Martedì 13 ottobre de 2020
“Fratelli tutti è una parabola francescana, da tutti i punti di vista”. Parte da qui Brunetto Salvarani, teologo, per offrire una lettura della nuova enciclica di Papa Francesco, con la premessa, però, che “si tratta di un testo importante, lungo, impegnativo, da studiare e da accogliere nei suoi molti anfratti. Non lo si può ridurre a qualche slogan perché è un testo che ha delle pretese importanti: tra tutte, quelle di offrire uno sguardo ampio e lungo”. (Vatican Media)

E sull'apertura al dialogo con le altre religioni, Salvarani sottolinea che: “Il Papa vuole che il dialogo produca una cultura dell’incontro, superando la contrapposizione tra dialogo e identità”.

La storia del Santo di Assisi è utile a comprendere il testo del Papa?

San Francesco è un uomo è un uomo pienamente medievale che affronta i primi vagiti della modernità nel nome della conversione al Vangelo. Papa Francesco, uomo del sud del mondo, fa a sua volta un bilancio della modernità per indicare la rotta negli impervi meandri della post modernità. ‘Fratelli tutti’ conclude una stagione della dottrina sociale della Chiesa iniziata con la “Rerum novarum” per inoltrarsi in terreni inesplorati.

Che bilancio fa il Papa delle modernità?

Il modello della modernità si è risolto nel consumismo individualistico e nella globalizzazione economicistica. La prevalenza del tornaconto personale in un mondo massificato sta producendo solitudini.

È un giudizio senza appello quello di Francesco?

No, il Papa non butta via la modernità ma ne raccoglie i risultati migliori: ‘Fratelli’ è una parola chiave della rivoluzione francese; nella sua analisi il Papa utilizza gli strumenti delle scienze umane; il pluralismo è accettato come caratteristica fondamentale del mondo in cui viviamo, un dato di fatto, un punto di riferimento inevitabile; la libertà religiosa, i diritti umani, il multilateralismo nelle relazioni internazionali, il rilancio della coscienza storica e della verità storica: sono tutte conquiste della modernità.

Come interpreta la scelta di firmare l’enciclica lontano da Roma?

Credo che così il Papa volesse mostrare la necessità di ripensare da capo il modo di attuare il Vangelo nell’attuale cambio d’epoca. Anche in questo c’è un parallelo con San Francesco, anche se alla rovescia.

In che senso?

Tra il 1209 e il 1210, dopo aver organizzato il primo gruppo di ‘minores’, San Francesco va Roma dove ottiene da papa Innocenzo III l’approvazione orale della prima regola, molto scarna, un ritorno al Vangelo senza sconti. Facendo il percorso inverso, andando da Roma ad Assisi, Papa Francesco offre una grande metafora di quello che dovrebbe fare la Chiesa: uscire da sé stessa, dalla sua fortezza, accettare la propria fragilità e aprirsi alla conversione. È dal 2015 che Papa Francesco parla di cambiamento d’epoca: ‘Fratelli tutti’ è una risposta su quelli che sono i tratti di questa situazione inedita.

Cosa propone il Papa?

Cerca di proporre una nuova architettura del mondo e delle relazioni umane, superando i pessimismo diffuso, il cinismo che nega qualsiasi cambiamento. Il Papa, invece, scommette sul cambiamento. È molto interessante il riferimento al ‘sogno’ che fa citando Martin Luther King, Desmond Tutu, Gandhi, figure che ci mostrano come sognare non vuol dire evadere ma inserirsi nella realtà con le armi di cui disponiamo, soprattutto con quella della speranza. Oggi la speranza è la virtù teologale più dimenticata: diffidiamo del futuro e la speranza, che si nutre di futuro, non se la passa bene. È una virtù bambina, piccolina, ma che oggi non si usa. Invece il Papa ci invita a camminare nella speranza’. E questo è in linea con un testo molto sbilanciato sull’agire, sul noi, sul costruire insieme.

