Solennità di Pentecoste – Anno A. Un alito di vita

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Mi piace pensare allo Spirito che fa diventare tua lingua la Parola di Dio: tua lingua e tua passione e tuo cuore. Ricordo l’impressione – sì, direi l’emozione – che provammo a Gerusalemme, quando una sera vedemmo davanti al Tempio i giovani ebrei danzare abbracciati – così come si abbraccia la creatura amata – abbracciati al rotolo della Torah, della Bibbia. Quasi una sorta di innamoramento.

Gv 20, 19-23

Un alito di vita

Ricevete lo Spirito Santo…

Più ancora che le porte del cenacolo, quella sera, chiuso era il cuore degli Undici, barricato dentro le proprie convinzioni e riserve, paralizzato dalle proprie paure. Le tenebre della sera che incombeva erano figura di ben altre tenebre, di quelle dell’incapacità di credere alla risurrezione del Maestro. La chiusura era stata la reazione dei discepoli all’annuncio recato loro da Maria di Magdala di aver visto il Signore. Tra gli Undici c’erano anche Pietro e il discepolo che Gesù amava, i quali avevano toccato con mano che quella mattina era davvero accaduto qualcosa. Ma nulla. C’era qualcosa cui essi attribuivano un potere superiore a quello del Signore: per timore dei Giudei… Ripenso a tutte quelle situazioni cui io attribuisco un potere paralizzante di fronte al quale finisco per concludere: neanche Dio può farci più nulla.

Eppure, Dio non si rassegna. Dio non pronuncia mai l’espressione che sovente affiora sulle nostre labbra quando con disincanto e disarmati ripetiamo: non c’è più nulla da fare. Dio non lo fa mai. Dio ripete sempre: ricevete lo Spirito Santo! Dalla parte della vita, fino alla fine, anche quando tutto sembra portare i segni evidenti del fallimento manifesto. Smettetela – dice Dio – di continuare a voler sistemare un passato attraverso l’unico mestiere che a volte finisce per assorbirvi: quello di riempire di fiori la morte. Oh, se siamo esperti di questo mestiere mentre dobbiamo riconoscerci analfabeti dello stile di Dio!

Ricevete lo Spirito Santo…

Come non pensare all’antico profeta Ezechiele che guardando la situazione del suo popolo che si era allontanato dal Signore lo paragonava a una sterminata distesa di ossa di fronte alle quali si sente ripetere: potranno queste ossa rivivere?

Immagino il Signore che guarda la mia vita e rivolge a me questa parola: padre Antonio, potranno queste ossa rivivere? E il riferimento non è anzitutto a qualcosa di esterno a me: il riferimento è alla mia, alla nostra situazione interiore di fronte alla quale con disincanto verrebbe da concludere che per virtù propria non potranno rivivere. Poi certo, il riferimento è a questa stagione ecclesiale nella quale prevale lo scoramento e la fatica propri di quelle stagioni in cui sembra mancare il respiro.

Cosa può significare celebrare ancora la Pentecoste se non sentirsi ripetere che non è ancora la fine e Dio non cessa di riversare il suo Spirito e non già perché finalmente la situazione sia ideale ma, forse, proprio perché essa sembra allo sbando?

Quella sera il Signore si rese presente – venne Gesù, stette in mezzo a loro – in mezzo a una comunità che conosceva bene fragilità e paure. A loro consegnò il dono della pace che nulla a che vedere con una esistenza al riparo da lotte e tensioni, nulla da spartire col nostro bisogno di starcene in pace. La pace donata dal Risorto, infatti, è quella capacità di riconoscere che se la paura e la fragilità sono evidenti, ben più grande è la fiducia in colui che vince il male grazie a una misericordia insperata.

Non è forse questo il compito della comunità cristiana inviata per essere segno di nuovi inizi, di possibili germogli nella misura in cui si lascia condurre dallo Spirito Santo e non già da logiche strategiche che nulla hanno da spartire con il Vangelo?

