P. Giulio Albanese: “La piaga dei Janjawid una questione di giustizia”

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Mercoledì 17 giugno 2020
Non è mai troppo tardi. Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, comunemente noto come Ali Kushayb, uno dei leader storici delle famigerate milizie sudanesi Janjawid, è finalmente detenuto all’Aja. Dopo anni di latitanza, con la complicità e le coperture del deposto presidente Omar Hasan Ahmad al Bashir, Ali Kushayb era ricercato dal 2007 per i crimini commessi nella tormentata regione sudanese del Darfur. (…)

Dopo il recente arresto di Ali Kushayb, uno dei leader storici delle famigerate milizie sudanesi
La piaga dei Janjawid
una questione di giustizia

Non è mai troppo tardi. Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, comunemente noto come Ali Kushayb, uno dei leader storici delle famigerate milizie sudanesi Janjawid, è finalmente detenuto all’Aja. Dopo anni di latitanza, con la complicità e le coperture del deposto presidente Omar Hasan Ahmad al Bashir, Ali Kushayb era ricercato dal 2007 per i crimini commessi nella tormentata regione sudanese del Darfur. Da diverso tempo si era diffusa la notizia che si fosse rifugiato nella Repubblica Centrafricana con l’aiuto di un gruppo ribelle autoctono di matrice islamista. Sta di fatto che la sua decisione di consegnarsi al tribunale di Birao, capoluogo della prefettura di Vakaga, nel settore nordorientale della Repubblica Centrafricana, non lontano dal confine sudanese, è stata accolta con entusiasmo nei circoli della società civile sudanese, particolarmente nel Darfur.

È bene ricordare che il 27 aprile 2007 i giudici della Corte penale internazionale (Cpi) avevano formalmente messo sotto accusa Ali Kushayb e l’allora ministro sudanese per gli affari umanitari ed ex governatore dello stato sudanese del Kordofan Ahmed Mohammed Haroun. In quella circostanza il brillante e pungente procuratore argentino Louis Moreno-Ocampo sciorinò ben 51 capi d’accusa, compresi omicidi di massa, stupri e torture; tutti crimini commessi nel 2003 e nel 2004, durante gli attacchi a quattro villaggi, Kodoom, Bindisi, Mukjar and Aratala, abitati da civili inermi. Da rilevare che l’anno successivo, il 14 luglio del 2008, lo stesso procuratore presentò le prove che dimostrano che l’allora presidente sudanese al Bashir aveva commesso il crimine di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella stessa regione darfuriana, chiedendo alla Corte Preliminare di spiccare un mandato d’arresto nei suoi confronti ai sensi dell’articolo 58 dello Statuto della Cpi.

Nel complesso, oggi, vi sono ancora quattro personaggi sudanesi ricercati dalla Corte dell’Aja. Oltre ad Haroun e al Bashir, c’è anche l’ex ministro alla difesa, Abdel-Rahim Mohamed Hussein e Abdallah Banda, uno dei leader del movimento di ribelli Giustizia e Eguaglianza (Jem). Mentre i primi tre sono agli arresti, Banda è ancora a piede libero. La guerra civile darfuriana esplose nel febbraio del 2003 in seguito all’occupazione da parte dell’Esercito di Liberazione del Darfur (Dla) della zona denominata Jebel Marra, dove venne instaurata un’amministrazione indipendente. Le accuse che i ribelli mossero a Khartoum riguardavano il disinteresse del governo centrale nei confronti dei problemi socio-economici della loro regione. Successivamente il Dla cambiò nome in Esercito di Liberazione del Sudan (Sla), grazie al sostegno, secondo fonti indipendenti, dell’Esercito di Liberazione Popolare del Sudan del colonnello John Garang.

