Martedì 23 giugno 2020
Quanto vale la vita di un uomo? Che prezzo ha? Quanto si è disposti a spendere per la sua salute? La pandemia ha reso attuali i drammatici interrogativi che accompagnano la storia dell’umanità dalle sue origini. Su ilLibraio la riflessione del biblista Alberto Maggi.

Il prezzo dell'uomo

Quanto vale la vita di un uomo? Che prezzo ha? Quanto si è disposti a spendere per la sua salute? La pandemia ha reso attuali i drammatici interrogativi che accompagnano la storia dell’umanità dalle sue origini. I bollettini che documentavano quotidianamente l’espandersi del virus erano ogni giorno un doloroso elenco di morti, dapprima centinaia, poi migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia… una strage. Perché?

Certo, su queste morti, hanno influito la sorpresa e l’aggressività di questo virus, ma bisogna domandarsi anche se le strutture ospedaliere, e tutta la sanità, anziché essere sistematicamente smantellate, con tagli al personale, ai macchinari, fosse stata negli anni potenziata, forse ci sarebbe stato un esito diverso? Si continuano a finanziare forze di morte come gli armamenti, mentre indispensabili macchinari salvavita non sono sufficienti per tutti ma solo di pochi. E i medici si sono trovati di fronte all’atroce dramma di dover decidere chi salvare e chi lasciar morire, immolato sull’altare di mamona, l’interesse che da sempre richiede sacrifici umani.

Una triste conferma che quando l’economia prevale sul benessere dell’uomo, quando la Borsa è più importante della salute, quando l’attività industriale non può essere fermata, anche se si sa che causerà delle vittime, la bilancia penderà sempre a favore dell’interesse economico a scapito del bene dell’uomo. Quanto vale dunque un uomo, la sua libertà, la sua salute? Qual è il prezzo che si è disposti a pagare?

Nella Bibbia, si legge che Giuseppe fu venduto come schiavo dai suoi stessi fratelli, per venti sicli d’argento (Gen 37,28) e, Gesù fu tradito da Giuda, un suo discepolo, per pochi di più, “trenta monete d’argento” (Mt 26,15), corrispondenti a circa quattro mesi di salario di un operaio, il valore della vita di uno schiavo (Es 21,32). Dal punto di vista meramente economico, doveva valere veramente ben poco la vita di quel Cristo dal quale siamo “stati comprati a caro prezzo” (1 Cor 6,20; 7,23).

Secondo il Libro del Levitico, è il Signore stesso che fissa il valore delle persone, definendone il prezzo, un Dio che, probabilmente, dimentico di aver creato a sua immagine sia il maschio che la femmina (Gen 1,27), decide che il valore della donna sia la metà di quello dell’uomo: “per un uomo dai venti ai sessant’anni, il valore è di cinquanta sicli d’argento… per una donna, il valore è di trenta sicli… Dai cinque ai venti anni, il valore è di venti sicli per un maschio e di dieci sicli per una femmina…” (Lv 27,3.5).

Se è vero che il cinismo della società porta a constatare che “ogni uomo ha il suo prezzo” (H. Hugues), il credente che ha accolto Gesù il suo messaggio, sa che per il Signore, come valore assoluto, prima viene il bene dell’uomo, il suo benessere, la sua salute. Per questo Gesù pone, come condizione ai suoi, per seguirlo, la rinuncia di tutti i loro averi (Lc 14,33), perché non è possibile seguire “Dio e mamona” (Mt 6,24), vivere per il bene degli altri e pensare al proprio interesse.

Ma, quanto si è disposti a dare per il benessere dell’uomo? L’evangelista Marco sviluppa questa tematica nel pittoresco episodio dell’ “uomo posseduto da uno spirito impuro” nel paese dei Gerasèni (Mc 5,1-20). Sbarcato in terra pagana, Gesù si incontra con un individuo tre volte impuro, in quanto pagano, indemoniato, e abitante nei sepolcri. Si tratta di un soggetto che non viene ritenuto un essere umano, e per questo è trattato come una bestia (“legato con ceppi e catene”), ridotto in forzata prigionia. Un individuo che si sta di­struggendo, esercitando violenza su se stesso. Il personaggio è anonimo, in quanto rappresentativo di quelli che vivono la sua stessa drammatica situazione.

Nello stesso tempo, l’evangelista attira l’attenzione del lettore sul fatto che nel luogo c’era “una numerosa mandria di porci al pascolo” (Mc 5,11), immagine di grande ricchezza e prosperità. Gesù è il liberatore, e come nella sinagoga di Cafàrnao, ha liberato l’uomo posseduto dallo spirito impuro (Mc 1,21-28), così in terra pagana, libera colui che aveva la sua dimora nelle tombe. Effetto della liberazione è che “gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare” (Mc 5,13).

La liberazione dell’uomo implica la rovina del sistema economico, che evidentemente basava la sua fortuna sull’oppressione di chi viene sfruttato e trattato come una bestia. Sorprendentemente, non appare nessun segnale di allegria da parte della gente del luogo, che trova vestito e sano di mente colui che era stato posseduto, ma solo paura che nasce dal veder minacciato il proprio capitale dagli effetti del messaggio di Gesù. Di fatto il ritorno del posseduto alla condizione umana, e la restituzione della dignità all’individuo ha distrutto il loro enorme capitale e nuoce ai loro interessi economici, per questo “si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio” (Mc 5,17).

Ironia dell’evangelista: se prima era lo spirito impuro a scongiurare Gesù di poter entrare nei porci (Mc 5,10), ora sono i proprie­tari dei porci che supplicano il Signore di allontanarsi. Que­sta loro richiesta li smaschera e manifesta che è da costoro che procedeva lo spirito impuro che imprigionava l’uomo. Dovendo scegliere tra il bene dell’uomo e il proprio capitale, senza esitazione i proprietari dei porci scelgono quest’ultimo.

Tra il Dio che libera l’uomo, e il dio denaro che lo schia­vizza, preferiscono adorare mamona. Un messaggio di libertà e uguaglianza è inaccettabile per una classe sociale che deve la sua fortuna allo sfruttamento degli oppressi. I potenti antepongono sempre il loro interesse al bene dell’uomo, ma è compito dei seguaci di Gesù rovesciarli dai troni per innalzare gli ultimi (Lc 1,52), sia rinunciando a “quella cupidigia che è idolatria” (Col 3,5), sia attraverso scelte sociali e politiche che pongano la salute dell’uomo come valore assoluto.