Un’altra storia è possibile, dice Dio, ma occorre tanta audacia da parte nostra per farla nascere.

Ricevete lo Spirito Santo…

Al termine di questo unico grande giorno di Pasqua iniziato con una luce nella notte del male e della morte, il cero pasquale verrà spento e collocato accanto al fonte battesimale. Ma la sua luce continuerà ad ardere grazie alla nostra disponibilità a perdonare: a chi rimetterete i peccati… Il riferimento non è soltanto a una prassi sacramentale ma ad uno stile relazionale.

Perdonare è donare attraverso le ferite ricevute, è fare del male subìto l’occasione di un gesto di amore. Se tu non perdoni, l’altro non potrà cambiare.

Il nostro perdono il segno che il male non ha l’ultima parola sulla nostra vita.

Don Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com/

Lo Spirito Santo guida il cristiano
a scoprire il senso della vita

At 2,1-11; Salmo 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Giovanni 20,19-23

La beata Pentecoste ci ricorda tre eventi principali: l’effusione dello Spirito Santo su Maria e gli Apostoli nel cenacolo, la prima predicazione del vangelo in Gerusalemme e il formarsi della prima comunità cristiana o la nascita della Chiesa. Il protagonista (nascosto) di tutte queste Vicende è lo Spirito Santo.

Il nome Pentecoste deriva dal fatto che questa festa veniva celebrata cinquanta giorni dopo la Pasqua. Essa coincideva nell’Antico Testamento con la festa della mietitura, giorno di rendimento di grazie durante il quale erano offerte a Dio le primizie dei prodotti della terra. Era inoltre occasione per un pellegrinaggio alla città santa, eco o/e coronamento del pellegrinaggio pasquale, commemorazione annuale dell’alleanza, quando nel Sinai venne data la legge totale.

Invece, la festa cristiana commemora la Pentecoste che seguì alla morte di Gesù; essa fu segnata dal dono dello Spirito Santo che inaugurò una nuova creazione e il tempo della Chiesa. La Pentecoste segna dunque il culmine dell’opera divina di salvezza e la vocazione della nuova comunità del Risorto all’ universalismo. È la pienezza della Pasqua o il mistero pasquale totale.

La coincidenza di data con la festa giudaica indica che la figura ha cessato il suo compito, che perché si è entrata nelle realtà, quella della nuova Alleanza.

La Pentecoste non è quindi la festa dello Spirito Santo, intesso come persona divina in se stessa, ma è celebrazione di un avvenimento salvifico, cioè uno di quegli interventi di Dio che nella realizzazione del piano della salvezza decidono in modo unico e definitivo della sorte del mondo. Questo evento consiste principalmente nel dono dello Spirito: "L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è donato" (Rm5, 5).

I Padri della Chiesa hanno paragonato questo “battesimo nello Spirito Santo”, che segna l’investitura apostolica della Chiesa, al battesimo di Gesù, il quale segnò l’inizio del suo ministero pubblico.

Il fatto che la gente di diversa lingua comprenda la lingua nella quale parlano gli Apostoli dice che prima comunità messianica si estenderà a tutti i popoli. La divisione operata a Babele (Gn 11,1-9) trova ormai la sua antitesi e il suo termine positivo. Il miracolo della confusione e dispersione.

Nella Pentecoste cristiana, il dono dello Spirito Santo prende il posto della Legge. Si realizza così il sogno dei profeti che annunciavano l’alleanza fondata sul dono interiore dello Spirito di Dio a tutti (Ez.36, 27).

Insomma, la Pentecoste è la celebrazione di quello dono insuperabile fattoci dal Risorto. Lo Spirito, che è presenza di Dio in noi, riversa su di noi i suoi doni, che ci rendono attenti alle ispirazioni divine e ci orientano al bene.

Quando ci vengono pensieri buoni, è lo Spirito che ci visita. Evidentemente, tutti quanti che invocano e sono guidati dallo Spirito hanno sempre idee e hanno, acceso in loro, il fuoco dell’amore vero ed autentico (l’agapè). E veramente, se facciamo spazio allo Spirito, Egli interviene sempre con efficacia nella nostra vita.