A questo proposito, nell’enciclica ha uno spazio importante il tema del dialogo tra religioni.

Su questo l’enciclica sta già facendo discutere.Il Papa vuole che il dialogo produca una cultura dell’incontro, superando la contrapposizione tra dialogo e identità.Il Papa riprende il documento di Abu Dhabi, uno dei molti testi che fanno da ‘trama’ dell’enciclica, e in particolare il passaggio in cui si dice che la libertà religiosa è diritto di ogni persona e soprattutto che il pluralismo e la diversità tra le religioni sono frutto di una sapiente volontà divina. Da un pluralismo accettato ‘de facto’, qui siamo in un pluralismo ‘de jure’, perché Dio ci ha creati così. È un passaggio difficile da digerire per chi è convinto che ‘extra ecclesiam nulla salus’, che fuori dalla Chiesa non c’è salvezza.

C’è chi ha definito l’enciclica “poco ecclesiale”. Perché?

Perché l’ambizione del Papa è di non rivolgersi solo ai cristiani ma a tutti, per invitarli ad avere uno sguardo diverso sulla realtà. Non sarà facile, perché è un’enciclica non buonista, non fa sconti.Ma è un’enciclica evangelica: come San Francesco, il Papa non ha fatto altro che riprendere il Vangelo con la radicalità che il Vangelo richiede.
Andrea Frison (giornalista de “La Voce dei Berici”)

Fratelli tutti. Di Nicola (sociologa):
“Il Papa non è contro i media, ma ci mette in allarme sul loro potere”

"La comunicazione deve rimanere una comunicazione interpersonale, faccia a faccia, in modo da poter cogliere il respiro, la mimica, il gesto, tutto quello che caratterizza l’incontro reale con l’altro. Quando l’incontro è a tu per tu, posso condividere le gioie e i dolori del mio fratello: si crea un’empatia diretta, che i mezzi digitali non sempre possono garantire, in quanto soggetti a possibili manipolazioni che orientano la comunione in un determinato senso". Così la sociologa Giulia Paola Di Nicola commenta per il Sir la parte della Fratelli tutti dedicata alla comunicazione.

(Foto Vatican Media / SIR)

“Il Papa non è contro i media, ma ci mette in allarme sul loro potere”. Ne è convinta la sociologa Giulia Paola Di Nicola, che commenta così per il Sir la parte della “Fratelli tutti” dedicata alla comunicazione. “La comunicazione deve rimanere una comunicazione interpersonale, faccia a faccia”, il pensiero di Francesco: il suo “non è un rifiuto a priori del mondo digitale, ma un invito a prestare più attenzione all’essenza profonda della comunicazione, per esserne all’altezza”.

“La connessione digitale non basta per gettare ponti, non è in grado di unire l’umanità”. Professoressa Di Nicola, nella sua terza enciclica il Papa usa parole forti, per descrivere quella che chiama “illusione della comunicazione”. Come interpretarle?

Non credo che si tratti di un rifiuto della modernità: se si entra un po’ nella sua mentalità, credo che il Papa voglia dire che la comunicazione deve rimanere una comunicazione interpersonale, faccia a faccia, in modo da poter cogliere il respiro, la mimica, il gesto, tutto quello che caratterizza l’incontro reale con l’altro. Quando l’incontro è a tu per tu, posso condividere le gioie e i dolori del mio fratello: si crea un’empatia diretta, che i mezzi digitali non sempre possono garantire, in quanto soggetti a possibili manipolazioni che orientano la comunione in un determinato senso. Quello del Papa, insomma, non è un rifiuto a priori del mondo digitale, ma un invito a prestare la giusta attenzione all’essenza più profonda della comunicazione, per esserne all’altezza. Se, invece, mi chiudo in me stesso, quando esco di casa non riconosco più neanche il mondo in cui mi trovo.

