Lunedì 13 luglio 2020
“Penso a Santa Sofia, e sono molto addolorato”. Sono le parole di Papa Francesco dopo la recita dell’Angelus, in merito alla decisione della Turchia di trasformare la basilica di Santa Sofia di Istanbul in moschea. Il Santo Padre ha ricordato anche la Giornata internazionale del mare: “Rivolgo un affettuoso saluto a tutti coloro che lavorano sul mare, specialmente quelli che sono lontani dai loro cari e dal loro Paese”. [
SIR – Foto: Lusa/EPA]

“Abituarsi ad ascoltare
la Parola di Dio e a leggerla”

Papa Francesco all’Angelus

Il governo di Ankara vuole trasformare lo spazio in una moschea.

“Questa del seminatore è un po’ la ‘madre’ di tutte le parabole, perché parla dell’ascolto della Parola. Ci ricorda che essa è un seme fecondo ed efficace; e Dio lo sparge dappertutto con generosità, senza badare a sprechi. Così è il cuore di Dio!”. Lo ha detto Papa Francesco prima della recita dell’Angelus: “Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso. La Parola è data a ognuno di noi. Possiamo chiederci: io, che tipo di terreno sono? Assomiglio alla strada, alla terra sassosa, al roveto? Se vogliamo, con la grazia di Dio possiamo diventare terreno buono, dissodato e coltivato con cura, per far maturare il seme della Parola”.

Spesso, ha proseguito il Santo Padre, “si è distratti da troppi interessi, da troppi richiami, ed è difficile distinguere, fra tante voci e tante parole, quella del Signore, l’unica che rende liberi. Per questo è importante abituarsi ad ascoltare la Parola di Dio, a leggerla. E torno, una volta in più, su quel consiglio: portate sempre con voi un piccolo Vangelo, un’edizione tascabile del Vangelo, in tasca, in borsa… E così, leggete ogni giorno un pezzetto, perché siate abituati a leggere la Parola di Dio, e capire bene qual è il seme che Dio ti offre, e pensare con quale terra io lo ricevo”.
(R.B. – SIR)

Santa Sofia
La religione non c'entra: un favore ai nazionalisti
di Riccardo Redaelli

Chiuso nel suo immenso e pacchiano palazzo di Ankara, il presidente-autocrate turco Recep Tayyip Erdogan questa volta sembra irremovibile nel voler trasformare da museo a moschea la celebre Haghia Sophia, il simbolo di Istanbul e uno degli edifici religiosi più antichi e iconici del mondo. In molti ormai dubitano che il Consiglio di Stato turco – l’unico organo costituzionale che potrebbe fermare questa improvvida decisione – riesca a resistere alle pressioni che sta subendo per autorizzare il cambio d’uso.

Di fronte agli infiniti disastri e alle tragedie che devastano il Medio Oriente può sembrare bizzarro soffermarsi e indignarsi per le sorti di un edificio, pur così importante per i cristiani e i musulmani. Haghia Sofia è stata la chiesa più importante del mondo cristiano orientale per quasi mille anni, poi per altri cinquecento una moschea simbolo, poi ancora un museo, perché non potrebbe tornare a essere una moschea nuovamente? La risposta non sta nel contestare l’uso religioso di un monumento, poiché qui la religione, purtroppo, non conta nulla: gli obiettivi di Erdogan sono molto più cinici e spregiudicati e riguardano tanto la politica interna quanto le rivalità geopolitiche che hanno isolato la Turchia a livello regionale.

La motivazione più semplice – ma chissà se anche la più importante… – è che il sistema di potere del presidente (un impasto di autoritarismo, retorica islamista, corruzione ed efficace clientelismo) mostra un’evidente perdita di consenso. A causa, infatti, della sempre più assillante restrizione della libertà di parola e delle pressioni contro le opposizioni, il partito della Giustizia e dello Sviluppo ha bisogno di rilanciarsi. La mossa permette, allora, di solleticare le emozioni di quel blocco nazionalista-islamista al quale Erdogan ha sempre parlato, finora con successo. Da tale punto di vista, meglio addirittura che vi siano proteste internazionali: perché queste gli consentono di reagire in modo sprezzante, compiacendo l’iper- nazionalismo dei turchi, e di rimarcare che la Turchia «non deve chiedere il permesso a nessuno».

