ama e la accompagna e non la giudica. Lo sappiano i cultori del giudizio della condanna, spietati esecutori della legge pronti a gridare allo scandalo per la fragile fede degli altri, dimentichi delle proprie ipocrisie.

Gesù manda questa Chiesa fragile per iniziare la missione di annunciare il Vangelo ad ogni creatura. La gioia del Vangelo riempirà il cuore e la vita di coloro che si incontreranno con Gesù. Questa è il frutto di ogni opera missionaria, la gioia del Vangelo di cui ognuno di noi è collaboratore. Certo incontreremo sempre gli “esperti” che ci diranno come si fa la missione ma non dobbiamo dargli troppo retta. Il Signore ci ha assicurati: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Nella missione di annunciare il Vangelo, è lo Spirito Santo che ci spinge, e ci sostiene, e ci fa anche la lieta sorpresa di essere arrivato a destinazione prima di noi. Lo Spirito del Signore precede tutti anche gli “esperti”. Ci precede perché da sempre è lì. Ci dice di andare in tutto il mondo; andare non per organizzare, occupare i posti che contano, portare la soluzione a tutti i problemi. Ci dice semplicemente di essere i collaboratori della gioia del Signore. Noi non abbiamo il mandato di portare lo Spirito Santo ma aiutare a scoprirne la presenza nei cuori di ogni uomo. Non dimentichiamo mai che la Pasqua non ha nessun padrone, nessun esperto, ma solo testimoni.

La festa dell’Ascensione ci aiuti a sperimentare che la missione che ci affida Gesù non è quella di conquistare la terra, ma di andare verso la casa del Padre per godere in eterno la pienezza della gioia.
[Francesco Pesce – L’Osservatore Romano]

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“IN ASCENSIONE DOMINI”

Gebhard Fugel, Ascensione di Cristo, 1893-94, chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, Obereschach (Germania)

La solennità liturgica dell’Ascensione, meno antica della Pentecoste, è tuttavia tra le più antiche del ciclo, e benché essa la si trovi tra le testimonianze documentarie prima d’Eusebio (De solemnitate paschali, cap. V, in PG 24, col. 699B-700B), nondimeno pure allora la festa era già così universale che sant’Agostino poté attribuirne la prima istituzione agli Apostoli stessi. Nell’antichità la caratteristica della festa odierna era una solenne processione che si faceva verso mezzogiorno in ricordo degli Apostoli, quando accompagnarono Gesù fuori della città, sul monte degli Ulivi. A Roma, era il Papa che, dopo gli uffici notturni e la messa celebrata sull’altare di san Pietro, era incoronato dai cardinali, e verso l’ora di sesta si recava, accompagnato dai vescovi e dal clero, al Laterano.

Oggi Gesù s’è involato alla vista dei suoi discepoli fedeli, i quali stanno tuttavia con gli occhi rivolti al cielo, sforzandosi di rivedere ancora una volta il divin Maestro. Ma questa vita contemplativa, tutta assorta nella visione beatifica del paradiso, è riservata agli eletti della Chiesa trionfante. Quelli sì che hanno il loro premio in mercede contemplationis, come si esprime sant’Agostino in una celebre omelia che la liturgia ci fa leggere nel Breviario il giorno di san Giovanni Evangelista. La nostra vocazione, al contrario, dev’essere in opere actionis; per cui, oggi, la liturgia, nell’introito, con una melodia che è tra le più superbe della raccolta gregoriana, ci ripete le parole degli Angeli agli Apostoli: «O uomini di Galilei, perché ve ne state a guardare in cielo? Quel Gesù che si è involato in cielo al vostro sguardo, ritornerà di nuovo in eguale maestà».

Ita veniet. Ecco la nostra consolazione nei dolori e nell’isolamento della vita. Gesù si è allontanato, ma Egli certamente ritornerà. Quest’attesa di Gesù deve determinare, per dir così, tutto il ritmo della nostra vita interiore, col cuore palpitante e cogli occhi della fede che fissano lassù il cielo.

