Giovedì 11 giugno 2020
Quando nel 2009 Barack Obama divenne presidente degli Stati Uniti, il primo di origini afroamericane, si poteva ben sperare che la discriminazione razziale fosse stata superata in quel coagulo di etnie che compongono la nazione e la federazione americana. Ma evidentemente non era così: il virus del razzismo si rivela molto più duro a morire rispetto a qualsiasi altro virus che insidia l’umanità.
(Foto ANSA/SIR)

Quando nel 2009 Barack Obama divenne presidente degli Stati Uniti, il primo di origini afroamericane, si poteva ben sperare che la discriminazione razziale fosse stata superata in quel coagulo di etnie che compongono la nazione e la federazione americana. Ma evidentemente non era così: il virus del razzismo si rivela molto più duro a morire rispetto a qualsiasi altro virus che insidia l’umanità.

L’esplosione di manifestazioni, più o meno violente, in seguito all’uccisione dell’afroamericano George Floyd per soffocamento da parte della polizia di Minneapolis nel Minnesota hanno rivelato quanto ci sia ancora da lavorare in quella parte del mondo, pur ritenuta così progredita, per affermare i principi elementari della convivenza umana. I funerali di George a Houston nel Texas si sono trasformati, a loro volta, in una sorta di manifestazione antirazzista con la passerella di politici democratici (compreso, da remoto, il candidato presidente Joe Biden) ad affermare la volontà di sconfiggere questo male endemico che continua a tormentare la vita quotidiana americana.

Mentre dall’altra parte il presidente in carica Donald Trump cerca di minimizzare o addirittura di scaricare le colpe su altri (fino ad accusare l’anziano pacifista spintonato dalla polizia a Buffalo nello stato di New York di far parte degli estremisti di sinistra dell’Antifa), suprematisti bianchi compresi, che tuttavia hanno parecchi fiancheggiatori in alto loco.

E’ risuonato giustamente l’appello ad abbandonare al contempo l’indifferenza e la sfiducia perché – diceva appunto Biden – “è giunto il tempo della giustizia razziale”. Un invito alla riconciliazione di tutte le comunità americane, la promessa di nuove leggi, di limiti alla polizia, di garanzie per gli afroamericani…

E’ da sperare davvero che qualcosa cambi; ma la serpe del razzismo è nel cuore dell’uomo, che deve dunque liberarsi dal profondo. La storia è piena di discriminazioni, fondate appunto sull’assurda teoria delle razze, quando, in realtà, unica è la razza umana. Discriminazioni che diventano emarginazione, segregazione, eliminazione.

Anche in Italia abbiamo vissuto una triste parentesi con la ignobile legge del ‘38 “Per la difesa della razza”, contro gli ebrei e non solo. In America il discrimine da sempre è soprattutto tra bianchi e neri. E noi, siamo davvero liberi da questo sentimento?

Ricordo una forse ingenua ma eloquente canzone di Fausto Leali (1968), dove un “povero negro” chiede a un pittore di dipingere accanto alla Vergine un “angelo negro”: “Tutti i bimbi vanno in cielo/anche se son solo negri… Se vede bimbi negri/Iddio sorride a loro”.

Ma discriminazioni fondate anche su piccole o grandi rivendicazioni di pretesa superiorità di una nazione sull’altra o di un gruppo sull’altro: lì è la radice di un sentimento che, vellicato imprudentemente da chi continua a dire “prima noi”, porta poi a tragiche conseguenze. “Non riesco a respirare” diceva Floyd (come già l’afroamericano Garner in situazioni simili nel 2014). Anche il “razzismo” dei nostri paesi e quartieri, o della porta accanto, va fermato in tempo prima che ci tolga il respiro.
[Vincenzo Tosello – SIR]
direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

MORTE DI GEORGE FLOYD
La protesta dei cattolici davanti alla Casa Bianca.
Card. O’Malley: “Razzismo è malattia sociale e spirituale che uccide le persone”

(Foto AFP/SIR)

Questa volta davanti al Lafayette Park, sullo sfondo della Casa Bianca, le centinaia di persone che sfilavano non erano giovani con pugni alzati, ma piuttosto religiosi e religiose, sacerdoti, laici e i due vescovi ausiliari di Washington. Nel corso dello scorso weekend molti vescovi, sacerdoti e parrocchie hanno organizzato incontri online e preghiere, ma anche durante le Messe sono state lette omelie e lettere pastorali che, senza mezzi termini, invitavano a fare passi concreti contro il “profondo peccato del razzismo” e a celebrare la diversità degli Stati Uniti come un patrimonio che non divide. A Boston, il cardinale Sean P. O'Malley ha chiesto che in tutte le parrocchie si leggesse la sua lettera dove il razzismo viene definito una "malattia sociale e spirituale che uccide le persone. Come nazione abbiamo abolito legalmente la schiavitù, ma non abbiamo affrontato la sua eredità duratura cioè discriminazione, diseguaglianza e violenza".

