Giovedì 13 agosto 2020
Chi conosce il libro, ormai classico, di David J. Bosch, Transforming Mission (Trad. italiana La trasformazione della missione, Queriniana, Brescia 2000) sa che si sono elaborati parecchi paradigmi (almeno 11, se non vado errato) con cui si può interpretare la missione. Già il fatto della moltiplicazione dei paradigmi succedutisi, mostra che la missione è un evento e un processo di una profondità quasi inesauribile dovuto certamente al fatto che la missione ha le sue radici nella ss.ma Trinità e si svolge in un mondo in continua accelerata evoluzione.

Chi conosce il libro, ormai classico, di David J. Bosch, Transforming Mission (Trad. italiana La trasformazione della missione, Queriniana, Brescia 2000) sa che si sono elaborati parecchi paradigmi (almeno 11, se non vado errato) con cui si può interpretare la missione. Già il fatto della moltiplicazione dei paradigmi succedutisi, mostra che la missione è un evento e un processo di una profondità quasi inesauribile dovuto certamente al fatto che la missione ha le sue radici nella ss.ma Trinità e si svolge in un mondo in continua accelerata evoluzione.

In quest’ultimo decennio la missione è tornata ad essere un tema imprescindibile della teologia. Papa Francesco ha riportato la missione in primo piano nel suo progetto di riforma della Chiesa e la “Chiesa in uscita” (Evangelii gaudium 20) è un’idea centrale nel magistero di Francesco che ha chiesto a ogni Chiesa una «conversione pastorale e missionaria che non può lasciare le cose come stanno» (Evangelii gaudium 25) come obiettivo centrale del proprio programma pastorale. Se la Chiesa vuol tornare a essere pienamente se stessa, deve ricuperare il suo “essere missione”.

Finito il regime di cristianità, in un tempo segnato dal fenomeno della secolarizzazione e in un contesto di rapida globalizzazione, la Chiesa deve fare i conti con un molteplice pluralismo e non può pretendere di esportare sic et simpliciter la verità di cui è depositaria e servitrice e imporla a chi non la conosce: cederebbe a un indebito complesso di superiorità e trasformerebbe l’annuncio in una forma di violenza che la Chiesa non deve permettersi; nello stesso tempo, essa non può ignorare il mandato missionario di Gesù finendo in un relativismo religioso che vive la missione come un «dialogo in assenza di verità» (p. 153): una contraddizione della missione.

E allora, alla fine, che cos’è missione? Archiviate le missioni (dette anche missioni estere), il termine missione rischia di essere un termine pass-partout applicabile ad ogni impegno da quello politico all’economico, dal sociale al religioso e apostolico. È quindi importante e urgente continuare a precisare il senso e l’ambito di questo termine che si colloca tra la teologia e l’ecclesiologia.

Questo è il tentativo messo in atto – secondo noi con successo – da don Roberto Repole, prete della diocesi di Torino, docente di teologia sistematica alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, sezione di Torino, presidente dal 2011 al 2019 dell’Associazione teologica italiana. Egli affronta il vasto campo della missione della Chiesa e vi si addentra con un nuovo paradigma, il paradigma del dono, come dice il titolo del suo libro: La Chiesa e il suo dono, la missione fra teo-logia ed ecclesiologia, apparso nella Biblioteca di teologia contemporanea della Queriniana (2019).

La tesi dell’opera è chiaramente esposta nel titolo: la missione è il dono della Chiesa, la quale è in se stessa dono, perché si riceve da Dio Trinità che, pure nel mistero del Verbo incarnato, si rivela essere dono o, se si vuole, ospitalità offerta all’umanità.