Manda, Signore, il tuo Spirito, perché rinnovi la faccia della terra.
Don Joseph Ndoum 

La piccola Pentecoste

Omelia di don Angelo

Ancora questo gioco: avviene nell’ottavo giorno, come suggerisce il Vangelo di Giovanni, o il giorno di Pentecoste, come suggerisce il libro degli Atti, il dono dello Spirito. Forse è impoverire lo Spirito Santo questa pretesa di imbrigliarlo in un’unica manifestazione. Ed è anche bello pensare che l’avevano ricevuto la sera di Pasqua e ancora l’attendevano: e non è una finta, un far finta, è un anelito vero: vieni, Santo Spirito!

E vorrei partire in questa riflessione proprio dalla Pentecoste piccola, quella senza clamore, quella che avviene la sera di Pasqua, al calare delle ombre, mentre chiuse erano le porte: “Alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi….”. Uno Spirito – voi mi capite – per essere liberi interiormente, liberi da ciò che ci rinchiude dentro, il peccato. Vedete, la libertà – quella interiore – è grande dono, forse dono ancor più grande della libertà esteriore.

I rabbini si chiedono perché Dio non avesse dato la Torah – la legge – a Israele immediatamente dopo l’esodo dall’Egitto, ma molto dopo sul Sinai. E rispondevano che era più facile per Dio far uscire Israele dall’Egitto che far uscire l’Egitto da Israele.

Come è vero! Quanto è più difficile recuperare la libertà dentro, quant’è più difficile disintossicarci dentro, quant’è più difficile espellere i faraoni che ci comandano dentro.

Manda, Signore, il tuo Spirito a renderci liberi dentro. E ci faccia sempre più convinti che ciò che conta è come siamo dentro. Ci aiuti a sfuggire all’inganno di una società che privilegia l’immagine, la maschera.
Il tuo è uno Spirito d’interiorità
I nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre passioni, le nostre scelte siano nella rettitudine e nella libertà.

A questo riguardo è suggestivo pensare che ai tempi di Gesù la festa ebraica di Pentecoste era la festa della Rivelazione, la festa del dono della Legge sul Sinai. Nel racconto della Pentecoste cristiana molti di voi avranno notato alcune significative assonanze: il vento, il fuoco, il miracolo delle lingue. Secondo un noto midrash sul monte Sinai ogni parola uscita dalla bocca di Dio si divise in settanta lingue, così che ogni popolo sentiva i precetti divini nella propria lingua.

Mi piace pensare allo Spirito che fa diventare tua lingua la Parola di Dio: tua lingua e tua passione e tuo cuore. Ricordo l’impressione – sì, direi l’emozione – che provammo a Gerusalemme, quando una sera vedemmo davanti al Tempio i giovani ebrei danzare abbracciati – così come si abbraccia la creatura amata – abbracciati al rotolo della Torah, della Bibbia. Quasi una sorta di innamoramento.

Manda, o Signore, il tuo Spirito.
Ci liberi dal gelo di una religione ridotta a un elenco di definizioni da credere, o a un prontuario di norme da osservare.
Ci faccia parlare con te, seguire te, pensare a te con il cuore di chi ama.

Lo Spirito di Gesù ci fa – lo dicevamo – uomini e donne dell’interiorità ma non certo uomini e donne dell’intimismo. La Pentecoste è anche festa di uno Spirito che ci scuote, che apre le porte, che conduce sulle piazze, fuori dai nostri recinti protetti, nel rischio della vita, nella imprevedibilità della vita.

“La fede non è un fatto crepuscolare, umbratile, da vivere solo nella penombra delle chiese. La fede è un fuoco. La fede la si gioca allo scoperto, nella città, nelle piazze, nella vita di tutti i giorni” (L. Pozzoli).

Ma – vorrei aggiungere – non alla maniera dei ciarlatani: lo Spirito è anche pudore, è discrezione, è ascolto, è trasalimento per la voce misteriosa, per i segni improvvisi che solo chi è abitato dallo Spirito – quello vero! – sa sorprendere.

