Proteste per la morte di George Floyd: la Chiesa statunitense scende in campo contro il razzismo e per fermare la violenza

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Mercoledì 3 giugno 2020
Mons. Mark J. Seitz, vescovo di El Paso, diocesi del Texas al confine con il Messico, nota per la questione dei migranti e insanguinata da un suprematista bianco che lo scorso agosto uccise 22 persone in un ipermercato, ha scelto di mostrare la sua solidarietà con i manifestanti afroamericani, recandosi al Memorial park della sua città. (Foto ANSA/SIR)

In ginocchio per quasi nove minuti, assieme ai sacerdoti della sua diocesi reggendo un cartello rudimentale con scritto “Le vite nere contano”. Mons. Mark J. Seitz, vescovo di El Paso, diocesi del Texas al confine con il Messico, nota per la questione dei migranti e insanguinata da un suprematista bianco che lo scorso agosto uccise 22 persone in un ipermercato, ha scelto di mostrare la sua solidarietà con i manifestanti afroamericani, recandosi al Memorial park della sua città. Il parco domenica scorsa era stato teatro di scontri violenti tra i manifestanti che protestavano per l’assassinio di George Floyd e le forze di polizia locali.

Mons. Seitz è rimasto in ginocchio lo stesso tempo che il poliziotto di Minneapolis è rimasto in ginocchio sul collo di Floyd provocandone la morte. Non ha rilasciato dichiarazioni, ma con lo stesso silenzio composto con cui era arrivato è ripartito. In ginocchio davanti a un manifestante, è rimasto anche l’agente Garren Hoskins mentre parlava della sua fede con l’uomo dall’altra parte della barricata, una fede condivisa anche dai molti che stavano protestando con rabbia di fronte alla stazione centrale della polizia di Nashville. Garren non è il solo poliziotto ad aver compiuto questo gesto, perchè anche il capo della polizia di Orlando in Florida, assieme ai suoi agenti e lo sceriffo della contea di Orange, si è inginocchiato a pregare con i manifestanti.

Ci sono le scene dei saccheggi, degli incendi, della guerriglia urbana e poi ci sono le preghiere condivise oltre le barricate e i cartelli, gli abbracci tra le divise blu e i cartelli sulle “vite nere che contano”.

La protesta in America ha anche questi volti e queste storie, dove il dialogo e la preghiera sanno ancora aprire varchi sulla violenza. “Che senso ha riunirci in chiesa per cantare canzoni, se non siamo presenti quando le persone soffrono o muoiono?”, ha ribadito il reverendo  Zachary Hoover, direttore di L.A. Voice, organizzazione multi-razziale e multi-religiosa che ha pianificato le veglie di preghiera per la contea di Los Angeles.

Eppure proprio le chiese sono al centro delle polemiche con il presidente Trump in questi ultimi tre giorni. Il primo giugno, dopo aver ordinato la dispersione dei manifestanti che stazionavano di fronte alla Casa Bianca con gas lacrimogeni e proiettili di gomma, il presidente si è recato alla chiesa episcopaliana di san John per farsi fotografare con una Bibbia in mano. Ieri, invece, accompagnato dalla first lady si è recato al santuario di Washington dedicato a san Giovanni Paolo II. All’esterno, oltre alla stampa lo aspettavano un centianaio di manifestanti. L’arcivescovo Wilton D. Gregory di Washington, ha fortemente criticato la decisione presidenziale ma anche il permesso concesso per tale pellegrinaggio.

“È sconcertante e riprovevole – ha dichiarato – che qualsiasi struttura cattolica si sia lasciata abusare e manipolare in modo così eclatante e in violazione ai nostri principi religiosi”. L’arcivescovo, che è afro-americano ed è tra gli estensori della lettera contro il razzismo approvata lo scorso anno dalla Conferenza episcopale americana, ha contestato le azioni di forza suggerite dal presidente, spiegando che “san Giovanni Paolo II era un ardente difensore dei diritti e della dignità degli esseri umani. Certamente non perdonerebbe l’uso di gas lacrimogeni e altri deterrenti per zittirli, disperderli o intimidirli per un foto opportunista di fronte a un luogo di culto e di pace”.

Anche il vescovo episcopaliano ha contestato il presidente che non aveva avvertito neppure della sua visita e lo stesso hanno fatto altri presuli dichiarando che la fede non può essere “uno strumento politico”. Il presidente, sempre ieri, ha firmato un ordine esecutivo sulla libertà religiosa impegnandosi ad offrire 50 milioni di dollari a progetti in tutto il mondo che lavorino per difenderla.

L’ex presidente americano George W. Bush, che non compariva sulla scena politica sin dal suo ritiro a vita privata, ha richiamato il Paese all’unità e alla compassione e parlato di “tragedia, razzismo sistemico, tragico fallimento” chiedendo maggiore compassione per gli afro-americani e mostrando comprensione per le loro proteste. Bush ha chiesto che si ritorni alle radici della grandezza americana, quella che per cui tutti gli uomini sono creati uguali e dotati da Dio di diritti.
[Maddalena Maltese, da New York – SIR]

Il colore della giustizia

(Foto ANSA/SIR)

Quanto è accaduto a Minneapolis il 25 maggio mostra l'eterna lotta tra le diversità figlie dell'uomo e non della natura. Il fatto ricalca un canovaccio che si ripete nel tempo: un poliziotto bianco ferma un uomo nero, nel corso dell'arresto qualcosa va storto e l'uomo nero muore. Un caso simile ad altri, ma questa volta tutti gli Stati Uniti si sono accesi in una rivolta che in una settimana ha portato a migliaia di arresti, nuove vittime, violenze e saccheggi.

