Alla vigilia del 60° anniversario dell’indipendenza della Repubblica Democratica del Congo

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Martedì 30 giugno 2020
Alla vigilia del 60° anniversario dell’indipendenza del Paese (30 giugno 1960), i membri del comitato permanente della Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo, hanno colto l’occasione per fare chiarezza sulla situazione confusa e pericolosa del Paese che vede il propagarsi del malcontento generale e di manifestazioni, anche violente, in diverse grandi città.

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) sta vivendo un periodo importante dove si alternano speranze e delusioni, voglia di ripartire col piede giusto e rabbia per certi complotti politici volti a mantenere le situazioni ataviche di ingiustizia. Le prime condanne di politici implicati in corruzione, con ingenti ruberie allo Stato, sono avvenute proprio in questo mese di giugno. Un segno di speranza? O forse polvere negli occhi per nascondere altre situazioni simili o più gravi con la condanna di un capro espiatorio?

La situazione del Paese

A oriente del Congo aumenta il numero morti, vittime di milizie straniere o mescolate con l’esercito regolare. Il Covid-19 appare nelle grandi città senza che se ne conoscano le reali dimensioni. Nuovi focolai di Ebola riappaiono nella regione dell’Equatore. La svalutazione della moneta ha raggiunto punte inaspettate. Le scuole, come le chiese, sono chiuse. Il commercio paralizzato e il fantasma della fame è diventato realtà…

Mentre la gente vive questo infinito dramma, alcuni politici, principalmente appartenenti alla piattaforma del vecchio presidente Joseph Kabila, propongono alcuni progetti di legge per riformare la giustizia nel senso di renderla dipendente dalla politica. Accanto a questo tentativo, c’è la non volontà politica di riformare dalla base la Commissione elettorale nazionale indipendente (CENI), per poter contare sulla possibilità di manipolare ancora le future elezioni grazie a gente “esperta” e provata in questo esercizio. Questi argomenti sono stati oggetto dell’ultima dichiarazione della Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo (CENCO).

Il documento dei vescovi congolesi: «Chi semina il vento, raccoglie la tempesta» (cf. Osea 8,7)

Alla vigilia del 60° anniversario dell’indipendenza del Paese (30 giugno 1960), i membri del comitato permanente della Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo, hanno colto l’occasione per fare chiarezza sulla situazione confusa e pericolosa del Paese che vede il propagarsi del malcontento generale e di manifestazioni, anche violente, in diverse grandi città.

Il movente di queste reazioni è da ricercare in due “atteggiamenti politici” di una parte della classe politica: la proposta di legge sulla riforma giudiziaria e la mancanza di un accordo nella designazione del candidato comune per la Commissione elettorale nazionale indipendente (CENI). Il timore che la violenza esploda, spinge la CENCO a risvegliare la sua missione profetica e a interpellare i responsabili di questa situazione.

In primo luogo, i vescovi condannano ogni forma di violenza e raccomandano a tutti l’uso di mezzi legali e pacifici per esprimere le proprie opinioni. Affermano poi che uno Stato di diritto si fonda su principi democratici della regola di maggioranza, ma anche del riconoscimento di valori morali fondamentali rispettosi della dignità della persona: «Una maggioranza parlamentare, pur legale, perde la sua legittimità quando è staccata dagli interessi e dal benessere del Popolo».

La dichiarazione afferma l’inammissibilità di leggi «fatte su misura secondo le ambizioni dei capi politici, partiti o piattaforme politiche» e l’inaccettabilità di strategie atte a svuotare le istituzioni democratiche della loro indipendenza. Il voler piegare la Giustizia alle istanze politiche distrugge la coesione nazionale e destabilizza le Istituzioni statali: «È chiaro che, se non si fa attenzione, le proposte di legge in esame all’Assemblea Nazionale porteranno minacce all’indipendenza del potere giudiziario».

I vescovi passano poi al secondo punto critico che riguarda la designazione dei candidati membri del Bureau nazionale della CENI e denunciano «il tentativo dei politici di voler dettare legge su questa Istituzione di appoggio alla democrazia». Riportano che la gente conserva ancora il ricordo della gestione caotica delle elezioni del 2018, al punto che tanti hanno perso la fiducia nel sistema elettorale. È quindi necessario assicurare gli elettori che le cose in avvenire saranno diverse.

