XIII Domenica del Tempo ordinario – Anno A: «prendere dolorosa coscienza»

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“Non è degno di me!” È una parola grave ma è una parola vera. I nostri affetti più intimi e importanti se non si aprono ad una grande universalità, fino al mondo intero, se non sono vissuti in Dio, si sclerotizzano, perdono fecondità, e addirittura la casa può trasformarsi in una prigione. (...)

Matteo 10, 37-42

Senza difese né maschere

“Non è degno di me!” È una parola grave ma è una parola vera. I nostri affetti più intimi e importanti se non si aprono ad una grande universalità, fino al mondo intero, se non sono vissuti in Dio, si sclerotizzano, perdono fecondità, e addirittura la casa può trasformarsi in una prigione. Anche per questo Gesù invita a prendere la sua croce, che non significa amare il dolore, ma fare una scelta per una vita più grande. Vivere i nostri giorni senza difese né maschere, con i nostri amori e i nostri dolori, tutto condividendo, nella coscienza che nessuno è degno, ma tutti siamo stati resi degni dalla croce di Cristo. Aprire la nostra famiglia, la nostra casa, i nostri confini, la nostra Chiesa ad una fraternità universale per la quale Gesù ha donato la vita. Come possiamo realizzare questa fraternità?

C’è una luce al numero 19 della enciclica Laudato si’, dove il Papa ci invita a compiere un passo che io definirei decisivo, necessario, per comprendere veramente la realtà. Quale è questo passo?: «L’obiettivo è […] di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo». Prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale è una espressione commovente e straordinaria; è una vocazione, la nostra; è servire l’uomo concretamente, è costruire la fraternità entrandovi dentro, è per noi cristiani partecipare al Mistero Pasquale.

In questo orizzonte non è bene fare una distinzione netta tra colui che accoglie e chi è accolto. Ogni persona che incontriamo può essere una opportunità di un dono reciproco, per accogliere Gesù e in Lui, il Padre stesso. Ogni incontro, ogni persona, porta con sé un dono particolare: accogliere, riconoscere, dare spazio al profeta come profeta e al giusto come giusto, significa non soltanto crescere nel nostro cammino di vita, mettendosi alla loro scuola, ma partecipare agli stessi doni. La ricompensa del profeta o quella del giusto è far parte dello stesso dono, vorrei dire gustare l’abbondanza dei doni di Dio nelle relazioni tra di noi e con tutta la Creazione.

Con stupore vediamo nel vangelo anche quelli che sembrano non avere nessun dono da scambiare: sono i “piccoli”, cioè i bambini, i poveri, gli ultimi, le persone che potrebbero darci solo il loro dolore e la loro miseria, uomini e donne che secondo la “legge” non hanno né diritti né dignità. Sappiamo che il vangelo è pieno di questi piccoli. Oggi dobbiamo aprire gli occhi per tornare a vedere che questi piccoli sono in mezzo a noi, bussano agli avanzi dei nostri festini, e sono uno straordinario dono del Signore. Penso in particolare al fenomeno migratorio che non è affatto un esodo biblico; è invece una epifania, una manifestazione del Signore che ci sta parlando attraverso questi piccoli. Per ascoltarlo serve soltanto un bicchiere di acqua fresca.
[Francesco Pesce – L’Osservatore Romano]

Accogliere un fratello, ricco o povero,
chiunque sia è accogliere Dio

2Re 4,8-11.14-16; Salmo 88/89; Romani 6,3-4.8-11; Matteo 10,37-42

Da due domeniche ascoltiamo brani del discorso apostolico o missionario di Gesù. Egli spiega agli apostoli come devono svolgere la loro missione in mezzo alla gente. La prima missione era temporanea e locale: in Israele, per annunciare il regno dei cieli; annuncio che sarà accompagnato dal dono dei miracoli, ma anche con l’esigenza di un disinteresse assoluto nei confronti delle ricchezze e dei vantaggi personali: “Andate e predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

La seconda missione era universale con una promessa d’assistenza dello Spirito Santo e con alcuni detti di Gesù da fissare nel cuore: non si deve avere paura di chi uccide il corpo, ma di colui che ha il potere di far perire l’anima e il corpo nella Geenna; non si deve essere indifferenti alla provvidenza amorosa di Dio e bisogna avere il coraggio nel seguire il Maestro e nella testimonianza di Cristo senza vergognarsi di lui.

E oggi ascoltiamo l’ultima parte di questo discorso, in cui ci sono sentenze che ricordano agli apostoli e a noi le condizioni della sequela di Gesù (collocare Dio al centro dell’esistenza e vivere in un atteggiamento di dono) e sentenze sull’accoglienza che dobbiamo praticare verso gli altri. Anzitutto, Gesù ci richiama i discepoli al primato assoluto di Dio: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me…”. Gesù Cristo va collocato al primo posto e amato più di tutti o di tutto; anche i legami naturali più intimi e legittimi passano in secondo ordine. Cioè l’adesione a Cristo comporta una scelta radicale che passa sopra anche ai vincoli del sangue, e non può essere confrontata con nessun altro legame. Gesù richiede quindi la libertà radicale nei confronti dei vincoli parentali, che devono occupare nel cuore solo il secondo posto: il primo è per il Signore.

Infatti, Gesù intende fissare la gerarchia del vero amore. “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”. Il condannato al patibolo prendeva sulle spalle la trave trasversale e la portava fino al luogo dell’esecuzione capitale. In tale contesto l’espressione “prendere la croce” non sta per indicare prima di tutto la sopportazione delle sofferenze, ma la scelta di fedeltà totale nella sequela di Gesù fino a condividerne il suo destino dell’uomo dei dolori e del crocifisso.

Questo modo di assomigliare Gesù nelle prove, angosce o per suzioni comporta i dolori per un istante, ma la gioia per l’eternità. Infatti la sequela di Cristo, se vuole essere fedele e concreta, non può evitare la croce. L’idea di rischio mortale nell’adesione a Cristo è anche indicata dalla sentenza che chiude la serie sulla sequela: “Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”. I verbi al futuro e in una forma impersonale rimandano all’iniziativa di Dio che alla fine farà trovare la vita al discepolo che sceglie di condividere il destino del Maestro soprattutto nella forma estrema del martirio.

Le ultime quattro sentenze fanno leva sul verbo “accogliere”: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”. L’inviato di Gesù è come Gesù stesso. “Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie il giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto”: ai “profeti” sono associati i “giusti”; si tratta dei discepoli fedeli di Cristo. Nella terza sentenza Gesù parla di questi piccoli che devono essere accolti in quanto discepoli di Gesù: “E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità vi dico: non perderà la sua ricompensa”. Ci viene anche detto che nel “piccolo”, cioè nel discepolo di Gesù, noi serviamo Gesù stesso. Egli valorizza il gesto più semplice, il dare “anche solo un bicchiere di acqua fresca” per amor suo.

La prima lettura spiega o illustra con un esempio concreto il valore dell’ospitalità generosamente offerta a un profeta di Dio, Eliseo. Essa viene ricompensata o ricambiata con un dono più desiderato: la nascita tanto attesa di un figlio. Dio sa vincere anche la sterilità, poiché è Lui la sorgente di vita. Abbiamo qui soltanto un semplice esempio sull’importanza di quella solidarietà a cui ci invita Gesù nel vangelo.
Don Joseph Ndoum