Santissima Trinità: “Dio è comunione, unità, amore”

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La Santa Madre Chiesa ci dona una domenica per fissare lo sguardo in Dio ossia nel suo segreto che è comunione, unità, amore. Abbiamo bisogno di sollevare lo sguardo verso la bellezza di Dio, di placarci davanti alla tenerezza del Padre, di lasciarci liberare dalla misericordia del Buon Pastore e di aprire il cuore alla consolazione dello Spirito che ci parla bene del Padre.

Per fissare lo sguardo nel segreto di Dio
che è comunione, unità, amore

«Chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». La prima lettura di questa festa ci ricorda che il nome di Dio è: «Misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Credere al nome del Figlio suo benedetto vuol dire credere all’amore. La condanna trova strada nel cuore umano quando l’amore viene squalificato e disprezzato; è questa la tentazione sin dalla Genesi, quando il maligno pone il Padre in una luce distorta.

Una volta che l’amore vien venduto come un inganno, il bene diviene inaffidabile e il male appare più verosimile. Allora si arriva a pensare che un atteggiamento “smaliziato” sia adeguato, opportuno, perfino onesto. Un male può essere dannoso, ma se nessuno crede alla cura e forse neanche la cerca, allora ha veramente vinto. Lo scetticismo come atteggiamento appropriato è una mentalità che distrugge l’umanità, la quale si regge, invece, sulla fiducia.

Come stabilire relazioni autentiche senza dar credito a chi abbiamo di fronte? Come costruire la società senza un minimo di concordia?

Anche la Chiesa diviene ricettacolo di disincanto e delusione se la misericordia che il Nome di Dio porta in sé è ridotta a disquisizione teologica di un argomento poco assecondato e non sposato profondamente. Come annunciare il Vangelo senza credere al bene? Come compaginare la comunità cristiana facendo leva sull’organizzazione o sull’operatività ma non sull’amore di Dio?

Ecco perché la Santa Madre Chiesa ci dona una domenica per fissare lo sguardo in Dio ossia nel suo segreto che è comunione, unità, amore. Abbiamo bisogno di sollevare lo sguardo verso la bellezza di Dio, di placarci davanti alla tenerezza del Padre, di lasciarci liberare dalla misericordia del Buon Pastore e di aprire il cuore alla consolazione dello Spirito che ci parla bene del Padre.

Abbiamo necessità di vivere scendendo dal Tabor della liturgia, che ogni volta ci permette di dire: «È bello per noi stare con te». Dio è veramente bello. Dio è veramente amore.
[Fabio Rosini – L’Osservatore Romano]

Il mistero trinitario

Com’è fatto Dio? Nessuno lo sa. S. Gregorio di Nissa e S. Agostino, menti poderose e penetranti, hanno cercato di capire il mistero trinitario, con risultati stupefacenti, ma le loro riflessioni restano alla fine solo un balbettio di fronte alla grandezza di Dio. Essi stessi riconoscevano la totale insufficienza della mente umana di avere comprensione piena del mistero trinitario.

C’è però uno che sa come stanno le cose. Egli è Gesù, il Figlio Unigenito, che ha preso la carne umana e parla la nostra lingua e ha un cuore che batte come il nostro. Lui sa chi è Dio. È lui che ci ha parlato del Padre e dello Spirito santo. E ci ha fatto comprendere che è Amore. E se è amore non può essere solo, ma comunione interpersonale di grado infinito. Questo amore divino che supera ogni immaginazione noi lo abbiamo conosciuto nella persona di Gesù e da lui comprendiamo la grandezza stessa dell’amore. Di questo amore vediamo gli effetti su di noi: ci serve con tutto sé stesso, ci chiama all’amore vero, ci perdona al di là dell’immaginabile, ci dà la vocazione di essere comunione come lui è comunione, siamo chiamati ad essere Trinità. Il mistero ci sorprende.

Ma ci responsabilizza. Il mistero della Trinità diventa progetto di vita e le nostre relazioni sono vere solo se sono basate sull’amore. Marito e moglie, genitori e figli, amici, poveri, ma anche gli estranei, anzi non c’è più nessun estraneo, perché chi ama non conosce estranei, ma solo fratelli.
comboninsieme

Il mistero della Trinità:
un solo Dio che si prende cura dell’uomo

Es 34,4-6.8-9; Salmo 3; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

Dopo la conclusione del tempo pasquale, domenica scorsa, con la solennità della Pentecoste, entriamo ora nel tempo ordinario dell’anno liturgico. La Chiesa non intende celebrare un particolare ed isolato mistero cristiano, ma intende riconoscere, per adorare e ringraziare e amare, il protagonista assoluto della storia della salvezza: Dio uno e trino, Padre, Figlio e Spirito Santo.