Il rimprovero di Francesco è rivolto soprattutto al mondo della comunicazione in rete, dove pullulano “forme insolite di aggressività, di insulti, maltrattamenti, offese, sferzate verbali fino a demolire la figura dell’altro”. Il nostro modo di comunicare si è “disumanizzato”?

È un rischio reale, per evitare il quale si tratta di collocarci sulla giusta lunghezza d’onda. Il Papa non è contro i media, ma ci mette in allarme sul loro potere. L’essenziale, avverte, è prestare attenzione ai quei media che sobillano l’odio, mettendo a rischio soprattutto i più fragili, che vengono spinti ad imitarli. Di fronte al pericolo che alcuni media esercitino un’influenza finalizzata ad esaltare l’odio, bisogna imparare l’arte della pazienza per intessere legami.

Ci vuole pazienza per capire l’altro: solo così si può fermare la progressione all’odio. Tutto ciò è frutto dell’educazione e della formazione.

I circuiti chiusi delle piattaforme, in cui ci si incontra solo tra simili con la logica dei like, “facilitano la diffusione di informazioni e notizie false, fomentando pregiudizi e odio”, scrive Francesco: si può, e come, uscire dalla logica banalizzante e semplicistica della comunicazione binaria, polarizzata su due fronti opposti?

È il messaggio centrale della Fratelli tutti, nell’ampia parte dedicata al dialogo: siamo tutti fratelli perché cerchiamo il bene comune, non perché diamo spazio alle idee altrui o alle nostre. Il dialogo non è calarsi l’identità e assumere il pensiero altrui in maniera supina. Il dialogo è dire: sentiamoci e parliamo, perché possa nascere meglio un mondo nuovo. In questa prospettiva, il Papa invita a non partire, da cattolici, soltanto da un’apologia di sé, per difendere sé stessi o per convertire gli altri. Il punto di riferimento è il Vangelo, che ci dice che Gesù è venuto per tutti, per dialogare in favore del bene comune.

“Prigionieri della virtualità, abbiamo perso il gusto della realtà”, denuncia Francesco. Il Covid ha aggravato questa condizione esistenziale?

Ogni momento di crisi, oltre a gravi problemi, presenta anche molte risorse e opportunità. Basti pensare a quante persone, anche non credenti, durante il lockdown hanno seguito la messa mattutina del Papa, forse spinte dalla paura, dallo stare in casa o dall’ammirazione per chi prega. Il covonavirus ci ha offerto la possibilità di stare più a contatto con la nostra anima, di avere più tempo per la meditazione e la preghiera. Senza contare i vantaggi dello “smart working”, che per molte persone è stato una grazia: ha risparmiato tragitti giornalieri pesanti da casa al lavoro, ha reso l’ambiente meno inquinato e più ospitale. Abbiamo imparato che molte cose, anche se non tutte, si possono fare “on line”: una lezione da cui potremmo trarre vantaggio a favore di tutti.

“Un patto sociale realistico e inclusivo dev’essere anche un patto culturale”, si legge al n. 219 della Fratelli tutti. Da dove iniziare per invertire la tendenza attuale ad un livellamento verso il basso?

Il termine “cultura” va inteso in senso lato: è dall’istruzione che si provoca un cambiamento. È molto difficile che possano farlo i media, è un compito che passa anzitutto per i rapporti personali. L’”amicizia sociale”, come scrive il Papa, è la forma più efficace di trasmissione di cultura: è un’opera “artigianale” fatta di racconti e di storie veicolati tramite i rapporti tra le persone. Sono le persone di buona volontà che creano amicizia sociale. Non a caso Francesco parla di gentilezza: quando il messaggio arriva guardando in faccia le persone, tutto diventa più credibile.
[M. Michela Nicolais - SIR]

Fratelli tutti:
tutto ciò che è umano ci riguarda

Due capisaldi fondamentali orientano ogni pensiero: la dignità della persona umana e l’importanza dell’essere in relazione come parte costitutiva dell’uomo, capace di realizzarsi pienamente solo in rapporti di autenticità, reciprocità e donazione. La dignità umana, lo sviluppo umano integrale, l’essere in relazione, il dono di sé, che trova culmine nell’amore autentico, sono i pilastri dell’enciclica, ma ci sono tanti altri punti, come ad esempio l’invito a “recuperare la gentilezza”, che ci provocano per una rinnovata vigilanza sul nostro essere autentici cristiani e – prima ancora – uomini e donne capaci di vivere senza mai strumentalizzare e farci strumentalizzare.