Quanto è accaduto a Minneapolis il 25 maggio mostra l’eterna lotta tra le diversità figlie dell’uomo e non della natura. Il fatto ricalca un canovaccio che si ripete nel tempo: un poliziotto bianco ferma un uomo nero, nel corso dell’arresto qualcosa va storto e l’uomo nero muore. Un caso simile ad altri, ma questa volta tutti gli Stati Uniti si sono accesi in una rivolta che in una settimana ha portato a migliaia di arresti, nuove vittime, violenze e saccheggi.
E’ dunque una vicenda che pesa e al contempo che concentra in sé una somma di contrasti e di cliché.
Il primo è quello della vittima: George Floyd, un afroamericano di 46 anni, un’esperienza di carcere alle spalle, una prima famiglia e una figlia di sei anni, una nuova fidanzata. Viene segnalato mentre cerca di fare acquisti in un supermercato usando soldi falsi. Morto per tentato acquisto di cibo.
Il secondo è quello del poliziotto: Derek Chauvin, 44 anni, bianco, agente che in 19 anni di servizio ha collezionato 18 denunce per comportamento violento; nel 2011 ha ricevuto un congedo temporaneo per una sparatoria.
Il terzo riguarda il sindaco di Minneapolis: Jacob Frey, 38 anni, bianco, avvocato, ebreo praticante, attivo nelle Ong. Suoi cavalli di battaglia: più case popolari e rapporti più distesi fra polizia e afroamericani. Il che inserisce questo episodio in un clima di costante tensione tra bianchi e neri.
Il quarto investe il capo della polizia: Medaria Arradondo, 55 anni, il primo nero a ricoprire questa carica a Minneapolis. Ha subito telefonato alla famiglia della vittima, ha licenziato gli agenti coinvolti pur non avendone la competenza giuridica, ha condannato le violenze divampate definendole, come il sindaco, figlie di “gruppi esterni” alla città.
Il quinto è il procuratore della contea di Hennepin (che comprende Minneapolis): Mike Freeman, 72 anni. Ha disposto l’arresto del poliziotto con una doppia imputazione: omicidio colposo e preterintenzionale. L’imputato ha tenuto per 9 minuti il ginocchio sul collo di Floyd mentre questo, a terra, ripeteva: “Non respiro”. La polizia aveva liquidato l’episodio come “incidente medico”.
La politica non è rimasta fuori dalla scena. Sono democratici il sindaco e il procuratore. Parole di sostegno sono arrivare da due democratici come la presidente della Camera Nancy Pelosi (nota per i rapporti non idilliaci col presidente Usa, Donald Trump) e dal governatore del Minnesota Tim Walz; entrambi concordi nel definire la morte di Floyd un omicidio. Sono repubblicani: il poliziotto destituito Chauvin (immortalato col cappellino rosso con la scritta “Make whites greats again” ovvero “Rendi i bianchi di nuovo grandi”) e il presidente Usa, Trump, che ha definito debole il sindaco Frey per non aver saputo fermare le proteste violente. Lo stesso Trump si è poi dovuto difendere dall’onda dei dimostranti, arrivati fino alla Casa Bianca e fermati con gas urticanti.
Il Paese – ferma restando la condanna verso ogni forma di protesta quando si fa vandalismo e violenza – vede in strada la somma e lo scontro tra due forze: una è quella dell’antirazzismo, l’altra è il suo contrario; una è quella del sogno di Martin Luther King che quasi 57 anni dopo è lontano dall’essere attuato, l’altra è quella del muro contro i latinos, ossia di una cultura secolare che vede i bianchi superiori e gli altri sottoposti (neri e latino americani). Per usare le parole dell’ex presidente Obama: “In America il razzismo è dolorosamente ed esasperatamente normale”.
Sulla vicenda, che si presta a diverse prospettive di sguardo, pesano ragioni socio-economiche, tensioni mai sopite ora esplose e pure una certa politica estremista. In America, come altrove, la parità di condizioni di vita si costruisce offrendo percorsi ugualmente accessibili. Scuola, sanità, opportunità lavorative e sociali sono i gradini della scala del successo e della rispettabilità. Dove questo non accade, il disagio rischia di tramutarsi in rabbia per le vite difficili fino allo sbando, quelle che abitano disordinate periferie e non linde casette con giardino.
E’ successo in un posto preciso, poteva accadere anche altrove: là dove la vita e la morte hanno un colore; là dove il colore della pelle può ancora dare una possibilità in più o molte possibilità in meno.
E allora, che l’America bruci per opposte visioni politiche o universali sogni di giustizia ci riguarda eccome: la radice di tutto è antica, oggi incendia un continente ma affonda nel cuore di ogni uomo. Simili episodi costringono a decidere da che parte stare: sulla nave che carica gli africani come braccia a buon mercato per i campi di cotone (per noi, oggi, pomodori) o in cammino in un sogno di fratellanza che aspetta da troppo tempo di provare ad esistere?

Simonetta Venturin
Direttore “Il Popolo” (Pordenone)