La Trinità è un mistero, non nel senso di un enigma difficile, di una cosa nascosta, oscura, segreta; il mistero, qui, riguarda il divino disegno eterno di salvezza. Quello che viene sottolineato non è l’aspetto impenetrabile alla ragione, ma l’aspetto di rivelazione. È l’Assoluto che si dà a conoscere in termini di amore e di salvezza, per stabilire il suo regno. Quindi la Trinità è Dio come l’Amore che salva l’umanità. Certo, non tutto noi possiamo comprendere.

La rivelazione di Dio Uno-Trino rimane sempre una realtà che supera i limiti della ragione umana. La nostra mente deve piuttosto inchinarsi fino a terra dinanzi alle insondabili profondità del mistero divino e credere. Anche perché, dice sant’Agostino: “Dio è tanto inesauribile che, quando è trovato, è ancora tutto da trovare”. Le letture di questa solennità in cui si celebra il mistero più denso della fede cristiana, e che proprio sfugge alla nostra totale comprensione, suggeriscono anche l’atteggiamento appropriato per accostarvisi. In questo scopo, il testo dell’Esodo nella prima lettura riporta la scena dell’ultimo incontro di Dio con Mosè, dove egli scopre il volto nascosto di Dio “misericordioso e pietoso”. Mosè, salito sul monte Sinai per ricevere la legge (i dieci comandamenti), scopre con sorpresa che Dio si presenta a lui non come legislatore severo, ma come “lento all’ira e ricco di grazia”. Gli fa eco la preghiera di benedizione del libro di Daniele, che è una professione di fede nella presenza e manifestazione di Dio nel mondo e nella storia. A questi brani dell’Antico Testamento corrispondono le ultime righe della seconda lettera di Paolo ai cristiani di Corinto, dove l’apertura al mistero di Dio, Padre, Figlio e Spirito diventa esplicita. C’è un saluto finale dell’apostolo nel nome della Trinità, con una piccola esortazione: “State lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti”. Egli racchiude tutto in una frase, che comporta anche la promessa che serve di motivazione: “Vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi”. Non va trascurata la breve dossologia dell’acclamazione al vangelo, che riprende una formula dell’Apocalisse di Giovanni. La glorificazione è rivolta a “Dio che è, che era e che viene”. È uno sviluppo profondo del significato della rivelazione del nome di Dio a Mosè all’Oreb (Es 3, 14). Cioè l’azione e la presenza di Dio per la salvezza abbraccia il passato, il presente e il futuro. Nel colloquio con Nicodemo nel brano evangelico, Gesù ci rivela, in modo più preciso ancora, il volto di Dio: volto che è sommo amore. Dicendo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”, Gesù apre soprattutto uno spiraglio sul mistero di Dio e sul suo disegno di salvezza nei nostri confronti. La realtà dell’amore di Dio si manifesta e si rende presente nel dono del Figlio unigenito per la salvezza di chiunque crede. È un amore che abbraccia ogni essere umano e che ha come obiettivo la comunicazione della vita eterna e piena. L’unica condizione per accedere a questa salvezza è riconoscere ed accogliere l’unigenito Figlio di Dio come segno irreversibile e definitivo del suo amore per il mondo. In questa prospettiva del brano giovanneo, la fede nella ss. Trinità cessa di essere adesione a un postulato teorico e difficile della dottrina cristiana, ma risulta uno stile di vita fondato e plasmato dall’amore, che ha la sua sorgente in Dio Padre, che viene rivelato e manifestato dal Figlio unigenito, e che ci è comunicato in modo permanente mediante lo Spirito Santo. Dunque, l’amore dev’essere il criterio fondamentale della nostra autenticità cristiana.
Don Joseph Ndoum

SANTISSIMA TRINITÀ – Anno A
Giovanni 3, 16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodemo: 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Nei versetti precedenti (vv. 14-15) si è spiegata la realtà del Messia partendo dall’uomo = l’Uomo levato in alto; ora si parte da Dio che prende l’iniziativa inserendo la propria azione nella storia.