Per comprendere il senso del dono, Repole interroga la filosofia contemporanea e mostra anzitutto che non ogni dono è necessariamente dono, perché che ci sono dei doni che creano dipendenza e non libertà. Per questo Jacques Derrida conclude con affermazione provocatoria: «se c’è un dono, esso è impossibile», che vuol dire che il dono, in quanto dono, produce un contro-dono nella reciprocità, una specie di restituzione. Reagisce e completa quest’affermazione Jean-Luc Marion, il quale afferma che il dono è possibile e vive di gratuità, perché non richiede nulla in contraccambio; esso crea reciprocità e, nella sua sovrabbondanza, produce una ulteriore apertura che è ridondanza: bonum diffusivum sui, perché il dono si riassume nel fare spazio all’altro, nel concedergli ospitalità.

Dopo aver assodato la possibilità e le condizioni del dono, Repole, nella seconda parte dell’opera, scruta con rispetto e devozione – in pagine non solo di profonda teologia, ma spesso anche di afflato mistico che nutrono il cuore e fanno pregare – il mistero della ss.ma Trinità che è il grembo della missione. Tutto nella Trinità è dono. In essa il Figlio, dono del Padre e da lui inviato nel mondo, riceve dal Padre il dono dello Spirito per trasmetterlo al mondo attraverso la sua Chiesa.

Il Figlio, al momento della sua risurrezione, ascende al Padre portando con sé tutta la natura umana che egli ha assunto nell’incarnazione e così la Chiesa diventata grazie allo Spirito il corpo di Cristo, animato dal dono dello Spirito, si trova accolta, ospitata nella ss.ma Trinità. Così anche la Chiesa, ospitata dal Padre nella comunione dello Spirito Santo, ridonda il dono ricevuto, facendosi dono, ospitalità per il mondo, ospitalità per tutti. Ospite di Cristo e in Cristo, la Chiesa popolo di Dio nella forma di Corpo di Cristo e in forza dello Spirito, vive della vita di Dio e ne fa dono al mondo quando annuncia il mistero pasquale di Gesù: «Se ciò che si deve donare nell’annuncio è lo spazio che si è aperto in Cristo, questo non verrà “detto” se non laddove ci siano dei cristiani che si fanno essi stessi spazio ospitale per gli altri uomini: l’annuncio non può avvenire senza questa testimonianza; e viceversa» (p. 343). Questa è la missione della Chiesa la quale, sia detto qui per inciso, rigenera continuamente se stessa e, grazie alla missione, è continuamente in fieri (cf. p. 279).

La missione è il dono ricevuto e condiviso nell’annuncio, nel dialogo con le culture e le religioni non cristiane, nel servizio del mondo, soprattutto ai più poveri e agli scarti della società e nella creazione di altre comunità che, a loro volta, vivono lo stesso dinamismo del dono.

Chi conosce un po’ lo svolgersi della missione, sia in senso diacronico nel corso cioè della sua storia, sia nel senso sincronico nella sua attuale dinamica, troverà in questo libro di Repole una preziosa conferma del cammino della missione nella storia e nella prassi missionaria e un’illuminata presentazione delle sue attuali componenti emerse in questi ultimi decenni della storia. Comprenderà anche la logica di certe scelte fatte da papa Francesco che possono sembrare incomprensibili e, a qualcuno, anche non ortodosse, soprattutto se non ha seguito il cammino della storia e della Chiesa in questi ultimi tempi.

Il libro di Repole è un libro che dovrebbe leggere chi vuol conoscere e vivere la missione, come una dinamica connaturale con il divenire cristiano. Non basta ripetere che la Chiesa è «per sua natura missionaria» (Ad gentes 2) e che deve essere “Chiesa in uscita”, bisogna cercare le ragioni di quest’affermazione e trarne coerentemente le conseguenze nella vita delle comunità cristiane. Questo è ciò che il libro di Repole permette di fare e per questo è un libro da consigliare.

  • Roberto RepoleLa Chiesa e il suo dono. La missione fra teo-logia ed ecclesiologia, Queriniana, Brescia 2019, pp. 421, € 30,00.

[Gabriele Ferrari – Settimananews]