La suprema glorificazione del Capo che oggi va ad assidersi alla destra del Padre in cielo, si trasfonde nelle membra, al pari di quel balsamo profumato che, secondo il Sal. 133 (132), dal capo di Aronne discese sulla sua fluttuante barba e sulle sue splendide vesti pontificali. Quest’unzione spirituale è il carisma dello Spirito Santo, che oggi Gesù dal cielo impetra sulla Chiesa. Il nesso quindi tra l’Ascensione e la Pentecoste è assai intimo. L’una non si spiega senza l’altra.
[
Scuola Ecclesia Mater]

Io sono con voi tutti i giorni

At 1,1-11; Salmo 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

La solennità dell’Ascensione al cielo del Signore nostro Gesù Cristo ci fa riflettere sul suo destino finale. È risuscitato, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. Per la sua totale obbedienza al Padre (fino alla morte della croce), l’uomo Gesù Cristo è glorificato e costituito giudice e salvatore universale. Questa scena dell’Ascensione è riferita da Luca, negli Atti e nel vangelo, e accennata nella finale di Marco. Essa comporta due aspetti fondamentali: la separazione e l’elevazione.

Il primo dice la cessazione di un certo modo di relazione tra Gesù e i suoi discepoli, pur rimanendo con loro fino alla fine del mondo, con una presenza spirituale ma reale ed efficace. Il secondo simboleggia l’esaltazione, la glorificazione o la signoria del Figlio di Dio. Il Verbo di Dio tornato al cielo là prepara un posto per tutti i suoi seguaci e discepoli.

Quindi la contemplazione di Gesù che sale al cielo esprime il punto di riferimento di ogni cristiano, che sa come la propria esistenza sia un cammino proteso verso la pienezza della gloria, e come sia lassù il destino della nostra storia quotidiana.

Tuttavia, questa tensione verso il cielo non dovrebbe farci dimenticare la serietà del nostro impegno nell’oggi concreto, ma dovrebbe piuttosto aiutarci a comprenderne la provvisorietà. Tutto sommato, la celebrazione dell’Ascensione rappresenta un canto di speranza: in Cristo salito al cielo, ogni essere umano vede la meta della propria esistenza. Il soggiorno terreno risulta allora un pellegrinaggio ed un itinerario verso la configurazione di tutti a Cristo.

Il posto, che Gesù è andato a preparare per ognuno di noi, è promesso e donato, ma va anche meritato. Quindi, vivendo nella speranza di vivere in cielo con Cristo, il cristiano deve fare la sua parte quaggiù, cioè il bene. È per questo che gli apostoli sono stati rimproverati quando stavano lì impalati a guardare verso il cielo. Ormai occorre guardare verso la terra e verso i prossimi. Tocca ai cristiani di assicurare la presenza reale di Cristo nel mondo. Egli deve continuare a manifestarsi attraverso la nostra persona.

Il guardare verso la terra non va compreso unilateralmente. Sarebbe un disastro. Non si tratta quindi di un’ostinazione a guardare troppo e soltanto in direzione della terra. Bisogna non trascurare mai di guardare verso l’alto dove Cristo nostro fratello e Signore è andato a prepararci posti, e dove intercede per noi.

L’ultima pagina del vangelo di Matteo racconta l’incontro degli undici apostoli con Gesù risorto sul monte della Galilea. Egli si autopresenta con la formula dell’investitura divina: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”. In questa forza di Signoria universale ricevuta da Dio, Gesù incarica anche gli undici discepoli di una missione universale: “Andate dunque ed ammaestrate tutte le nazioni”. “Ammaestrate”: è una espressione originale del vangelo di Matteo, che ha un significato da precisare. Il verbo greco utilizzato, mathetèeusate, vuol dire “fate discepoli” tutti i popoli, senza distinzioni etniche e privilegi religiosi.