Dio offre all’umanità la pienezza di vita che è in Lui: così attraverso il Figlio unico egli avrà altri figli tramite l’identificazione con quello unico. Il Figlio li fa nascere mediante lo Spirito dando loro la capacità di diventare figli amando come lui ama. L’adesione (come voleva Nicodemo che attendeva il Messia dell’ “ordine”, cioè colui che impone la perfetta osservanza della Legge) non va data al riformatore di istituzioni ma al datore di vita. Per Gesù l’uomo non può ottenere pienezza di vita tramite l’osservanza della legge, ma attraverso la capacità di amare. Tale capacità, che lo Spirito dà, viene da Dio e completa l’essere umano.

Tutto avviene attraverso Gesù, dono dell’amore di Dio all’umanità. Dio è amore che desidera manifestarsi e comunicarsi. Dio si manifesta nel figlio Gesù e attraverso Lui comunica il suo amore. L’adesione a Gesù fa sì che l’uomo realizzi pienamente la sua esistenza in una qualità di vita tale da superare la morte. Il Dio di Gesù non risuscita i morti (il Dio dei morti) ma comunica la sua stessa vita ai viventi che così non conoscono la morte (il Dio dei viventi).

Nel cristianesimo primitivo era radicata la convinzione di essere già nella condizione di risorti (“e ci ha risuscitati con Lui e con Lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù” Ef. 2,6; Col. 2,12; 3,1). Anche il Vangelo apocrifo di Filippo riporta, sullo stesso argomento: “Chi dice: prima si muore e poi si risorge, erra. Se non si risuscita prima, mentre si è ancora in vita, morendo, non si risuscita più” (Vangelo di Filippo 90).

17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Gesù prende le distanze dall’attesa farisaica di un Messia venuto a giudicare gli uomini e dividerli in giusti o peccatori, puri ed impuri in base alle loro azioni, per costituire un Israele, popolo di santi, chiamato a dominare l’umanità. Gesù definisce se stesso il Figlio, unendo in questo unico termine le denominazioni: il Figlio dell’Uomo e il Figlio Unigenito di Dio. In Gesù si uniscono la radice umana e la provenienza divina, è l’uomo che rende presente la pienezza divina. La condizione divina porta al culmine la pienezza umana e la pienezza umana comporta la condizione divina.

La realizzazione in Gesù del progetto di Dio sull’umanità non è per un giudizio, ma per un’azione di salvezza. Dal momento del battesimo, con la discesa dello Spirito, Gesù, il Figlio, l’uomo con la condizione divina, è la meta delle aspirazioni degli uomini. Tutti possono accedere a Lui e, grazie al battesimo in Spirito Santo, raggiungere la condizione divina perché questa non diminuisce l’uomo ma lo potenzia. Questa condizione non si raggiunge attraverso sforzi ascetici o sacrifici, ma attraverso la costante pratica di un amore che assomigli a quello di Dio, cioè fedele, gratuito ed incondizionato. La pratica di questo amore fa crescere l’uomo e gli fa raggiungere la pienezza della condizione umano-divina.

18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato,
perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

Dio, amore che desidera solo comunicarsi, non giudica. Il Figlio, manifestazione visibile di questo amore, nemmeno. È l’uomo che si giudica da solo rifiutando questo amore. Dio non si comporta come un giudice, ma come datore di vita. Il rifiuto di questa pienezza di vita è il giudizio che l’uomo da se stesso emette. Chi sceglie la vita, che Dio offre in Gesù, avrà pienezza di vita. Chi rifiuta la vita ha fatto la propria scelta di morte. Pertanto per Gesù, chi crede, chi gli ha dato adesione, non va incontro a nessun tipo di giudizio, ma è già nella vita definitiva.

Questa dimensione non ci è stata rivelata tramite una legge (consegna delle Tavole…), ma ci è stata data attraverso il Figlio (“un figlio ci è stato donato” Rm 8,32). Non c’è stato l’invio di una legge scritta, ma la presenza nel Figlio che manifesta tutta la vita presente nel Padre che così si fa conoscere nella sua vita intima di perfettissima comunione e relazione: Padre e Figlio e Spirito Santo.

