Africa e emergenza sanitaria. Una intervista con Padre Giulio Albanese

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Venerdì 9 ottobre 2020
Padre Giulio Albanese è un missionario comboniano. Ebbi modo d’incontrarlo già lo scorso inverno prima del lockdown con l’idea di realizzare un’intervista in merito alla sua decennale esperienza nel continente africano. L’emergenza sanitaria ha rimandato l'incontro e ha posto ulteriori questioni rispetto a questo continente.

Padre Giulio è partito per la prima volta in Africa nel 1982 e da allora, per periodi più o meno lunghi, ha attraversato in lungo e largo il continente. Nel 1997 fondò l'agenzia di stampa internazionale MISNA; ha poi diretto il mensile Popoli e Missioni della fondazione MISSIO, raccontando appunto l’attualità del Sud del Mondo ed attualmente è membro del Comitato per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo della Conferenza Episcopale Italiana, oltre ad essere editorialista dell’Osservatore Romano e di Avvenire.

DOMANDA: Padre Giulio, partiamo dall’ emergenza covid-19 in Africa... Qual’ è la situazione nel continente?

RISPOSTA: Poteva andare decisamente peggio in confronto con altre realtà continentali. Anche se poi nessuno ha una sfera di cristallo per leggere il futuro. Dunque la prudenza e d’obbligo. Dall’inizio della pandemia, secondo l’ “Africa CDC”, sono stati registrati oltre 1milionecinquecentomila casi, con circa 37mila decessi e 1milioneduecentomila guarigioni. Cifre ancora contenute se si considera che la popolazione del continente è di oltre un miliardo 300milioni di abitanti.

DOMANDA: Sì è vero... Appunto le cifre sono contenute... Da cosa dipende secondo lei? Alcuni studiosi parlano di una sorta di resistenza congenita da parte degli africani, forse dovuta anche ad un rapporto consuetudinario con certe malattie...

RISPOSTA: Questo non posso affermarlo con certezza. C’è da rilevare una discreta resilienza da parte delle popolazioni afro, ancora tutta da studiare. Ma non bisogna dimenticare che in Africa il coronavirus rappresenta solo l’ultima di una lunga serie di malattie mortali. Secondo l’ultimo rapporto dell’Oms, l’Hiv/Aids continua a devastare il continente, dove vive l’11% della popolazione mondiale e il 60% dei sieropositivi. Più del 90% dei 300–500 milioni di casi di malaria stimati nel mondo ogni anno colpiscono africani, soprattutto bambini di meno di cinque anni. Si consideri che, attualmente, sono 42 i paesi africani dove la malaria è considerata endemica. E cosa dire delle Malattie Tropicali Neglette (Mtn) che affliggono il continente? Il 40% dei casi registrati a livello mondiale di Mtn è proprio in Africa. Come se non bastasse, dei 20 paesi con i maggiori tassi di mortalità materna nel mondo, 19 si trovano in Africa; il continente, infatti, detiene anche il triste primato mondiale di mortalità
neonatale. Bisogna considerare, inoltre, il carico rappresentato per i sistemi sanitari africani dalle malattie mortali trasmissibili, associato a tassi crescenti di malattie non trasmissibili. Resta inteso che i sistemi sanitari del continente sono caratterizzati da un basso rapporto di medici per popolazione (1 medico ogni 5.000 abitanti in media) e da una spesa sanitaria media pari al 5% del pil a conferma che qualsiasi emergenza è difficilmente sostenibile a meno che non vi siano massicci aiuti dall’estero. Ma attenzione, non è tutto qui: l’Africa subsahariana è l’area geografica dove le cosiddette fake drugs (“farmaci contraffatti”) sono più diffusi: il 42% dei casi rilevati a livello globale. Sebbene nel continente africano risulti ancora difficile avere un computo esatto delle fake drugs in circolazione, si ritiene che la
percentuale sia compresa, a seconda dei paesi, tra il 30 e il 60% del totale in commercio. Ecco che allora il coronavirus di cui sopra rappresenta davvero l’ultima di una lunga serie di sciagure per l’Africa. Sempre per quanto concerne il covid-19, occorre tenere presente che questa pandemia sta davvero mettendo in ginocchio l’economia del continente. Per paesi come la Nigeria o l’Angola, l’abbassamento del prezzo dell’oro nero, arrivato sotto i 30 dollari al barile, rappresenta una vera e propria sciagura.

DOMANDA: Sono tanti i problemi effettivamente. E ben oltre la questioni sanitaria. Da questo punto di vista l’economia rappresentare un ulteriore problema...

