Polizia colombiana sotto accusa: violenze, torture e spari contro i civili

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Mercoledì 7 ottobre 2020
Quattordici morti in pochi giorni, proteste violente, stazioni della polizia colombiana bruciate e decine di video con le azioni delle forze dell'ordine contro la popolazione: ecco cosa sta accadendo in Colombia. Foto: Bogotà, Colombia. © Samuel Bregolin. [
Osservatorio Diritti]

Dopo le proteste del 9 settembre scorso e dei giorni successivi, in cui hanno perso la vita 14 persone, sono diventati virali numerosi video che mostrano le violenze e le violazioni dei diritti umani da parte delle forze di polizia colombianearmi da fuoco puntate ad altezza uomo, linciaggi, calci e pugni contro la popolazione civile, vetri rotti, auto danneggiate. Inoltre, sono centinaia le denunce di persone che, arrestate durante le proteste, affermano di aver visto violati i propri diritti civili, di essere state picchiate e torturate durante l’interrogatorio da parte della polizia. Una giovane giornalista afferma di essere stata obbligata a spogliarsi davanti agli agenti di polizia e sottoposta a comportamenti umilianti.

Sono centinaia i video, le testimonianze e le denunce per violenze e abusi di potere raccolte dalle associazioni per i diritti umani e dal comune di Bogotà. L’uscita dal lockdown imposto per contrastare il coronavirus in Colombia comincia con un’esplosione di violenza tutt’altro che imprevedibile.

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Una ragazza cerca di fermare le violenze tra manifestanti e forze dell’ordine
durante lo sciopero nazionale a Bogotà il 21 settembre. Foto: © Samuel Bregolin

Pil Colombia in picchiata: il contesto delle proteste

Con la fine dell’emergenza sanitaria, in Colombia si riacutizzano le proteste sociali. La morte del giovane avvocato Jarvier Ordóñezucciso dalla polizia, ha scatenato una nuova serie di violente proteste.

La commissione economica per l’America latina delle Nazioni Unite (Cepal) prevede una perdita del 10% del Pil colombiano quest’anno, molte piccole e medie imprese sono fallite durante il lockdown e numerose famiglie vivono di stenti fin dall’arrivo del coronavirus nel paese nel marzo scorso.

La crisi economica va ad aggiungersi e ad aggravare una situazione sociale già di per sé molto difficile: le ragioni che hanno portato agli scioperi nazionali del novembre 2019 sono immutate, mentre rabbia e frustrazione sono aumentate.

Polizia colombiana accusata di omicidi e violenze

Secondo i dati raccolti dalla ong Temblores, che dal 2002 segue e investiga sui casi di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine colombiane, sono 14 le persone che hanno perso la vita tra il 9 e il 12 settembre scorsi. Degli oltre 300 feriti, 63 sono stati vittime di proiettili vaganti.

In rete sono diventati virali alcuni video molto violenti in cui si distinguono chiaramente le forze di polizia colombiane sparare ad altezza uomo contro i manifestanti. In uno di questi è addirittura possibile vedere la morte in diretta di un ragazzo colpito da una pallottola.

Data la natura degli eventi, è difficile pensare che non si sia trattato di un preciso ordine venuto dall’alto, ma il ministro della Difesa Carlos Holmes Trujillo ignora la piazza che reclama le sue dimissioni, offre delle scuse ufficiali e promette che saranno aperte delle indagini interne.

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Un agente dell’Esmad spara un gas lacrimogeno contro i manifestanti l’11 settembre a Bogotà.
Foto: © Samuel Bregolin

Scrive Temblores a proposito delle recenti violenze a Bogotà: «Tra le varie pratiche della polizia che minacciano la convivenza e l’ordine costituzionale, ieri abbiamo registrato l’uso indiscriminato delle armi da fuoco, l’uso di armi non in dotazione come bastoni e spranghe di ferro, lo scambio e la consegna di armi a civili incappucciati, la presenza di agenti non identificati per strada e l’occultamento delle placche di riconoscimento con il numero di identificazione».

«Queste pratiche dimostrano che i fatti del 9 settembre non sono affatto casuali e che corrispondono a una chiara politica interna alla polizia metropolitana. Chi ha dato l’ordine?».