Riflessioni…

 È tutta la Storia di Dio che rivela, conferma e dimostra che il mondo è stato ed è oggetto di amore divino. È l’annuncio rivelatore per ogni nicodemo del mondo alla ricerca del calore della luce, oltre il chiarore di ogni verità.

 Quel mondo tutto, specie per quanto è ritenuto negativo, opaco, refrattario, è amato da Dio, fino a fargli dono del Figlio, di se stesso.

 Quanto aveva Dio di più caro, la vita, la sua energia creatrice, l’intimo di sé, la pienezza di sé, ha promesso e difatti poi l’ha trasmesso al mondo vivente, a quell’uomo sempre amato, rispettato nella sua libertà e dignità. Un gesto di amore totale.

 E l’uomo si ritrova nobilitato e rinnovato, capace e consapevole di essere parte di dio, anzi anch’egli figlio, come il Figlio, e si incammina ad essere storia umana di eterna Trinità divina. È il suo destino, la sua vocazione.

 Si prospetta da allora, dal tempo del pensiero creatore, del dono di un Figlio e di uno Spirito Santificante, la singolare esperienza per ogni uomo di quel mondo: di un amore accettato e desiderato, vissuto e condiviso, amato e riproposto, ad ogni mondano vivente.

 È l’esperienza dell’amore che si vive amando, come un uomo; come un Dio che fa sorgere la vita, la cura e poi la offre in dono; che condivide con l’uomo la vita, vivendola nella gioia, nei sospiri, nel dolore e nella speranza, e poi la dona; che libera nello Spirito da ogni ostacolo e condizione perché l’intero mondo abbia a fruire in pienezza della vita, in libertà e giustizia, e poi si dona.

 Questo il desiderio di Dio, che s’appaga quando scorge gli uomini tutti del mondo e li vede consapevoli di essere figli suoi, come quel Figlio che ha reso possibile eguagliare e garantire abbracci di Padre; quando, grazie a quello Spirito che rinnova salva, intreccia comunicazioni di intenti e scambi di amore, fondando l’universale famiglia umana.

 Manca ancora la pienezza della vita vissuta tra i figli dell’Umanità, con il Figlio Unigenito, con il Padre comune e lo Spirito vivificante. Occorre ancora sperimentare, con determinazione corroborata, la nuova condizione umana-divina, voluta da Dio sin dal tempo eterno: l’accoglienza introduce alla salvezza, la relazione di comunione con il divino e con il mondo conferma ogni salvezza; la giustizia esercitata per ogni vita consolida valori, accantona ogni giudizio di condanna e preannuncia per tutti garanzie di salvezza.
http://www.ilfilo.org/vangelodelladomenica.html

Una storia d’amore
Commento di Don Antonio Savone

Vorrei tanto avere il desiderio che abitava nel cuore di Mosè, il desiderio di vedere la gloria di Dio e ritrovarmi a contemplare nell’adorazione come Dio si manifesta: sempre oltre ogni umana aspettativa. Il Dio potente che Mosè si aspettava di incontrare si manifesta come il Dio misericordioso. Vorrei tanto avere il desiderio di capire di Nicodemo che, seppur nel timore della notte, osa fare domande che scombussolano le sue certezze: il suo desiderio di capire sarà appagato solo dopo la morte di Gesù quando avrà toccato con mano cosa intendeva Gesù quando parlava di un Dio che tanto ama il mondo da dare il suo Figlio unigenito.

Il mistero di cui oggi facciamo memoria potrebbe sembrare qualcosa per addetti al mestiere, non già per noi. Eppure è il mistero nel quale tutto di noi ha inizio e tutto ha fine, tutto trova la sua ragion d’essere, quello che sei e quello che fai: nel nome del Padre, nel nome del Figlio, nel nome dello Spirito Santo. Non cominciano forse così le nostre giornate (o almeno dovrebbero)? Non cominciano così le nostre attività (o almeno dovrebbero)? Non iniziano così i nostri pasti (o almeno dovrebbero)? Non inizia così la nostra preghiera, questa stessa celebrazione eucaristica? Tutto ha inizio e compimento nel nome del Padre, nel nome del Figlio, nel nome dello Spirito Santo.

Ma cosa vuol dire dare inizio a qualcosa nel nome del Padre?

