Venerdì 10 luglio 2020
L’uccisione di Abdelmalek Droukdel, considerato il leader di Al Qaeda nel Maghreb (Al-Qaida au Maghreb islamique) e di alcuni suoi luogotenenti, avvenuta il mese scorso, ha portato nuovamente alla ribalta una delle macroregioni africane segnate pesantemente dalla piaga del jihadismo: quella saheliana. (...)

Le dimensioni di una radicalizzazione
dell’estremismo islamista

L’uccisione di Abdelmalek Droukdel, considerato il leader di Al Qaeda nel Maghreb (Al-Qaida au Maghreb islamique) e di alcuni suoi luogotenenti, avvenuta il mese scorso, ha portato nuovamente alla ribalta una delle macroregioni africane segnate pesantemente dalla piaga del jihadismo: quella saheliana. Il primo a dare la notizia, lo scorso 5 giugno, è stato il ministero della difesa francese, precisando che il leader islamista ha perso la vita nel corso di un’operazione nel Nord del Mali, vicino alla frontiera con l’Algeria, condotta con il supporto di non meglio precisati elementi delle forze armate locali. La notizia è stata poco dopo confermata da Africom (United States Africa Command) che, riconoscendo l’importanza dell’avvenuta operazione a guida francese nella città maliana di Talhandak, vicino a Tessalit, ha sottolineato che è stato inferto un duro colpo ad Aqmi.

Da rilevare che l’uccisione di Droukdel era stata preceduta, lo scorso 19 maggio, dalla cattura di Mohamed el Mrabat, esponente di spicco di un movimento, l’Islamic State in the Greater Sahara (Isbs) di cui parleremo più avanti, da parte delle forze militari francesi. Indubbiamente, l’uccisione di Droukdel rappresenta un significativo successo militare e politico per la Francia, impegnata dal 2013 nella tormentata regione maliana dell’Azawad, prima con l’operazione Serval e poi successivamente, fino ad oggi, con l’operazione anti-terrorismo Barkhane finalizzata a mettere in sicurezza tutti i Paesi del G5 Sahel, vale a dire Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad (Force Conjointe du G5 Sahel). A questa iniziativa si affianca l’imminente dispiegamento della task force Takuba (dal nome della tipica scimitarra tuareg) fortemente voluta dal presidente francese Emmanuel Macron con il coinvolgimento di numerosi paesi europei.

In un contesto di progressivo deterioramento della situazione di sicurezza e di profonda destabilizzazione regionale, alimentata dall’attivismo di gruppi armati di ispirazione jihadista, e segnato da crescenti tensioni interetniche e dal radicamento di network criminali di traffico illecito, lo sforzo militare francese è ben esemplificato dai cospicui numeri delle forze dispiegate, ad oggi stimabili in oltre 5 mila uomini e circa 950 tra mezzi terrestri e aerei. È importante ricordare che Droukdel era uno degli ultimi esponenti della vecchia guarda jihadista in Nord Africa e Sahel, principale promotore dell’internazionalizzazione della militanza terroristica algerina e del cosiddetto “franchising del terrore” ovvero l’ingresso dei suoi movimenti nel network globale di Al Qaeda. Infatti, è stato con la sua leadership che le cellule jihadiste del Nord Africa si sono “federate” sotto la matrice qaedista, dando origine ad Aqmi. Il comando di Droukdel è stato molto influente sul radicalismo jihadista algerino e nordafricano, attraverso la diffusione della dottrina del famigerato movimento al-Takfir wa l-Hijra, formatosi in Egitto negli anni Settanta, poi assunta tout court da Al Qaeda. La pratica degli attentati suicidi in Algeria è riconducibile a questa matrice. Rimane il fatto che da una decina d’anni a questa parte la leadership di Droukdel all’interno di Aqmi è stata sempre più confinata nella clandestinità, quella della regione montuosa della Kabilia algerina; un vero e proprio isolamento dal resto della militanza. Tutto questo è stato possibile grazie alla strategia anti-terroristica algerina, supportata dall’aiuto francese e statunitense che comunque poi ha dovuto misurarsi con il cambiamento in atto nelle dinamiche operative, organizzative ed ideologiche del jihadismo regionale.