Nella piattaforma digitale Grita, l’ong Temblores documenta i casi di denuncia contro la polizia colombiana: sono 320 casi di violenza dall’inizio dell’anno, di cui 150 solo nella notte del 9 settembre. Secondo Temblores, con gli scontri di settembre sono 17 le vittime causate dall’azione violenta delle forze dell’ordine dall’inizio dell’anno.

Secondo quanto ricostruito dall’organizzazione nel rapporto Bolillo, Dios y Patria (manganello, dio e patria), dal 2017 al 2019 sono 639 gli omicidi, 40.481 fatti di violenza fisica e 241 i casi di violenze sessuali, di cui sono accusati membri della polizia nazionale colombiana (leggi anche Violenza sulle donne: in America Latina sempre più vittime under 15).

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Agenti dell’Esmad nel centro di Bogotà – Foto: © Samuel Bregolin

Le Colombia oggi: cause di una catastrofe prevedibile

I fatti di violenza fisica, che arrivano fino all’omicidio, commessi dalla polizia colombiana nella capitale nelle notti tra il 9 e il 12 settembre, dimostrano un evidente incremento della letalità nelle azioni delle forze dell’ordine. Secondo molti sindacati e movimenti cittadini questo minaccia l’integrità della vita civile colombiana.

«Osserviamo con molta preoccupazione la totale assenza di garanzie per l’esercizio del diritto fondamentale di protesta sociale e l’ostruzione sistematica nell’accesso alla giustizia per le vittime dei crimini di Stato», conclude Temblores.

Al centro della discussione politica in Colombia è il diritto alla protesta sociale e alle manifestazioni pacifiche. Una dinamica nuova per un paese nel quale i conflitti si sono sempre svolti nelle zone rurali.

Iniziate nel novembre 2019 a causa di un pacchetto di riforme neoliberiste proposto dal governo di Iván Duque Márquez, le proteste si sono fermate durante i mesi del lockdown per riesplodere ora con maggiore violenza.

Da una parte ci sono i sindacati, gli studenti, i movimenti femministi, ecologisti, per i diritti dei popoli indigeni e degli afrodiscendenti, che reclamano un paese diverso e accusano l’attuale esecutivo di sostenere le grandi aziende e le multinazionali.

Dall’altra parte il governo reitera l’infiltrazione da parte di membri delle dissidenze delle Farc e dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln) nei cortei e nelle manifestazioni, con il chiaro scopo di screditare e diffamare l’operato dello Stato e portare il conflitto armato fin dentro alle città.

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Durante lo sciopero nazionale del 21 settembre a Bogotà, agenti de l’Esmad arrestano un manifestante.
Foto: © Samuel Bregolin

Polizia colombiana e gruppi armati: le violenze dilagano

La pausa dovuta al Covid-19 sembra essere stata il terribile acceleratore per un ritorno alle violenze, causato dalla mancata implementazione degli accordi di pace da parte del governo colombiano. Come già documentato da Osservatorio Diritti: i gruppi armati illegali hanno approfittato del lockdown per aumentare la loro influenza e il loro controllo in varie parti del paese (leggi anche Gruppi armati colombiani fuori controllo durante il coronavirus).

Inoltre, da poco più di un mese il paese si risveglia quasi quotidianamente con la notizia di nuovi massacri. Sono già più di 50 le vittime delle ultime settimane, in varie zone del paese e di cui non si conoscono i responsabili. L’unico filo conduttore è l’attività di difensori dei diritti umani e dell’ambiente di tutte le vittime.

Inoltre, qualche settimana fa il potente ex presidente Álvaro Uribe Vélez, accusato di corruzione e subornazione di testimone, è stato messo agli arresti domiciliari (leggi Colombia: legami tra paramilitari e Stato sullo sfondo del processo a Uribe).

Álvaro Uribe Vélez è stato presidente del paese dal 2002 al 2010, negli anni in cui si diffuse il fenomeno della cosidetta “Parapolitica”, un riferimento ai numerosi scandali di concussione tra paramilitarismo, grandi imprese e politica.
[Samuel Bregolin – Osservatorio Diritti]