Significa riconoscere che della vita non si è padroni e  non ne possiamo disporre a nostro piacimento. L’abbiamo ricevuta e perciò sulle nostre labbra non l’imprecazione ma il riconoscimento e la gratitudine (Francesco direbbe: la restituzione). È una vita che è feconda nella misura in cui non la trattieni ma sei disposto a perderla. Quando inizio qualcosa nel nome del Padre, riconosco di non essere io l’approdo ultimo di ogni cosa: la mia vita viene da altrove ed è incamminata verso un altrove che è la relazione con il Padre, appunto.

Nulla è senza senso: tutto verrà riscattato e ricapitolato come la trama di un mirabile disegno. Puoi stare nella vita con fiducia, certo che la meta dei tuoi giorni non è il baratro, non il nulla ma braccia pronte ad accoglierti continuamente.

Vivere nel nome del Padre è vivere non nella logica di un amore condizionato ma in quella di un amore in eccesso. L’eccesso di quell’amore che anche se tu non lo ricambiassi non per questo cesserebbe di amarti.

Cosa vuol dire iniziare qualcosa nel nome del Figlio?

Vuol dire riconoscere che questo Dio ha scelto di assumere la nostra vicenda, è entrato nella storia umana assumendola, condividendola e attraversandola. Vi è entrato scendendo. Quali risvolti potrebbe dischiudere il mistero di un Dio che discende! Egli non è qualcosa di astratto e di irraggiungibile: ha ritenuto degna di sé questa nostra umanità con cui non poche volte facciamo fatica a stare a contatto. Ha fatto sì che un’umana esperienza di non senso come il rifiuto, l’abbandono, il tradimento, il rinnegamento, diventasse esperienza di fecondità.

Puoi stare nella vita con speranza: la tua croce portata dietro di lui e come lui può essere motivo di benedizione per altri.  Quando inizio qualcosa nel nome del Figlio Gesù scelgo di stare nella vita con i suoi sentimenti, con il suo sguardo, con la sua passione.

Cosa vuol dire, infine, iniziare qualcosa nel nome dello Spirito Santo?

Vuol dire riconoscere che non soltanto Dio ha scelto di assumere la storia per farla sua ma ha voluto abitare nel cuore di ognuno di noi con la presenza del suo stesso Spirito che ci fa rivolgere al Padre così come poteva fare Gesù.

Puoi stare nella vita promuovendo comunione, amicizia, fraternità, custodendo i germogli che già intravedi spuntare attorno a te.

Quando inizio qualcosa nel nome dello Spirito Santo confesso che l’ultima parola sulla vita non è del male né della morte ma di Dio che continuamente fa sì che l’uomo riprenda a vivere.

Tutte le volte che ci segniamo con il segno della croce è come se ci lasciassimo immergere nella storia di un Dio che sta di fronte al mondo e di fronte a me perennemente nell’atteggiamento del dono: ha tanto amato il mondo da dare… Dare, non prendere, è il verbo di Dio. Dio dà, Dio non trattiene. Dio consegna, non porta via. Dio si espropria, non ruba. Io, immerso in una storia di gratuità e di dono.
Don Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com/

Commento
di Enzo Bianchi

È la domenica in cui confessiamo la Trinità di Dio. In verità la Trinità di Dio è confessata dalla chiesa sempre, in ogni liturgia, ma recentemente si è sentito il bisogno di istituire una festa teologico-dogmatica, che non è conosciuta né dall’antichità cristiana né, tuttora, dalla tradizione cristiana orientale. È comunque l’occasione di una lode, di un ringraziamento, di un’adorazione del mistero del nostro Dio, comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito santo. Qualcuno può essere stupito che il testo evangelico scelto dalla chiesa per questa festa parli in modo manifesto solo del Padre e del Figlio, mentre sembra fare silenzio sullo Spirito santo.

In realtà lo Spirito è presente come “amore di Dio” e come “compagno inseparabile del Figlio” (Basilio di Cesarea), perché là dove sta scritto che “Dio ha tanto amato il mondo”, il cristiano comprende che Dio ha amato il mondo con il suo amore che è lo Spirito santo del Padre e del Figlio. La Trinità di Dio non è una formula cristallizzata e non occorre nominare sempre le tre persone per evocarla: il Padre, il Figlio e lo Spirito santo sono termini che indicano una vita di amore plurale, comunitario, sono una comunione che noi tentiamo di esprimere con le nostre povere parole, sempre incapaci di “dire il mistero, la rivelazione”, del nostro Dio. Ma soffermiamoci sul brano evangelico.