RISPOSTA: Esatto! L’effetto collaterale più insidioso e preoccupante generato dal covid-19 in Africa è rappresentato dalle ricadute economiche della crisi sanitaria globale. Il coronavirus ha innescato, a livello continentale, una drammatica spinta recessiva, la prima nel corso degli ultimi 25 anni. Il crollo del turismo e delle esportazioni conseguenti alla chiusura delle frontiere, la volatilità sulle piazze finanziarie internazionali del prezzo delle commodity (materie prime), petrolio in primis, hanno messo in ginocchio le economie nazionali africane. Da rilevare che per il 2020, in Africa si doveva registrare una crescita economica pari a circa 4 punti percentuali. A causa però della pandemia, la situazione è stata letteralmente stravolta: è ormai certa una contrazione economica del 3,4%. La previsione
emerge dai dati forniti dalla Banca africana di sviluppo (Afdb), che pronostica un crollo superiore ai 7 punti percentuali, considerando il venir meno della crescita prevista per l’anno in corso. Peraltro, se da una parte è vero che il pil africano in questi anni è cresciuto percentualmente, dall’altra il valore assoluto è sempre stato basso in confronto ad altri continenti o paesi. Ad esempio, il valore assoluto del pil stimato per il 2019 dell’Africa risultava di 2mila miliardi 453milioni 844mila dollari. Una cifra ancora molto bassa se paragonata a quella dell’Italia che per lo stesso periodo aveva una previsione di circa 2mila miliardi. Per non parlare del Giappone che vantava un pil di 5mila miliardi, della Cina con
quasi 14mila miliardi e degli Stati Uniti che risultavano essere oltre la soglia dei 20mila
miliardi.

DOMANDA: Questa recessione a cui fa riferimento quali problemi ulteriori crea?

RISPOSTA: Intanto, ad esempio, la chiusura delle frontiere ha causato una brusca interruzione delle relazioni commerciali con l’estero. E il deficit economico ha penalizzato fortemente il welfare in molti paesi. Sul versante dei prodotti alimentari, la prolungata quarantena che ha visto milioni di persone, a livello globale, impossibilitate a uscire dalle proprie abitazioni ha notevolmente ridimensionato le importazioni di carne dalla Namibia, di vino dal Sud Africa e di caffè dal Rwanda, di tè e zucchero di canna dal Kenya e dall’Uganda. E cosa dire degli indici azionari africani che stanno registrando pesanti
contrazioni? In un contesto continentale caratterizzato da un indebitamento pubblico in generale aumento e quadri normativi opachi, il consenso creatosi intorno alla necessità di maggiori investimenti in Africa si deve confrontare con un rischio sistemico ancora elevato.

DOMANDA: Come si è comportata e si sta comportando l’Alta Finanza mondiale nei confronti dell’Africa nel corso di questa pandemia?

RISPOSTA: Direi male! Certamente le attività speculative sulle piazze finanziarie non hanno aiutato. Da rilevare che sul continente africano si è abbattuta la mannaia impietosa delle agenzie di rating statunitensi che, all’inizio della pandemia, hanno declassato ben dieci i paesi: Angola, Botswana, Camerun, Capo Verde, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Nigeria, Sudafrica, Mauritius e Zambia. Si tratta di un fenomeno che, come già accaduto in altre circostanze, vede come protagoniste le tre grandi sorelle:  Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch le quali sono, alla prova dei fatti, entità economico-finanziare private, pesantemente segnate da un conflitto di interessi in quanto vantano partecipazioni azionarie importanti provenienti dalle più grandi banche, fondi di investimento e corporation internazionali.

DOMANDA: Questo cosa comporta?

RISPOSTA: Le agenzie di rating hanno un enorme potere di influenzare le aspettative del mercato e le decisioni di allocazione del portafoglio degli investitori, i declassamenti indotti dalla crisi del coronavirus minano i fondamentali macroeconomici dell’intero continente. Infatti, le loro pagelle vengono puntualmente prese in considerazione dai mercati per giudicare lo stato di salute delle varie economie nazionali e, di conseguenza, per definire anche i tassi d’interesse sul debito pubblico. Sta di fatto che il declassamento operato dalle tre agenzie ha avuto un impatto devastante sulle economie africane, sia per quanto concerne l’aumento del costo dei prestiti, come anche in riferimento all’indebolimento dell’offerta di capitale da parte degli investitori stranieri. Questi giudizi, infatti, si basano fondamentalmente sulle previsioni riguardanti la debolezza dei sistemi fiscali e sanitari dei
rispettivi paesi. Ma per avere un’idea di quello che è realmente avvenuto è emblematico il caso del Botswana da parte di Standard and Poor’s (S&P). Stiamo parlando – è bene sottolinearlo – di una delle economie più stabili dell’Africa subsahariana che prima del declassamento vantava un rating “A”. La S&P ha denunciato l’indebolimento delle entrate a causa di un calo della domanda di materie prime e della prevista decelerazione economica a causa di covid-19. Il downgrade del Botswana, curiosamente, è avvenuto quattro giorni dopo che nel paese fosse imposto il lockdown e prima che le autorità sanitarie dichiarassero ufficialmente il primo caso di coronavirus.

