Venerdì 17 luglio 2020
In violazione dei trattati internazionali, l’Italia continua a vendere armi a paesi in conflitto o a regimi che sempre più spesso le utilizzano per reprimere i diritti civili. Il caso dell’Egitto è il più eclatante, ma non è l’unico, in Africa e non solo. [Nella foto: Manifestazioni di protesta contro la brutalità della polizia kenyana nello slum di Mathare a Nairobi lo scorso giugno (Credit: shgl.tv)].

L’arma che uccide un civile inerme è sempre un’arma diabolica, se poi porta il marchio Made in Italy dovrebbe procurarci un certo raccapriccio. Negli anni una serie di misure legislative e di trattati sono stati adottati per prevenire proprio questo abominio: che le armi vendute a certi governi e paesi venissero utilizzate in aperta violazione dei diritti umani.

Una di queste è la legge 185 del 1990 che in Italia disciplina, appunto, l’esportazione (ma anche l’importazione e il transito) di armamenti. Esportazioni vietate se in contrasto con la Costituzione, soprattutto con quell’articolo 11 che con chiarezza “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e di conseguenza oppone la vendita di armi verso paesi dove sia in atto un conflitto armato.

L’altro è il Trattato sul commercio delle armi (Att), adottato dall’assemblea delle Nazioni Unite nel 2013, primo strumento internazionale globale che stabilisce (art. 7) i limiti e le situazioni entro cui concedere o meno l’autorizzazione all’esportazione di armi e armamenti. Vietata, ad esempio, vendita ed esportazione in quei paesi dove si verifichino gravi violazioni dei regimi internazionali dei diritti umani o atti illeciti ai sensi delle convenzioni internazionali relative al terrorismo.

Italia, nono esportatore mondiale

Se i cinque più grossi esportatori di armi rimangono gli Usa, Russia, Francia, Germania e Cina (insieme costituiscono il 75% del volume delle esportazioni del settore) l’Italia conserva una sua rilevante quota di mercato. Un mercato dominato dalla Leonardo (ex Finmeccanica) che, secondo il Sipri, è al numero nove nella lista delle maggiori aziende mondiali esportatrici di armamenti. I suoi maggiori clienti: Turchia, Algeria, Israele.

Il volume dei trasferimenti di armi da un posto all’altro del mondo dal 2003 è andato costantemente crescendo e nello stesso tempo si è verificato un incremento della richiesta (e dunque della vendita) da aree e paesi del Medio Oriente e un decremento in altre regioni, compresa l’Africa. Nel continente africano quattro paesi del nord contano il 75% delle importazioni di armi (Algeria, Libia, Marocco, Tunisia) nella regine sub-sahariana sono cinque i paesi  con la percentuale più alta di importazioni (Nigeria, Angola, Sudan, Camerun e Senegal).

In testa Egitto e Algeria

Solo nel 2019 l’Italia ha venduto armi per un controvalore pari a 5.174 milioni di euro, maggior destinatario l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, un presidente che rifiuta di collaborare per far luce sull’omicidio di Giulio Regeni e che continua a tenere in carcere Patrick  Zaky con blande accuse di incitazione alla protesta. Il secondo paese africano per commesse sulle armi italiane è l’Algeria, dove libertà civili come quella di espressione e di stampa vengono negate. Ecco perché si è continuato a protestare anche dopo la caduta, lo scorso anno, di Abdelaziz Bouteflika, che era stato al potere per vent’anni.

Ma non c’è solo la Leonardo, che detiene il 58% delle vendite e il cui maggiore azionista, ricordiamo, è il ministero dell’Economia e delle Finanze con il 30,20%. Altre imprese italiane che hanno ottenuto autorizzazioni per le vendite di settore (con volumi molto più bassi) sono Elettronica spa (5,5%), Calzoni srl (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%).

Nel 2008 un documento della Cia (censurato in alcune parti) assegnava all’Italia il 20% delle vendite in America Latina e Africa. A quei tempi era la Somalia, ex colonia italiana, il maggiore importatore di aerei da trasporto e equipaggiamenti delle forze di terra. Nel documento si fa anche riferimento ad accordi con paesi produttori di petrolio, come Iraq, Libia e Arabia Saudita, miranti a ridurre situazioni di debito con questi stati e a stabilirvi relazioni commerciali che potessero beneficiare entrambe le parti.

A dispetto di regolamenti e norme internazionali le armi (parliamo anche di veicoli armati, elicotteri, missili, artiglieria pesante e droni) continuano comunque ad arrivare laddove si stanno combattendo conflitti che vedono pesantemente coinvolti i civili o anche in aree da cui quasi ogni giorno arrivano notizie di violazioni dei diritti umani e di gravi abusi sulle popolazioni.

Il caso egiziano

Viene da pensare che i controlli non siano abbastanza, non sufficienti o che, peggio, le relazioni diplomatiche tra gli stati e gli affari reciproci contino più delle vite umane. È il caso del recente accordo tra Italia ed Egitto per quella che rappresenta la più grande commessa di armi per il nostro paese dopo la seconda guerra mondiale. All’inizio il contratto di acquisto indicava due fregate militari oltre a velivoli di addestramento e combattimento leggero, poi la commessa ha incluso aerei, missili e altre fregate. Valore complessivo 10 miliardi di euro.