Siamo nel contesto del colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo (cf. Gv 3,1-21), un “maestro di Israele” (Gv 3,10) che rappresenta la sapienza giudaica in dialogo con Gesù. È questo un dialogo faticoso per Nicodemo, che ha fede in Gesù ma fatica ad accogliere la novità della rivelazione portata da questo rabbi “venuto da Dio”. Gesù risponde alle domande del suo interlocutore, ma l’ultima risposta, quella più lunga, sembra contenuta all’interno di una meditazione dell’autore del quarto vangelo. Dunque, nei versetti che oggi la chiesa ci offre è Gesù a parlare oppure si tratta di una meditazione dell’evangelista? In ogni caso sono parole di Gesù non certo riportate tali e quali, ma meditate, comprese e ridette nel tessuto di una comunità cristiana che ha cercato di crederle e di viverle. Così si apre il brano: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna”.

Subito prima sta scritto: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Queste due affermazioni sono parallele e si spiegano a vicenda. Affinché ogni uomo possa credere, aderire al Figlio dell’uomo e mettere la propria fiducia in lui, occorre che conosca l’amore di Dio per ogni uomo, per tutta l’umanità, per questo mondo. Tale amore di Dio si è manifestato in un atto preciso, databile, localizzabile nella storia e sulla terra: il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era un uomo, Gesù di Nazaret, nato da Maria ma Figlio di Dio, è stato innalzato sulla croce, dove è morto “avendo amato fino alla fine” (cf. Gv 13,1), e in quell’evento tutti hanno potuto vedere che Dio ha talmente amato il mondo da consegnargli il suo unico Figlio, da lui “inviato nel mondo”.

Ecco il dono dei doni di Dio: dono gratuito, dono di se stesso, dono irrevocabile e senza pentimento. Dono fatto solo per un amore folle di Dio, il quale ha voluto diventare uomo, carne fragile e mortale (cf. Gv 1,14), per essere in mezzo a noi, con noi, e così condividere la nostra vita, la nostra lotta, la nostra sete di vita eterna. Ecco ciò che è accaduto con la venuta nella carne del Figlio di Dio e con la discesa dello Spirito che sempre è il compagno inseparabile del Figlio; ecco il mistero dell’amore di Dio vissuto in comunione, comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

Quel mondo (kósmos) che a volte nel quarto vangelo è letto sotto il segno del male, del dominio di Satana, “il principe di questo mondo” (Gv 12,31; 16,11; cf. 14,30), qui è letto come umanità, come universo che Dio vide “cosa buona” (Gen 1,4.10.12.18.21.25) e “molto buona” (Gen 1,31), che egli ha amato fino alla follia, fino al dono di se stesso, dono che gli ha richiesto spogliazione, povertà, umiliazione. Questo dono folle di Dio al mondo non ha come scopo il giudizio del mondo ma la sua salvezza: Dio vuole che l’umanità conosca la vita per sempre, la vita piena, che soltanto lui può darle.

Ma di fronte al dono resta la libertà umana. Il dono è fatto senza condizioni, dunque può essere accolto o rifiutato. Chi lo accoglie sfugge al giudizio e vive la vita per sempre, ma chi non lo accoglie si giudica da se stesso. Certamente troviamo qui espressioni di Gesù molto dure, radicali, ma esse vanno decodificate e spiegate. Se Gesù dice che “chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”, non lo dice manifestando una condanna per le moltitudini di uomini e donne che non hanno potuto incontrarlo nella storia, perché appartenenti ad altri tempi o ad altre culture.

Costoro, se avranno vissuto la loro esistenza in conformità all’esistenza umana di Gesù, contraddistinta dall’amore dei fratelli e delle sorelle, è come se avessero vissuto, pur con tutti i limiti umani, la vita di Gesù; e così, senza conoscerlo, senza professare il suo Nome nella fede cristiana, conosceranno la vita eterna in lui e con lui. Ma chi ha avuto una vita gravemente difforme dalla vita umana di Gesù, e anzi in contraddizione con essa, non conoscendo l’amore, costui è già giudicato e condannato: non c’è per lui vita eterna.