DOMANDA: È vero che le misure di contenimento del coronavirus a livello mondiale e la contrazione economica che ne è derivata stanno avendo forti ripercussioni sui migranti africani regolari e irregolari?

RISPOSTA: Certamente! Secondo una recente previsione della Banca Mondiale (Bm), i flussi di rimessa dei migranti dei paesi dell’Africa subsahariana saranno nel 2020 di 37 miliardi di dollari, registrando una contrazione del 23,1 per cento a seguito della crisi economica scatenata dal covid-19. Secondo la stessa fonte, potrebbe esservi una ripresa dei trasferimenti di denaro nel 2021, stimata attorno al 4 per cento, portando il totale delle rimesse a 38 miliardi di dollari. E dire che in un rapporto pubblicato lo scorso anno dalla Bm sulle migrazioni e lo sviluppo, emergeva come il volume delle rimesse inviate nel 2018 verso i paesi dell’Africa subsahariana fosse cresciuto raggiungendo la cifra record di 48 miliardi di dollari.

DOMANDA: L’Africa dunque è un continente impoverito, ma non è povero...

RISPOSTA: E' questo il punto da sottolineare. L’idea di un’Africa quasi fosse una sorta di “buco nero” nell’enciclopedia dei saperi è assai diffusa. La riprova sta nel fatto che si parla spesso di questo continente a sproposito. Tutto sembra avvolto negli occhi prevenuti dell’immaginario occidentale, dentro la sottile polvere dell’Harmattan, il vento del deserto, che avvolge tutto, rendendo la visione grigia, indistinta e agglutinata. È una sorta di miopia dell’anima che contamina qualsivoglia osservatore collocato al di fuori dei confini geografici del continente africano. L’Occidente, inutile nasconderselo, non è affatto estraneo a questo pregiudizio con uno strascico di polemiche a non finire in riferimento, ad esempio, al grande tema della mobilità umana, da meridione verso settentrione. Ecco perché allora è necessario “mettere le cose nero su bianco”, proprio come recita un’espressione ricorrente nel nostro tradizionale discettare che forse potrebbe aiutare a ristabilire il giusto equilibro culturale con l’Africa, almeno dal punto di vista lessicale. Occorre guardare a questo continente andando al di là dei soliti stereotipi, come se fosse la metafora drammatica della povertà. Impariamo
piuttosto a distinguere tra problemi economici e sociali e il dramma della povertà. L’Africa, per chi la conosce, non è povera ma impoverita, non implora beneficenza o carità pelosa, ma giustizia. Questa è la percezione di chi s’immerge nel profondo del continente: nelle culture, nei villaggi, nelle bidonville, incontrando gente che s’inventa il quotidiano: sono le Afriche — meglio usare il plurale essendo un continente tre volte l’Europa — sommerse, invisibili spesso non solo agli occhi degli stranieri, ma di certe élite locali a volte troppo fagocitate nei meccanismi mimetizzati di una globalizzazione invasiva, fatta di speculazioni a non finire.

DOMANDA: Cosa fare dunque concretamente?

RISPOSTA: La vera sfida sta proprio nel ricucire lo strappo tra le vittime della marginalità sociale ed economica e coloro che fungono da agenti locali di interessi “extra africani”. Per dirla sempre con le parole di un intellettuale congolese del calibro di Jean Léonard Touadi può essere utile ricorrere all’acuta saggezza della filosofia dialogica d’origine ebraica dove “l’Altro” — in questo caso l’Africa o Afriche che dir si voglia — è nello stesso tempo epifania e mistero. “L’Africa come epifania — egli scrive — è quella che cogliamo con lo sguardo di sempre, un continente con le sue piaghe e i suoi drammi, ma anche con le sue bellezze diversificate che si offrono allo sguardo rapito del viaggiatore”. E in questo contesto Touadi suggerisce di “lasciarsi attrarre dal mistero del continente che chiede di essere avvicinato con rispetto e forte empatia; che non vuole essere giudicato ma compreso; che non vuole essere adulato ma nemmeno deriso, che non chiede, ma vuole condividere”, camminando a fianco degli altri.
[Giancarlo Capozzoli – Fino a prova contraria – Blog – L’Espresso]