E sta qui il secondo obiettivo del presidente: allontanare ulteriormente il suo Paese da tutto ciò che suona europeo, occidentale, secolare. Quando uno dei suoi uomini più fidati afferma pubblicamente che essi hanno il diritto di fare ciò che vogliono con Haghia Sophia, perché l’hanno «conquistata con la spada», non solo riprendono l’immagine degli Ottomani vincitori contro i cristiani d’oriente e d’occidente; ma volutamente mostrano una rozzezza e uno spregio per le minoranze religiose e per i sentimenti altrui che scava un solco simbolico profondo. E offre munizioni alla retorica anti-turca in Occidente e anti-occidentale in patria. Una divaricazione funzionale ai meccanismi del suo sistema di potere. Tuttavia, vi è anche un’altra partita che si gioca attorno al destino di questo edificio che ha attraversato i millenni, giustamente considerato patrimonio di tutta l’umanità. Un gioco più sottile e spesso non compreso da noi europei, che si gioca all’interno del mondo musulmano sunnita.

La Turchia è da anni in rotta di collisione con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto. Il sostegno dato da Erdogan ai movimenti del cosiddetto islam politico, fra tutti il movimento dei Fratelli Musulmani, inquieta tanto al-Sisi in Egitto quanto i petrolsceicchi del Golfo, che gli oppongono il dogmatismo e le rigidità della visione salafita. Questo scontro si gioca a più livelli: geopolitico, soprattutto in Libia; geoeconomico, con la rivalità per lo sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo centrorientale, ma anche ideologico-religioso. E quanto manca alla Turchia è un simbolo religioso islamico che possa rivaleggiare, se non con le città sante di Mecca e Medina, i luoghi culla dell’islam, quanto meno con al-Azhar, la più autorevole voce accademica e giuridica dell’islam sunnita. Non è un caso, che proprio gli esperti di diritto islamico egiziano abbiano espresso la propria contrarietà a riconvertire in moschea il monumento più importante di Istanbul.

Una opposizione solo apparentemente sorprendente: perché essi sanno che Haghia Sophia potrebbe offrire a Erdogan la moschea simbolo di cui ha bisogno per il suo modello di islam. Sarebbe davvero triste il destino che attende questa meraviglia architettonica, che oggi tutti possono considerare come parte delle proprie credenze e tradizioni. E l’ennesima dimostrazione dello spregiudicato cinismo del «sultano di Ankara », ormai prigioniero del labirinto del proprio orgoglio e di una crescente sete di potere.
[Riccardo Redaelli - Avvenire]

Santa Sofia,
la seconda caduta di Costantinopoli

“E il mare mi porta un po’ lontano col pensiero: a Istanbul. Penso a Santa Sofia, e sono molto addolorato”, così Papa Francesco, ieri, dopo la preghiera mariana dell’Angelus in Piazza San Pietro, pone i riflettori sulla decisione della Turchia di riconvertire in moschea la Basilica di Santa Sofia. Francesco esprime senza mezzi termini il suo disappunto per una decisione simbolicamente epocale, che riporta indietro le lancette dell’orologio a quella Turchia ottomana, antagonista dell’Occidente e che imponeva il suo dominio su tutto il complicato scacchiere del Medio Oriente.

In fumo un secolo di dialogo?

L’opera di re-islamizzazione della società turca impartita dal presidente “sultano” Recep Tayyip Erdogan è iniziata da almeno un decennio ma la decisione di riportare il culto islamico a Santa Sofia sembra aver rotto definitivamente almeno un secolo di dialogo interreligioso, di riconoscimento reciproco e di apertura all’Europa che avevano fatto della Turchia il Paese più laico e pluralista del mondo islamico.