Enzo Bianchi
http://www.monasterodibose.it

Commento
di Don Angelo Casati 

Ha un senso la memoria liturgica della SS. Trinità? Sì, se il mistero di Dio non lo impoveriamo a un balletto di numeri; sì, se il mistero di Dio respira dell’incanto del Libro dei Proverbi, della passione del cuore di Paolo, della tenerezza delle parole di Gesù nel discorso d’addio.

Questa festa è come un’oasi di contemplazione, dopo la pienezza della Pentecoste.

Il cammino ti ha portato alla soglia del mistero. E dalla fessura della soglia puoi intravedere, puoi contemplare. Chissà -me lo chiedo- se siamo ancora capaci, sul treno della vita, di contemplazione. O se non assomigliamo a quei pendolari che ormai viaggiano tutti i giorni, il volto infossato in riviste e giornali, mentre fuori accade il miracolo delle cose. Ma loro sono nelle riviste e nei giornali o nelle chiacchiere vuote.

E forse anche noi… nei libri e nelle riviste di teologia o nelle chiacchiere religiose. E non alzi lo sguardo.

Con l’esito -esito nefasto- che Dio sia ridotto a numeri e diventi un Dio, quanto meno, noioso. In un suo libro-rivista, il cardinale Karl Lehmann parla di un rabbino che gli raccontò che, nella scuola di religione da lui tenuta, era arrivato dalla Russia un giovane ebreo che, mentre lui spiegava, gli domandò a bruciapelo: “Ma di quale Dio parli? Anche Dio è morto. Oppure ne hai un altro?”.

 

Ecco, il Dio legato ad alcune immagini, ad alcune formule è morto! Quale Dio predichiamo? E, ancora, come possiamo raccontarlo?

Con la poesia, certo, come fa il libro dei Proverbi, con la passione come fa Paolo nelle sue lettere, con la tenerezza come fa Gesù con i suoi discepoli.

Forse ci basterebbe rileggere i pochi versetti del libro dei Proverbi che oggi abbiamo ascoltato per sentirci portare lontano -quanto lontano- da certe immagini così noiose di Dio, un Dio chiuso, imprigionato nell’immobilità, nell’impassibilità.

Si parla di un Dio che fin dall’inizio ha una compagna, un partner, nell’atto della creazione. È la Sapienza. È -pensate- il suo architetto. Dio ha un architetto, un architetto che immagina, che progetta, che suggerisce, che inventa con lui. E Dio la guarda con gioia, come si guarda con gioia, si contempla, un bambino piccolo che gioca. E dunque Dio non è solo! Non è un solitario: è dentro questo gioco del creato, dentro la danza delle cose, e si entusiasma a questa armonia, gode e prova gioia.

E chissà, chissà -mi chiedevo- che non possa far festa anche oggi, per gli architetti che sognano e inventano, che creano bellezza e armonia, che contrastano il degrado, l’abbrutimento della terra.

La poesia del libro dei Proverbi, la passione di Paolo nelle sue lettere. Paolo che ci assicura della speranza che ci è toccata, una speranza che non delude “perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che c’è stato dato”. Pensate che cambio di visione per noi. Per noi che siamo per lo più portati a leggere tutto in termini d’assenza, o di impoverimento, o di vuoto. Qui è il contrario: l’amore di Dio è stato riversato, è traboccante, nei nostri cuori.

E noi abbiamo accesso a questa grazia. E infine la tenerezza di Gesù nel suo discorso d’addio. Non ha potuto -pensate, neppure lui- dire tutto. E che presunzione quando noi ci comportiamo come se potessimo dire tutto, definire tutto. Neppure Gesù ha potuto dire tutto: “Ho ancora molte cose da dirvi”.

Lui conosce i nostri limiti, sa che cosa possono portare, di rivelazione, le nostre spalle: “… per il momento non siete capaci di portarne il peso”.

Ma ci promette lo Spirito “che vi guiderà alla verità tutta intera”. E che cos’è questa verità alla quale lo Spirito ci introduce? Non certo una serie di formule teologiche.

Ci introdurrà alla sapienza del vivere, quella sapienza custodita nella vicenda terrena di Gesù, questa sapienza sulla nascita, sulla vita, sulla morte, la sapienza del vivere che, secondo Gesù, ha questo suggeritore meraviglioso: lo Spirito che ha messo la sua dimora nei nostri cuori.

don Angelo Casati
http://www.sullasoglia.it