Foto SIR / Marco Calvarese.

Fratelli tutti è una lettera paterna. Come enciclica è una lettera circolare che si rivolge a tutta la Chiesa, ma desidera parlare anche a tutti gli uomini e le donne del mondo per trasmettere l’affetto e la premura di un padre che vuole “invitare tutti ad un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio”. Infatti, soltanto in una “fraternità aperta”, fondata sul principio inalienabile della dignità umana, è possibile sognare e costruire insieme un’altra umanità, che assicuri rispetto reciproco, accoglienza, cura, terra, casa, lavoro e solidarietà a tutti. “La pace duratura – scrive il Papa – è possibile solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità della famiglia umana” (n.127).

Papa Francesco ci ha donato un documento davvero unico.

San Francesco lo ha già guidato ed ispirato per scrivere Laudato si’, richiamando in modo profetico le coscienze a prendere contatto con la realtà riguardo al rispetto dovuto alla casa comune che abitiamo e che ci è stata affidata come amministratori e non come proprietari. Oggi il Santo Padre ci apre un’altra anta della finestra per guardare verso orizzonti lontani grazie a Fratelli Tutti, per svegliarci all’amore fraterno con una concretezza di analisi del mondo che viviamo e per chiederci quale mondo vogliamo costruire per le future generazioni.

I temi sociali sono tanti e complessi, ma prima di tutto c’è una scelta di fondo molto precisa. Il Papa scrive al mondo intero, non soltanto alla Chiesa, usando un doppio registro linguistico. Da una parte parla ai cristiani richiamando i valori fondanti che scaturiscono dalla Parola di Dio nel solco della viva Tradizione ecclesiale, dall’altra si rivolge a tutti gli uomini e le donne di buona volontà comunicando in modo laico, scegliendo come punto di incontro comune il terreno dell’antropologia. Francesco ci spinge confrontarci insieme sulla realtà del tempo presente e ci chiama in causa in modo pieno, adulto e consapevole, per scegliere chi vogliamo essere e da quale parte intendiamo schierarci. Tutti siamo chiamati in causa, tutti siamo protagonisti, nessuno è spettatore.

Il Papa stesso prende posizione in modo coraggioso e netto, proprio come Gesù e i profeti, senza grandi giri di parole, piuttosto con una capacità di analisi e lettura che contempla diverse prospettive, smascherando ciò che inquina lo sguardo umano: il pensiero unico, le scelte ideologiche e di comodo, mosse da finalità economiche ed egoistiche che portano a strumentalizzare la persona umana e a svuotare di significato le stesse parole chiave di un’etica comune.

Se per Laudato si’ l’ambito su cui incontrarsi per riflettere e cambiare è la casa comune che abitiamo, in Fratelli tutti è la nostra stessa carne. Si tratta di un’enciclica sociale che vuole aprirsi al dialogo – altra parola fondamentale – con tutti (n.6). Il primo capitolo, dedicato alle ombre di un mondo chiuso, mette in evidenza come ad un progresso tecnologico e scientifico non corrisponda una crescita umana ed etica a livello globale. Siamo invece davanti a gravi passi indietro come famiglia umana, mettendo a serio rischio le grandi conquiste della storia, dandole come per scontate, senza capacità di memoria e radici. “Il bene, l’amore, la giustizia, la solidarietà vanno conquistati ogni giorno” scrive il Papa (n.11). Assistiamo ad una dittatura culturale, dove una economia sganciata dai valori fondamentali di un’etica di base guida la politica a pericolose derive, strumentalizzando i conflitti locali e il disinteresse per il bene comune per “imporre un modello culturale unico”, riducendo l’uomo al “ruolo di consumatore o spettatore” (n.12). Il Papa ci offre tante possibili vie, tra le quali una particolarmente importante è la formazione di una “coscienza critica”.

