Lunedì 12 ottobre 2020
Veleggiava tranquilla a 163 km largo di Las Palmas. Assomigliava a una delle tante imbarcazioni a vela che battono quelle coste. La guardia costiera spagnola però non si è fidata. Intercettata la barca, ha scoperto che i tre marinai dell’equipaggio non erano in gita da diporto, ma stavano trasportando una tonnellata di cocaina divisa in 980 pacchetti da un chilo con un valore di mercato stimato di oltre 40 milioni di euro.

I tre marinai erano in realtà cittadini croati membri di un cartello balcanico che traffica stupefacenti tra le coste africane della Spagna e la Croazia. Questo è solo una (la più recente) delle decine di sequestri che le forze dell’ordine spagnole hanno effettuato negli ultimi mesi nell’Oceano Atlantico.

I tre croati, come molti loro «colleghi», sono la manovalanza di una vasta rete di narcotraffico che ha la testa in America latina e sfrutta le coste africane per trafficare la cocaina. Secondo le autorità del narcotraffico, colombiani e venezuelani hanno ormai stabilito una solida e duratura presenza nel continente con basi nel Golfo di Guinea, in Africa occidentale. Per «coprire le loro attività» hanno creato imprese legali: pescherecci industriali, conservifici, attività di trasformazione, ecc.

Grazie alla complicità di politici, militari e poliziotti africani (corrotti grazie ai narcodollari), la cocaina viene confezionata e spedita per via aerea o via terra, in particolare attraverso la striscia Sahel-sahariana (Niger, Mali e Algeria). Le piste del deserto si uniscono alla rotta della cannabis (Nord del Marocco). Da qui il salto del Mediterraneo e lo spaccio nei redditizi mercati europei.

Neanche l’aumento dei controlli di routine e sanitari imposti dalla pandemia di coronavirus ha portato a uno stop del traffico. Secondo la Guardia civile spagnola, un rallentamento c’è stato, ma la cocaina continua a fluire dalle rotte africane. In parte, i proventi alimentano anche il terrorismo. I narcotrafficanti infatti pagano «mazzette» consistenti ai gruppi jihadisti per poter transitare sulle piste nel deserto che vengono controllate dai miliziani di Allah.

Anche l’Africa orientale è al centro del narcotraffico. Qui non arriva la cocaina, ma oppio, eroina e droghe sintetiche (come il methaqualone, un farmaco ad azione sedativa e ipnotica). Le sostanze vengono prodotte in Asia e, in particolare, in Afghanistan, Cina, India, Myanmar, Pakistan e Thailandia. Arrivano poi nei porti di Gibuti, Kenya, Tanzania e, seguendo le rotte dei migranti, risalgono il continente fino alle coste meridionali dell’Europa.

«Sfortunatamente – spiegano gli esperti dell’Unodc, l’agenzia contro il crimine e il traffico di droga delle Nazioni Unite -, la situazione è peggiorata negli ultimi 10-15 anni. Nella maggior parte dei Paesi dell’Africa orientale, il controllo e il monitoraggio dei canali di fornitura e distribuzione della droga sono inefficienti. Ciò si traduce non solo in un controllo inefficace non solo delle droghe, ma anche dei prodotti farmaceutici, con un aumento della circolazione di medicinali contraffatti. Insieme, questi pongono seri problemi sanitari e socioeconomici, minano le attività di contrasto e la fiducia nei servizi sanitari pubblici».

Un traffico che sta corrompendo le autorità locali e nel quale, secondo alcuni analisti, sono coinvolti anche i jihadisti che hanno avviato nel 2017 una feroce guerriglia nel Nord del Mozambico. «Tutti hanno puntato gli occhi verso i giacimenti di gas – osserva un missionario del posto -, ma questa zona è ricchissima di risorse naturali: rubini, legno pregiato, ecc. La gestione di queste risorse fa gola a molti. Voci dal territorio parlano anche di traffici di sostanze illecite e, addirittura, di organi umani. Sono voci e non mi sento di sottoscrivere, ma tutto è verosimile in questo contesto».
(Enrico Casale - Africarivista)