Mercoledì 3 giugno 2020
“Se questa pandemia ci farà comprendere che la solidarietà e la responsabilità verso l’altro, soprattutto il più debole, e verso il mondo creato sono atteggiamenti fondamentali di un mondo che è ‘casa comune’, allora potremo dire che questa pandemia sia stata trasformata in opportunità e il nostro tempo, marcato da eventi di sofferenza, elevato a kairós, tempo di qualità aperto all’eterno”. [Testo: P. Mariano Tibaldo. Foto: Ansa/Sir]

Qualche settimana fa una virologa svedese, in palese contraddizione con le autorità sanitarie del proprio Paese che non avevano adottato un rigoroso lockdown per affrontare la pandemia di covid-19, affermava: «La scienza non è governata solo dalla razionalità ma anche dai sentimenti».

Foto: Ansa/Sir

La virologa si riferiva, probabilmente, alle motivazioni per cui in Svezia si era preferito ‘raccomandare’ la popolazione sull’importanza della distanza sociale lasciando alla responsabilità personale l’applicazione delle raccomandazioni. Le intenzioni del governo erano quelle di puntare sul raggiungimento dell’immunità di gregge senza chiusure né divieti: una posizione plausibile dal punto di vista del governo, ma a quale costo? La Svezia, a confronto con le nazioni vicine, è quella che registra il più altro numero di morti e di positivi. La domanda che si pone è di natura etica: può uno stato sacrificare le persone più fragili (per età, per censo o per estrazione etnica – sembra, infatti, che alcuni gruppi di rifugiati, in particolare i Somali, siano i più colpiti dalla malattia) per portare avanti una politica di questo tipo?

Il Regno Unito aveva inizialmente seguito questa strategia. Il primo ministro B. Johnson – con fredda disinvoltura, non si sa dettata da incoscienza oppure perché voleva atteggiarsi a novello W. Churchill nell’ ‘ora più buia’ – sosteneva che il virus «si diffonderà ulteriormente e … molte altre famiglie perderanno i loro cari prima del loro tempo». Parole alquanto scriteriate che facevano appello al presunto stoicismo del ‘British people’ di fronte alle avversità – forse dimenticando che il popolo britannico, dopo decenni di benessere e di opulenza, non era più quello di settant’anni fa. Comunque, anche il governo britannico, nonostante le spacconate del suo primo ministro, dovette far marcia indietro e applicare il lockdown quando si accorse che le vittime erano troppe e il peso sulla sanità pubblica insostenibile. La malattia del primo ministro e l’aver rischiato di morire, poi, aveva fatto il resto.

Quindi, come sostenuto dalla virologa svedese, la scienza non è governata solo da razionalità ma anche da sentimenti, io aggiungerei da precomprensioni etiche e filosofiche (per non parlare di criteri immorali o di pura convenienza) che niente hanno a che vedere con la scienza. La scienza, nella sua applicazione, non è un’attività asettica, indipendente e oggettiva.

Oltretutto, gli enunciati scientifici non sono asserzioni dogmatiche, come giustamente sosteneva K. Popper, ma procedono per confutazione, cioè le teorie scientifiche passano attraverso un processo ipotetico-deduttivo: una ipotesi viene verificata e passata al vaglio di severi tentativi di falsificazione prima di diventare una teoria scientifica. Un’affermazione scientifica è tale quanto più è controllabile e potrebbe venire smentita dai fatti. Uno scienziato serio non farà mai affermazioni apodittiche ma userà frasi molto caute – come nel caso di questo virus così sfuggente – appunto perchè la scienza non potrà avere tutte le risposte, e le risposte di oggi potrebbero venire smentite domani.

Noi vorremmo, invece, avere delle certezze, mentre certezze non ci sono. Il mondo pre-corona virus – almeno quello occidentale perché, per popolazioni di altri continenti che dovevano convivere con l’insicurezza e l’incertezza, il discorso è un altro – era pervaso dal mito che tutto potesse essere controllabile e programmabile, un mondo dove la libertà del singolo e la difesa dei propri interessi particolari erano diventati l’essenza del nostro stile di vita. Infatti, anche durante il lockdown abbiamo assistito a proteste di piazza contro la presunta violazione delle libertà personali – qualcuno faceva notare che chi, negli Stati Uniti, protestava contro la quarantena era di razza bianca e non chi aveva maggiormente sofferto per la pandemia, cioè le minoranze etniche e gli afroamericani.

Foto: Ansa/Sir

Però mai come in questo tempo la fragilità, la morte e l’incertezza personali sono diventati così palpabili in tutti gli strati della società.

Convivere con l’ansia e la paura fa parte di questo ‘tempo sospeso’ ma farà parte anche del nostro futuro. Però paura ed ansia possono diventare nostri alleati se passati attraverso il vaglio della razionalità e della volontà per trasformarsi in atteggiamenti di prudenza. Per contro, l’avventatezza e l’azzardo di non poche persone in questi giorni, incuranti della salute propria e della salute degli altri, sono senza dubbio reazioni istintive dettate dalla stessa paura e dall’ansia che pretendono di non sentire. Panico e imprudenza sono le due facce della stessa medaglia.

Ma questa pandemia, come ha più volte affermato Papa Francesco, ci dovrebbe aiutare a capire «che siamo tutti sulla stessa barca» e che, se vogliamo salvarci, non sono accettabili reazioni dettate dall’egoismo personale, dalla difesa dei propri confini o dallo sfruttamento selvaggio della natura. Se questa pandemia ci farà comprendere che la solidarietà e la responsabilità verso l’altro, soprattutto il più debole, e verso il mondo creato sono atteggiamenti fondamentali di un mondo che è ‘casa comune’, allora potremo dire che questa pandemia sia stata trasformata in opportunità e il nostro tempo, marcato da eventi di sofferenza, elevato a kairós, tempo di qualità aperto all’eterno.

Nella saga Il Signore degli Anelli, c'è un dialogo tra lo hobbit Frodo e il mago Gandalf. Sono parole che hanno una potenza molto evocativa e rivelano l'atmosfera di questi nostri tempi difficili. Frodo vorrebbe non avere mai avuto la responsabilità dell'anello. «Vorrei, dice Frodo, che l'Anello non fosse mai venuto da me. Vorrei che non fosse accaduto nulla.». Al che Gandalf risponde: «Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, ma non spetta a loro decidere; possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso.».
P. Mariano Tibaldo