Non abbiamo – no, non abbiamo conosciuto lo Spirito, il vero Spirito di Dio, se come cristiani diamo l’impressione di essere “impegnati” a lottare e a vincere più che a comprendere e a contemplare.

Vieni, Santo Spirito tu che sei vento impetuoso ma anche brezza leggera,
tu fierezza ma anche dolcezza,
tu rigore ma anche amabilità,
tu assolutezza della verità ma anche tenerezza della misericordia.

Omelia di don Angelo
http://www.sullasoglia.it

PENTECOSTE
Giovanni 20,19-23
Lectio

19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”.

È indicato il giorno “tē hēméra ekéinē”=quel giorno (della Resurrezione) nel quale inizia la nuova creazione, =tē mia sabbátōn=il primo della settimana. Il luogo non viene precisato. L’annuncio che Gesù è risuscitato non toglie i discepoli dalla paura per la loro incolumità in quanto anch’essi sono ricercati (nell’interrogatorio il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo i suoi discepoli, 18,19). Non è sufficiente sapere che Gesù è risuscitato, ma occorre sperimentarlo presente. Gesù si presenta ponendosi al centro (stette in mezzo) della comunità. Questa dell’evangelista è una indicazione teologica: la comunità cristiana è centrata unicamente in Gesù, unico punto di riferimento e fattore di unità.

Viene sottolineato il contrasto tra il timore dei discepoli e la pace che Gesù comunica loro. Perché questa comunicazione di pace diventi effettiva deve essere accompagnata da gesti che la concretizzino.

20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

La pace di Gesù scaturisce dai segni del suo amore per i discepoli. Quell’amore che ha fatto sì che lui si consegnasse dando la vita per i suoi rimane impresso per sempre nella sua carne. Si realizza quanto Gesù aveva loro promesso: “Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”(16,22). Il timore per i Giudei lascia il posto alla gioia per il Signore. Se avevano paura della morte che potevano infliggere le autorità, ora sperimentando Gesù resuscitato, sanno che nessuno può togliere la vita all’uomo.

21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.

L’incarico ricevuto dai discepoli è quello di prolungare la missione di Gesù per essere manifestazione visibile dell’amore del Padre; per questo Gesù comunica loro la sua stessa capacità di amare.

22 Detto questo soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo.

Il verbo “soffiò”= enephiúsēsen da =emphiusáō è lo stesso usato dall’autore del Libro della Genesi nel racconto della creazione del primo uomo: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7 LXX). Gesù aveva detto: “è lo Spirito che dà la vita… le parole che io vi ho detto sono Spirito e sono vita” (6,63). Questa, per Giovanni evangelista, è la Pentecoste di At 2,1.

La pienezza di vita che Gesù risuscitato possiede viene trasmessa ai suoi. Il dono dello Spirito effettua come una nuova creazione. Questo soffio è lo spirito vitale che permette all’uomo di diventare un essere vivente (Sap 15,11), dotato di un principio di vita che è la partecipazione alla vita stessa di Dio e che ogni creatura deve accogliere sempre di più nella propria vita! L’uomo da corpo animale/materiale (essere animale) è diventato corpo spirituale (essere spirituale) [cfr. 1Cor 15,44], cioè se prima faceva conto principalmente sulla sua umanità ora può far conto sullo stesso Spirito di Gesù. La forza dello Spirito è contenuta nel messaggio, per questo Gesù comunica lo Spirito al momento di inviare gli apostoli a trasmettere agli uomini le parole ricevute dal Padre. Gli uomini devono prendere coscienza sempre di più di questa Presenza per giungere alla pienezza di vita, quella della nuova e definitiva creazione, portata a termine in Gesù.