Con grande finezza arriva ad analizzare aspetti molto specifici, come ad esempio l’idea che la povertà mondiale sembrerebbe in diminuzione semplicemente perché misurata con criteri di altre epoche, distorcendo di fatto la fotografia reale di ciò che si consuma sotto il Cielo ogni giorno, anche nel rapporto tra Paesi poveri e ricchi. Tanti i temi rimessi al centro e affrontati.

Quello che dovrebbe sorprenderci e addolorarci è che sia necessario riaffermare valori e principi che normalmente si danno già per acquisiti, perché in realtà non lo sono. Se da una parte si affrontano in modo luminoso alcuni punti davvero urgenti e inediti della storia attuale, dall’altra il Papa è costretto a riaffermare i “fondamentali” di un’etica comune e di una antropologia condivisa che incredibilmente si sono smarriti per le vie della storia recente. Sembra impossibile, ma è così. C’è bisogno ancora oggi, nel 2020, di parlare di riaffermare i punti contenuti nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa: l’importanza di un dialogo autentico fatto di silenzi e capacità di ascolto, l’incontro come ricchezza, il rispetto delle minoranze e delle culture, il non perdere la memoria storica, l’amicizia sociale come indispensabile via per la pace, l’amore concreto ed efficace che deve diventare opere e non mera speculazione, la cooperazione, la solidarietà, la sussidiarietà, la chiarezza di ciò che è primario e cosa è secondario, le dinamiche che portano a dire che un ergastolo è una pena di morte nascosta, che la pena di morte non può essere tollerabile e che non si può mai più parlare di una “guerra giusta”, la dignità del lavoro, il superare certi concetti impostisi e certe visioni utilitariste che portano alla cultura dello scarto…

È un’enciclica che apre i polmoni per respirare in modo pieno, dilatandosi sulla grande famiglia umana, abbattendo ogni possibile muro ed indifferenza come unica via per ripartire davvero. La rilettura della parabola del buon samaritano diventa paradigmatica e viene veicolata in modo laico, per poterla offrire a tutti, credenti di diverse religioni e non credenti, anche se con registri e modalità diverse, come orizzonte di senso su cui ritrovarci.

Due capisaldi fondamentali orientano ogni pensiero: la dignità della persona umana e l’importanza dell’essere in relazione come parte costitutiva dell’uomo, capace di realizzarsi pienamente solo in rapporti di autenticità, reciprocità e donazione. La dignità umana, lo sviluppo umano integrale, l’essere in relazione, il dono di sé, che trova culmine nell’amore autentico, sono i pilastri dell’enciclica, ma ci sono tanti altri punti, come ad esempio l’invito a “recuperare la gentilezza”, che ci provocano per una rinnovata vigilanza sul nostro essere autentici cristiani e – prima ancora – uomini e donne capaci di vivere senza mai strumentalizzare e farci strumentalizzare.

Prima uomini, poi santi potrebbe essere una ottima sintesi; oppure umani davvero, facendo tesoro del patrimonio unico che la grande umanità ha grazie al cammino compiuto fino ad oggi, senza per questo rinnegare le proprie radici – come il Papa scrive –  ma condividendo tutto ciò che di buono e di bello abbiamo, noi cristiani in particolare grazie al Vangelo e all’incontro con Cristo Risorto, sapendo che – come scriveva san Paolo VI – “tutto ciò che è umano ci riguarda”.
[Chiara Amirante - SIR]