Ieri sera davanti al Lafayette Park, sullo sfondo della Casa Bianca, sono ancora sfilate centinaia di persone. Stavolta però non erano giovani con pugni alzati, ma piuttosto religiosi e religiose, sacerdoti, laici e i due vescovi ausiliari di Washington. Non c’erano i cartelli di Black lives Matter ma rosari e immagini della Madonna di Guadalupe e di Oscar Romero. Non urla, ma preghiere per la pace e la giustizia, letture bibliche, canti e poi i nomi di tutti gli afro-americani, cominciando da George Floyd, morti a causa dell’ingiustizia razziale.

“Quello che stiamo vedendo nelle ultime due settimane, non è la nazione che vogliamo, l’America in cui crediamo”, ha detto in un’intervista al Catholic News Service, padre Ejiogu, un giuseppino che ha contribuito ad organizzare l’evento. “L’America è lacerata dall’orgoglio, dal razzismo e dall’ingiustizia. Quindi, vogliamo sfruttare questo momento per chiedere la riconciliazione”. Padre Ejioguha ha sottolineato che la manifestazione voleva solo riconoscere che tutte le vite contano, “le vite nere contano, le vite bianche contano, le vite spagnole contano, le vite asiatiche contano, tutte le vite, sì, ma ci sono alcune di quelle vite che sembrano ritenere che non contano”.

“Crediamo davvero nella dignità di ogni persona”, ha detto una delle suore francescane presenti: “Abbiamo solo pensato che fosse importante scendere in strada e mostrare sostegno e solidarietà con i nostri fratelli e sorelle. È vero che tutte le vite contano, ma penso che nel nostro Paese abbiamo una storia di razzismo forte ed è importante riconoscerlo”

Nel corso dello scorso weekend molti vescovi, sacerdoti e parrocchie hanno organizzato incontri online e preghiere, ma anche durante le Messe sono state lette omelie e lettere pastorali che, senza mezzi termini, invitavano a fare passi concreti contro il “profondo peccato del razzismo” e a celebrare la diversità degli Stati Uniti come un patrimonio che non divide.

In Florida, Pennsylvania, Michigan, California, mentre le campane suonavano per 8’ e 46’’ i vescovi e i sacerdoti sono rimasti in silenzio, alcuni in ginocchio per chiedere che il razzismo venga superato. Tutte le manifestazioni sono state una risposta all’assassinio di George Floyd, un uomo afro-americano morto mentre un agente gli teneva un ginocchio sul collo.

A Boston, il cardinale Sean P. O’Malley ha chiesto che in tutte le parrocchie si leggesse la sua lettera dove il razzismo viene definito una “malattia sociale e spirituale che uccide le persone”.

“Come nazione – scrive – abbiamo abolito legalmente la schiavitù, ma non abbiamo affrontato la sua eredità duratura cioè discriminazione, diseguaglianza e violenza”. Il cardinale O’Malley ha riconosciuto che la Chiesa cattolica degli Stati Uniti ha avuto una “complicità storica nella schiavitù” e serve fare ogni sforzo per garantire autentici processi di guarigione tra persone di diverse razze, nazionalità e religioni.

“Andando avanti, la realtà del razzismo nella nostra società e l’imperativo morale dell’uguaglianza razziale e della giustizia devono essere incorporati nelle nostre scuole, nel nostro insegnamento e nelle nostre prediche”, ha affermato il cardinale di Boston, “Dobbiamo impegnarci per la pari dignità e diritti umani in tutte le istituzioni della nostra società, in politica, nel diritto, nell’economia, nell’istruzione”.

Riferendosi alla morte di George Floyd come a un “omicidio” compiuto “per mano di quattro poliziotti canaglia”, l’arcivescovo di Boston ha condannato il razzismo come un “cancro malvagio e morale”.

“L’omicidio di George Floyd è una prova dolorosa di ciò che è ed è stato in gioco per gli afroamericani – il fallimento di una società non in grado di proteggere la loro vita e quella dei loro figli. Le dimostrazioni e le proteste di questi giorni sono state richieste di giustizia e espressioni strazianti di profondo dolore emotivo da cui non possiamo allontanarci “, ha scritto O’Malley.

E ancora: “Ci chiamano per affermare il valore inestimabile della vita di ogni persona. Ci chiamano per raddoppiare il nostro impegno a promuovere il rispetto e la giustizia per tutte le persone. Ci chiamano per sostenere e difendere la verità che Black Lives Matter – Le vite nere contano”.
[Da New York, Maddalena Maltese - SIR]