23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

Questo incarico di Gesù non riguarda solo alcuni della comunità, ma è rivolto a tutti. Compito della comunità è prolungare l’attività di Gesù. Come Gesù non è venuto per giudicare ma per salvare: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.” (3,17); e “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.”(12,47) così compito della comunità non è giudicare gli uomini ma offrire loro una proposta di vita che li conduca alla pienezza. Non si tratta di una “potestà” ma di una “capacità/responsabilità” che si misura dalla sintonia con Gesù per mezzo dello Spirito. Affinché questo sia chiaro l’evangelista fa un attento uso dei termini: non adopera il verbo perdonare (siunghighnōskein) ma condonare/liberare (aphéōntai da aphíēmi), e si riferisce ai peccati e non alle colpe/mancanze degli uomini. [Il termine greco hamartía=peccato riguarda generalmente il passato dell’individuo (cfr. Rm 7,14.17.20.23.25; 1Cor 15,17; Mt 1,21) e non il suo presente e si riferisce a una situazione di ingiustizia (e non ad una colpa occasionale) nella quale l’individuo si trova volontariamente o perché non ha mai conosciuto un’alternativa.

Riflessioni:

  • Si è posato sul Figlio, si è posato su molti discepoli, si posa su ogni uomo, per schiudere la vita, per rinvigorire ogni vita. È lo Spirito di Dio. È l’alito, l’anelito di Colui che si è immischiato nella storia dell’uomo per santificarla: il tempo e lo spazio ristretto, di prima, diventano ora perennità e infinità.
  • Si compie così un tempo, e se ne apre un altro, completamento e continuità: è l’epoca dello Spirito, inanellata a quella del Padre e del Figlio. E qui, ora, siamo anche noi implicati e co-evi di queste epoche, grazie allo Spirito. Siamo pertanto gli uomini dello Spirito, che uniscono le storie precedenti, assetati di verità, in attesa di novità, che lo Spirito attuerà e ricorderà.
  • Siamo come lo sposo che ricorda alla sua sposa un amore che non si spegne, anzi…
    Siamo come l’amico che ricorda fedeltà e lealtà, anche nelle vicende cariche di enigmi. Siamo come chi ricerca verità, instaura autenticità, parla senza ambiguità e senza le finzioni su scene irreali.
  • Ed arriva, come colomba, come fuoco, come pensiero che si eleva e coglie significati e ragioni, come coscienza che rannoda spazi e tempi al sentire interiore, come cuore che pulsa ed ama le bellezze di ogni cosa, di ogni volto. Anche questo è il mistero dell’uomo e di Dio, che oggi si celebra, si glorifica, e ricorda il destino di ogni vivente.
  • È la festa oggi dello Spirito parlante.
    È l’ora della parola a colori. È il giorno di un sogno avverato. Lo Spirito nei tempi dell’inizio si librava sulle acque, traducendo la parola creativa del Padre: ogni cosa fu, allora, come oggi… Il Verbo rimase inespresso nella storia, fino alla Ri-velazione divina: poi si espresse senza più elementi vicari. E parlò di sé, del Padre, riservandosi poi anche di dire dello Spirito, anzi promise di inviarlo. Ed è iniziato oggi il tempo della Parola comune tra gli uomini e Dio, che da oggi potranno intendersi agevolmente.
  • È finita l’epoca di babele, della disunione, dei particolarismi soffocanti, e nasce una nuova grammatica per un linguaggio comune e universale, ove ognuno può riconoscersi, ascoltare e liberamente parlare per intendersi: è la grammatica della vita ove ogni uomo è Soggetto di azioni di vita e può coniugare i verbi fondamentali comuni ad ogni lingua. E su questo nuovo linguaggio potrà posarsi lo Spirito e ricordarne i nuovi termini di giustizia, di libertà, di pace, tensioni perenni di ogni vivente.
  • Vieni, pertanto, Santo Spirito, e manda raggi lucenti che attraversino parole, voci d’amore che ravvivino speranze, inviti che riportino segnali di pace: in Palestina, in Africa, in Occidente e in Oriente.
    Sarà una Tavola di pace, ove la parola ha un senso, il sentimento un valore, il nome sottoscritto un impegno di fedeltà.

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