Per questo affermano che bisognerebbe anzitutto riformare per consenso il sistema elettorale della RDC, particolarmente la legge elettorale riguardante l’organizzazione e il funzionamento della CENI, ed evitare il ritorno di gente che ha già avuto a che fare con manipolazioni elettorali.

Invitano infine il Bureau dell’Assemblea Nazionale a seguire strade di saggezza e a guardarsi dal prendere in esame progetti di leggi contestati. Qui la citazione di Osea 8,7: «seminano vento e raccolgono tempesta».

L’ultimo paragrafo si fa voce delle aspirazioni del popolo e ne reclama la priorità assoluta. «Le voci che si levano per protestare contro le manipolazioni politiche nel processo di designazione dei membri del Bureau della CENI e contro le proposte di legge sulla riforma giudiziaria, indicano che il popolo congolese ha fame di giustizia e di pace.

Il benessere del popolo congolese dev’essere la prima preoccupazione di ogni partito o piattaforma politica. Mentre il paese è in uno stato di urgenza sanitaria, i dirigenti farebbero meglio a cercare come proteggere la popolazione contro le conseguenze del Covid-19 piuttosto che concentrarsi per mettere in piedi strategie di posizionamenti politici».
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Giovanni Pross - Settimana News]

Guerre, violenze, carestie, ebola ed ora il coronavirus:
i bambini congolesi sempre più a rischio;
testimonianza di un comboniano

Arriva dall’UNICEF la fotografia spietata che ritrae la condizione dell’infanzia congolese facendola emergere come una delle più preoccupanti al mondo. I decenni di guerra e instabilità politica, la povertà endemica (di un Paese in realtà dalle infinite risorse), i continui esodi di decine di migliaia di famiglie, le epidemie, presentano un conto salato e a pagarne il prezzo più alto sono i bambini. All'agenzia delle Nazioni Unite sono già giunte dall’inizio dell’anno un centinaio di denunce di gravi violazioni dei diritti dei bambini, mentre delle 200mila persone in fuga da gennaio a oggi, la stragrande maggioranza sarebbero minori.

“Mentre tutto il mondo, compreso il Congo, era alle prese con il coronavirus – dichiara a Fides Gaspare Di Vincenzo, missionario comboniano a Butembo, nord Kivu - qui la guerra continuava indisturbata, anzi si aggravava. Dalle zone del Kivu Settentrionale e dell’ Ituri si susseguono notizie di stragi e da quello che ci raccontano i fuggiaschi, tra i quali alcuni nostri laici le cui famiglie sono state massacrate, le milizie accampate alla frontiera con l’Uganda stanno distruggendo tutto e cacciando i civili appropriandosi di case e terre in quella zona, peraltro, molto produttive Al momento ci sono 2500 nuclei famigliari che hanno trovato rifugio qui da noi a Butembo, a ospitarle sono famiglie del luogo in situazioni, come si può immaginare, di estrema precarietà. Noi comboniani cerchiamo di provvedere ai beni di prima necessità grazie anche agli aiuti che ci provengono dall’Italia, la Caritas è in difficoltà e non riesce a intervenire. Ovviamente, come denuncia l’UNICEF, i primi a farne le spese sono i bambini. Oltre a aver perso familiari e ad essere stati testimoni di violenze, soffrono di gravissima malnutrizione. Noi qui accogliamo una cinquantina tra bambini orfani e ragazzi di strada, ma la situazione dell’infanzia nel nostro Paese è drammatica”.

La condizione dei bambini, però, non è l’unica brutta notizia recente. Il virus dell’Ebola, i cui focolai nelle regioni orientali sono stati appena dichiarati definitivamente risolti dopo oltre due anni, come un’araba fenice risorge in quelle occidentali e miete nuove vittime
“Da noi e in tutta l’area di Beni non ci sono più casi da tempo (dal 2018 sono morte 2.134 persone ndr) ma le notizie che ci giungono dalle regioni occidentali sono pessime, dai dati che abbiamo a disposizione, nella provincia di Equateur, sono già stati registrati anche i primi morti (secondo fonti del governo, sarebbero 5). Il Congo sta facendo i conti anche con il coronavirus (6700 casi, 153 morti, ndr) e il confino sta causando danni enormi all’economia già fragilissima. Speriamo che il focolaio venga subito contenuto, altrimenti sarebbe un’ennesima tragedia”. [L.A. - Agenzia Fides]