Una serie di ricostruzioni mettono insieme una rete di Indra che va dal tentativo di silenziare le rimostranze dell’Italia sul caso Regeni (ma in realtà è la società civile quella che continua a tenere alta l’attenzione sul caso del giovane italiano morto sotto tortura al Cairo), alla possibilità di fare arrivare armi in Libia via terra, arginando l’embargo (che l’Onu viste le violazioni ha definito comunque “una barzelletta”) e tenere dunque sotto controllo le forniture di gas, fino al beneficio personale di al-Sisi che dall’acquisto riceverebbe una commissione del 2,5%, più i soldi che circolerebbero sottobanco.

Senza contare che la brutalità del regime di al-Sisi si avvantaggerebbe di ulteriori strumenti. L’uso della forza da parte di militari, eserciti, polizia, è stato e continua ad essere denunciato dalle organizzazioni per i diritti umani. Gli esempi e le denunce sono aumentati vertiginosamente in questi mesi di pandemia e conseguenti restrizioni delle libertà.

Libia e Centrafrica, paesi in guerra

Ed oggi, come in passato, la questione è come distribuire le responsabilità tra chi usa le armi, chi autorizza l’uso della forza sui civili, chi autorizza le vendite in certi paesi e, forse, chi le produce. #ItalianArms, nell’ambito del progetto Lighthouse Reports, ha lavorato poco tempo fa alla tracciatura delle armi vendute dai paesi europei, per capire dove finiscono e a quale fine sono utilizzate.

Ebbene, per quanto riguarda armi, elicotteri, aerei italiani, casi di uso contro civili, per esempio durante manifestazioni pacifiche, o come “danni collaterali”, sono stati documentati in Turkmenistan (Asia centrale), dove vige una dittatura totalitaria monopartitica; in Siria, Turchia, Bahrein, Arabia Saudita (armi poi utilizzate nella guerra in Yemen), Marocco (aerei C27J usati per occupare il Sahara Occidentale), Egitto, Libia, Repubblica Centrafricana, paese in conflitto dove militari della missione Onu Minusca usano le Benelli M4.

Libertà civili minacciate

Per restare all’Africa, in molti paesi la situazione della sicurezza dei cittadini sta deteriorando. Alle proteste si risponde mandando in strada militari, e in alcuni casi milizie armate, che non hanno nessuna remora ad usarle quelle armi. L’ultimo rapporto di Amnesty Internazional evidenzia proprio questo: l’Africa sub-sahariana nel periodo precedente al coronavirus è stata segnata dall’aumento delle proteste di cittadini e partiti di opposizione decisi a chiedere cadute di regime, riforme, cambiamenti nella gestione amministrativa.

A molte di queste (la maggior parte) i governi, e i loro eserciti, hanno risposto con gas lacrimogeni, pallottole, omicidi. La Nigeria, uno dei più grandi importatori di armi dell’Africa sub-sahariana (prevalentemente dalla Russia, Cina e Usa), ha visto peggiorare il conflitto che vede contrapporsi Boko Haram e le forze governative nel nord-est del paese con abusi contro i civili da una parte e dell’altra.

In Camerun, il conflitto tra i militanti separanti anglofoni e il governo a maggioranza francofona è alimentato dal supporto di Belgrado al regime di Paul Biya, supporto che consiste anche nella vendita di armi. Il paese sta registrando un surplus di produzione, surplus destinato alla Repubblica democratica dl Congo, alla Nigeria, al Kenya (dove è stata denunciata più volte l’azione violenta della polizia, ufficialmente per far rispettare le restrizioni della pandemia), all’Etiopia.

E, a proposito di quest’ultimo, chissà se tra queste armi c’erano anche quelle con cui nei giorni scorsi  il governo etiope ha messo a tacere le proteste dei cittadini seguite all’omicidio per mano di ignoti del cantante ed attivista Hachalu Hundessa, icona della lotta per l’indipendenza dell’etnia Oromo.

Altro paese sotto scrutinio delle Nazioni Unite è la Corea del Nord, accusato di aver venduto armi al Sudan sotto il regime di Omar El-Bashir, ma anche in Rd Congo, Angola, Eritrea, Zimbabwe. E poi c’è la Turchia con accordi e trasferimenti di materiale in Burkina Faso (paese tormentato da conflitti etnici e in cui sta crescendo la presenza di al-Qaeda), Ghana, Mauritania, Ciad, Rwanda, tra gli altri.

La campagna Banche Armate in Italia serve a questo: evitare di farsi complici in nome del profitto. Evitare di incrementare regimi violenti di cui si conosce bene il nome mentre non si conosceranno mai quelli che sono morti per mano di quei regimi armati di tutto punto.
[Antonella Sinopoli – Nigrizia]