Seguì un’indicibile spirale di violenza che causò, secondo la Coalition for International Justice, almeno 400mila morti. In quell’inferno di dolore, gran parte delle stragi vennero perpetrate proprio dai Janjawid, conosciuti anche come Jingaweit. Questi miliziani, descritti come “uomini a cavallo armati di carabina”, sono stati una milizia filo-governativa sudanese, composta da predoni appartenenti alla famiglia estesa dei Baggara, insediata nel Sudan Occidentale e nel Ciad Orientale. Il sostantivo Baggara comprende in effetti vari gruppi etnici semi-nomadi quali ad esempio gli Humr/Messiria, i Rizaygat, i Shuwia, i Hawazma, i Ta’isha, e i Habbaniya. L’origine della parola Janjawid non è chiara. È stata tradotta in italiano con l’espressione “diavoli a cavallo” dalle parole arabe jinn (demone) e ajāwīd (cavalli). Altre fonti suggeriscono che la sua origine derivi dalla parola persiana jangavi, che significa “guerriero”.

Da sempre questi gruppi etnici arabo sudanesi hanno ridotto in schiavitù le popolazioni nilotiche, scagliandosi in particolare contro gli animisti e i cristiani che popolano le regioni meridionali del Sudan. Si tratta di un fenomeno che negli anni ‘80, e anche successivamente, ha fortemente penalizzato i gruppi etnici del Sudan meridionale (ad esempio l’etnia Dinka).

La prima denuncia fu lanciata nel 1987 da due docenti dell’Università di Khartoum, il professor Suleyman Ali Baldo e il suo collega Ushari Ahmed Mahmud. Sfidando la censura del regime sudanese allora al potere, dichiararono che una vera e propria tratta degli schiavi era già in atto dal 1985. Da quando, in altre parole, lo stato maggiore dell’esercito sudanese ritenne opportuno definire alcune strategie per arginare l’attività dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla) del colonnello Garang. Tra queste fu proposta e approvata la formazione di una milizia armata di cavalieri Baggara. In sostanza, si trattava di operare dei veri e propri raid in quei villaggi Dinka della vasta regione del Bahr el Ghazal, in cui erano presenti presunti sostenitori dello Spla. Gli attacchi, secondo il rapporto pubblicato dai due docenti sudanesi, si susseguirono a tappeto, a cavallo tra il 1985 e il 1987, in una logica mirante a indebolire il movimento di guerriglia.

I civili uccisi furono diverse migliaia e altrettanti i giovani catturati per essere poi venduti come merce umana ai mercati. Sebbene le dichiarazioni di Suleyman e di Ushari avessero al contempo dell’incredibile e del sensazionale, furono successivamente confermate da osservatori internazionali e addirittura aggiornate e amplificate con nuovi e terribili testimonianze. Nonostante sia difficile definire ancora oggi le vaste aree geografiche dove si consumarono simili tragedie e, soprattutto, quantificare le cifre che riguardano la tratta, alcune autorevoli organizzazioni internazionali come l’Asi (Anti Slavery International) si sono adoperate in questi anni affinché si facesse luce sulla verità dei fatti. Tornando ai Janjawid, le testimonianze raccolte in questi anni nel Darfur parlano, come già accaduto nel Sud Sudan, di indicibili vessazioni perpetrate da questi miliziani contro le popolazioni autoctone. Non v’è dubbio che l’etnia che ha pagato il più alto tributo in vite umane nel Darfur è stata quella dei Fur, prevalentemente di religione islamica; tutta gente che, prim’ancora che scoppiassero le ostilità, protestava contro il governo di Khartoum per essersi disinteressato dei problemi socio-economici della loro regione.

Durante la guerra civile nel Darfur non sembra esservi stata una vera e propria tratta di schiavi come accadde invece nel Sudan meridionale, anche se nei loro attacchi contro i villaggi, i Janjawid hanno comunque sequestrato, non poche volte, centinaia di giovani civili costringendoli a compiere atti di sottomissione. È noto, ad esempio, che i Rizaygat, conosciuti anche come Rezigat, appartenenti alla grande famiglia Baggara, portino al loro seguito dei servi ridotti in schiavitù per accudire il loro bestiame. Una cosa è certa.

Ancora oggi nel Darfur la situazione è drammatica, sia dal punto di vista umanitario, come anche per quanto concerne la sicurezza. Il fatto stesso che lo scorso 4 giugno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite abbia prolungato di altri sei mesi la missione della forza di peacekeeping ibrida Unione Africana-Nazioni Unite nel Darfur (Unamid), la dice lunga.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]