Tutti gli uomini sono destinatari della missione degli inviati di Gesù. Lo scopo della missione è chiaro: è di farli discepoli di Gesù, il Signore universale, cioè fare di tutte le nazioni l’unico popolo di Dio mediante il battesimo che li pone in comunione con il Padre. Questo battesimo dei discepoli di Gesù avviene nello Spirito Santo, promesso per il tempo messianico. Come nell’Antico Testamento i dieci comandamenti erano le condizioni per vivere nella prima alleanza, così nell’alleanza messianica si deve assumere l’impegno ad osservare e attuare tutto quello che Gesù ha comandato (insegnato), cioè la volontà di Dio, portando a compimento la Legge.

L’ultima parola di Gesù è una promessa che riassume la speranza che percorre tutta la tradizione biblica: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Finalmente questa promessa si compie nell’umanità di Gesù. L’importanza di questa presenza di Gesù risorto risiede nella sua ferialità ed estensione: “Tutti i giorni fino alla fine del mondo”. Quindi la signoria di Cristo continua a manifestarsi nella storia quotidiana del mondo, però attraverso una assenza-presenza fatta apposta per mettere alla prova la fede.
Don Joseph Ndoum

Andate dunque
e ammaestrate tutte le nazioni 

Il missionario d’oggi ha una forte esperienza personale di Dio. Conosce Dio ed è conosciuto da Lui. Ha un rapporto quotidiano con Lui secondo il momento che sta vivendo. A volte questa relazione sarà più profonda, a volte più superficiale, a volte più biblica, a volte secondo il vissuto. La cosa più importante è la perseveranza in questa relazione. Non abbandonare Dio ma abbandonarsi a Lui per vivere la vera gioia. Sono convinto che questa relazione ha mantenuto la mia passione per la missione ad gentes, per la costruzione della fraternità, la mia passione per i poveri e la mia voglia d’ascoltare le persone ed essere vicino a loro.

Il missionario d’oggi ama il popolo al quale è inviato. S’informa, studia la storia, ascolta la musica, guarda il cinema. In definitiva, cerca d’impregnarsi della cultura che l’accoglie. Tutta questa scoperta oggi è molto più facile grazie a internet perché tutto è alla portata d’un click. L’amore nasce dalla conoscenza, dal capire, dal comprendere. L’amore è anche critico e scopre le rotture che provoca il Vangelo. Il missionario oggi cerca di cogliere il momento culturale che vive il paese dal quale è accolto per riuscire davvero a diventare parte di quel mondo senza essere perpetuo forestiero. 

Il missionario d’oggi è un esperto comunicatore e accompagnatore. Deve imparare a comunicare la Parola di Dio non solo nelle omelie ma anche attraverso le relazioni sociali e i media. Deve avere la pedagogia per comunicare la Buona Novella, non la Buona Vecchiaia. È una persona creativa.

Le persone che hanno sete di Dio, hanno anche sete di una parola che sia davvero come quella di Gesù. Una parola che dà speranza, che apre orizzonti, che propone, che invita, che accompagna. Accanto a questo, il missionario d’oggi è un buon accompagnatore nella vita. È una persona facile all’empatia, accetta senza condizioni l’altro ed è una persona autentica, cerca di vivere onestamente la propria vocazione.

Il missionario d’oggi è un artista della fraternità. Un artigiano della comunione. Un appassionato della vita comunitaria e delle relazioni interpersonali. La comunità è il microcosmo del Regno di Dio. Un’utopia. Un luogo liberato dove il perdono, la festa, la gioia e il discernimento sono costanti.

Abbiamo bisogno di referenti e di una comunità unita nella diversità: è un segno contro culturale nel nostro mondo che tende verso l’uniformità.

Il missionario d’oggi agisce con fermezza. Appassionato della riconciliazione, della pace, della giustizia, dell’ecologia e della diversità, cerca di costruire un mondo degno per i più poveri e un mondo migliore per tutti. Quello che si chiamava «la pastorale» non è più un tempo dedicato agli altri, perché, come dice papa Francesco, «siamo missione, non facciamo la missione».
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