Infatti è avvenuta una graduale parcellizzazione dei gruppi e una conseguente decentralizzazione dei poteri con il risultato che sono nate col tempo nuove organizzazioni terroristiche fondate dai leader locali, come il Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (Mujao) o il gruppo al-Murabitoun. Un jihadismo il loro imperniato sul controllo dei traffici illeciti, sulla tassazione delle attività economiche nei territori sotto il loro controllo e sul saccheggio indiscriminato. Nel frattempo si è manifestata palesemente, a partire dal 2014, la contaminazione dell’ideologia propagandata dallo Stato islamico (Is) del defunto Abu Bakr al-Baghdadi che ha, per così dire, acceso i riflettori sulla presenza dei suoi seguaci nel Sahel. Incitando i combattenti jihadisti in Burkina Faso e Mali ad intensificare gli attacchi contro i militari francesi e i loro alleati, al-Baghdadi confermò esplicitamente, lo scorso anno, pochi mesi prima della sua morte, il giuramento di fedeltà allo Stato islamico da parte di Adnan Abu al-Walid al-Sahrawi, militante islamista sahrawi, ex membro del Mujao ed ex sodale di Mokhtar Belmokhtar, leader del gruppo al-Murabitoun — meglio conosciuto negli ambienti eversivi come Mr. Marlboro in ragione dei radicati interessi nelle reti dei traffici illeciti trans-saheliani.

Questo indirizzo ha però determinato due effetti. Anzitutto ha causato una frattura nella galassia jihadista, in quanto, ad esempio, già nel 2015, Belmokhtar riaffermò l’affiliazione ad Al Qaeda, diventando il leader di al-Qaeda en Afrique de l’Ouest e ricusando così il franchise strategico con Is in Africa occidentale. Al contempo però la sporulazione di gruppi estremisti ha gradualmente spostato l’epicentro delle attività jihadiste dal deserto sahariano all’interno della fascia saheliana, facendo dell’islamismo radicale l’interprete di alcune minoranze etniche discriminate, come i tuareg e i fulani, con l’effetto immediato di far perdere centralità all’elemento arabo e algerino, un tempo dominante con il modus operandi e la visione di Droukdel.

Una cosa è certa, oggi l’epicentro del jihadismo più efferato è collocato nel ventre della vasta regione saheliana, dove da una parte impera il Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans (Gsim), un cartello di organizzazioni su base etnica fortemente indipendenti tra loro e ai cui vertici spicca un tuareg del calibro di Iyadh ag Ghaly, mentre dall’altra vengono sempre più allo scoperto le componenti dello Stato islamico nelle sue due principali diramazioni: quella dello Islamic State in the Greater Sahara (Isbs) e dell’Islamic State West African Province (Iswap). Non v’è dubbio, dunque, che lo scenario è molto complesso e comunque riconducibile ad esempio alla recente escalation jihadista in Burkina Faso, Congo orientale e Mozambico Settentrionale.

La morte dunque di Droukdel, che per lunghi anni ha eluso la cattura — nonostante già nel 2012 fosse stato condannato da un tribunale in Algeria per omicidio, appartenenza a un’organizzazione terroristica e attentati letali — è la conclusione di un triste capitolo della storia del jihadismo africano, ma non certamente quello conclusivo. La progressiva e costante migrazione del terrorismo islamista sempre più a meridione, all’interno dell’Africa Subsahariana, esige infatti una maggiore attenzione da parte del consesso delle nazioni, non solo in Africa, ma anche nelle istituzioni internazionali. Naturalmente il ruolo della Francia è cruciale; ma la Comunità internazionale e soprattutto l’Unione europea (Ue) non devono dare l’impressione di delegare la soluzione del problema, nemmeno dal punto di vista militare a Parigi. Se da una parte è necessario garantire l’incolumità delle popolazioni sottoposte ad ogni genere di vessazioni nella fascia saheliana, dall’altra è quanto mai urgente rilanciare dei negoziati, con decisiva, reale e più autorevole mediazione internazionale, che coinvolgano le minoranze autoctone, in particolare tuareg e fulani con i governi centrali del Sahel. Inoltre, la palese strumentalizzazione ideologica religiosa delle formazioni islamiste esige oggi, più che mai, una radicale riforma della governance delle risorse — energetiche in primis — in senso più equo ed inclusivo. È indubbio che gli interessi stranieri, spesso contrapposti e predatori, nello sfruttamento delle commodity africane, acuiscono la destabilizzazione, fornendo il pretesto alla galassia jihadista di affermare un disordine destinato ad accrescere e minacciare la stabilità della regione saheliana, dell’Africa in generale e della stessa Europa.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]