La riforma dopo l’Impero Ottomano

Atatürk fu il presidente che riformò la Turchia dopo la fine dell’Impero Ottomano e nel 1934 trasformò Santa Sofia in un museo aperto a tutti che è diventato il simbolo di Istanbul. Dopo oltre 80 anni, venerdì scorso Erdoğan ha firmato un decreto che ordina la riconversione della basilica in una moschea, una misura che arriva subito dopo la decisione del Consiglio di Stato di annullare la decisione di Ataturk, accogliendo la richiesta di un piccolo gruppo islamista locale. Di fatto il sito bizantino, patrimonio dell’Unesco, passa dalla gestione dal Ministero della Cultura alla Presidenza degli Affari Religiosi. Lo stesso Erdogan, con un discorso alla nazione, ha annunciato che il 24 luglio si terrà la prima preghiera a Santa Sofia.

L’ultima messa a Santa Sofia

L’ultima messa a Santa Sofia risale invece alla notte del 28 maggio del 1453, alla celebrazione assistettero sia i fedeli di rito greco che quelli di rito latino. Secondo le fonti dell’epoca, gli abitanti di Bisanzio erano disperati, e si abbandonarono alle lacrime, la mattina seguente infatti gli ottomani entrarono in città dopo due mesi di assedio, uccidendo, stuprando, razziando e ponendo fine a oltre 1000 anni di Impero Romano d’Oriente.

Centro di vita che abbraccia Oriente e Occidente

La cattedrale bizantina dedicata alla Sophia (Sapienza Divina) è stata dunque cristiana per circa un millennio. Inaugurato nel 537 sotto l’imperatore cristiano Giustiniano l’edificio fu cattedrale greco-cattolica e poi ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli. Non è un caso che le Chiese ortodosse abbiano espresso le critiche più forti. Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, nei giorni scorsi, aveva denunciato i rischi di questa decisione in tal senso: “Spingerà milioni di cristiani in tutto il mondo contro l’islam”. In virtù della sua sacralità, Santa Sofia, aveva rimarcato il Patriarca, è un centro di vita “nel quale si abbracciano Oriente e Occidente”, e la sua riconversione in luogo di culto islamico “sarà causa di rottura tra questi due mondi”.

Una provocazione?

Il patriarca di Mosca Kirill, figura religiosa più importante di tutta la Russia, ha parlato di tentativo di “calpestare l’eredità spirituale millenaria della Chiesa di Costantinopoli, accolta dal popolo russo, allora come oggi, con indignazione e amarezza”. Duro anche il governo della Grecia, il Paese più legato al patriarcato di Costantinopoli, che ha descritto l’atto di Erdogan come “provocazione al mondo civile”, mentre il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), che conta 350 chiese e rappresenta 500 milioni di cristiani, ha chiesto di rivedere la decisione.

Erdogan invoca la sovranità nazionale

Dal canto suo Erdogan ha difeso la decisione invocando la “sovranità nazionale” e assicurando che le porte di Santa Sofia continueranno a essere aperte a tutti e che i mosaici cristiani saranno salvaguardati. Certo è che la reazione sprezzante alle proteste manifesta la volontà di Erdogan di mostrare i muscoli sia davanti ai ceti popolari della Turchia, dove ha sempre attinto per il suo consenso, sia difronte i sui rivali regionali. Ovvero Erdogan si manifesta come il vincitore contro i cristiani e l’Occidente davanti ad Egitto, Arabia Saudita ed Emerita Arabi. Il protagonismo della Turchia nel Mediterraneo è già visibile con le sue interferenze in Siria e Libia, un nazionalismo che si tinge sempre più di venature religiose per legittimare la leadership di Erdogan, con buona pace delle minoranze.
Marco Guerra
http://www.interris.it