«Dicci il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?» (Mt  22, 16-17). La domanda che i farisei e gli erodiani propongono a Gesù nasconde l’intenzione di cogliere in contraddizione il Maestro, per minarne l’autorevolezza. L’insegnamento del Signore, infatti, sta diventando troppo imbarazzante, per la concretezza e per la radicale semplicità che non permettono una risposta indifferente o vaga. (...)

Convertirsi al cristianesimo
Matteo 22, 15-21

«Dicci il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?» (Mt  22, 16-17). La domanda che i farisei e gli erodiani propongono a Gesù nasconde l’intenzione di cogliere in contraddizione il Maestro, per minarne l’autorevolezza. L’insegnamento del Signore, infatti, sta diventando troppo imbarazzante, per la concretezza e per la radicale semplicità che non permettono una risposta indifferente o vaga. «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno». Anche nella precedente captatio benevolentiae  è sottintesa la convinzione che questa integrità sia in realtà un’utopia. Il mondo è più complesso di come insegni tu — sembrano dire i farisei. Non è possibile essere sempre coerenti, prendersi ogni volta cura del prossimo, accogliere tutti, anche i lebbrosi, i samaritani, i centurioni…

Ascoltando davvero Gesù ci si trova un po’ con le spalle al muro: ci si sente chiamati a prendere radicalmente sul serio l’invito ad amare il prossimo, cioè la persona concreta che trovo accanto a me proprio nel mondo in cui vivo: «non possiamo lasciare che qualcuno rimanga ai margini della vita» (Papa Francesco). I farisei di ieri e di oggi, tra i quali spesso finisce per trovarsi ognuno di noi, tendono invece a rifiutare questa radicalità, e cercano di dimostrare che è impossibile evitare di scendere a patti con il potere, con l’ingiustizia, con la violenza. E per dimostrare che questo “buonismo a oltranza” non è realistico, i farisei utilizzano lo stratagemma retorico universale e la “buttano in politica”: le tasse si devono pagare proprio sempre?

Eppure fin dai primi secoli la rivoluzione cristiana viene riconosciuta proprio in questo paradosso: le persone che ricevono il battesimo restano lì dove si trovano, «dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati», afferma la Lettera a Diogneto  (documento straordinario che risale alla fine del ii  secolo). Questo comportamento non può andare d’accordo con qualunque genere di organizzazione sociale, e infatti dall’inizio fino ai giorni nostri ci sono i martiri, persone normali che mettono il Vangelo al di sopra di qualsiasi altra logica, che “rendono a Dio quello che è di Dio” e in questo modo cambiano la logica del mondo.

Anche oggi la chiamata evangelica incontra, innanzitutto nel cuore di ognuno di noi, molte resistenze, che spesso ci portano a ribellarci ai pastori e a chiunque ce la ricordi (e qui si trovano forse le radici di alcune critiche agli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, ricordati con insistenza da tutti gli ultimi Pontefici). Nel suo profilo di san Francesco d’Assisi, Chesterton fa un parallelo tra il grande santo “rivoluzionario” e san Domenico, notando tra i due una differenza “che non va a discapito di nessuno dei due” e che forse riassume la conversione che è richiesta a tutti noi, chiamati a “rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” nella nostra vita quotidiana. «Mentre possiamo — afferma Chesterton — aver bisogno di qualcuno come Domenico per convertire i pagani al cristianesimo, abbiamo ancora più urgente necessità di qualcuno come Francesco per convertire al cristianesimo i cristiani».
[Carlo De Marchi – L’Osservatore Romano]

“Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare,
e a Dio quello che è di Dio”

Is 45,1.4-6; Salmo 95; 1Ts 1,1-5; Mt 22,15-21

Il tema di questa domenica sta nella famosa dichiarazione di Gesù, diventata quasi proverbiale: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio”. Tutto parte dal tributo (tributum capitis) che le provincie conquistate pagavano all’imperatore romano. Gli zeloti (rivoluzionari) si facevano un dovere religioso di non sottomettervi, mentre gli erodiani appoggiavano le forze di occupazione e i farisei (esperti di diritto), che si opponevano anche, vi si adattavano perché venisse loro garantita la libertà religiosa. La domanda posta a Gesù è quindi troppo insidiosa., e i rabbini la discutevano spesso nell’ambito della sinagoga. Si tratta in particolare di definire la liceità del tributo nel contesto della legge ebraica.

Essi lo interpellano come “maestro” e gli riconoscono la dote della libertà di parola. Questa abile captatio benevolentiae rientra nel loro progetto di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Pensano di chiuderlo così in un dilemma: qualunque sia la risposta, si attirerà certamente l’ira di una parte dei presenti.

Gesù smaschera l’ipocrisia dei suoi interlocutori, che proseguono altri obiettivi sotto la copertura degli scrupoli religiosi. Egli li costringe a uscire allo scoperto: “Mostratemi la moneta del tributo”. Essa recava l’immagine di Tiberio Cesare, e nell’esergo l’iscrizione che lo proclamava Divus et Pontifex Maximus (Divino e pontefice massimo).

Per Gesù basta rendere a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio. Si falserebbe il pensiero di Gesù se si supponesse che il debito a Cesare si colloca nello stesso piano ed ha lo stesso valore assoluto e definitivo del dovere verso Dio. Non sono due realtà uguali e simmetriche. Dio è l’unico che si deve adorare con amore filiale. In altre parole, Dio e la sua regalità non entrano in concorrenza con il potere di Cesare, perché stanno ad un altro livello. Cioè si stimino le cose della terra per quel poco che valgono e si adempiano i propri doveri in base alle loro necessità. E bisogna sempre non dimenticare che l’essenziale è altrove, nella fedeltà al Padre celeste. Si tratta della gerarchizzazione dei doveri: c’è la vita politica, e al di sopra, la vita religiosa, con il primato riconosciuto a Dio.

Gesù, in nome dell’unica signoria di Dio, circoscrive l’ambito del potere politico, gli toglie la maschera della sacralità idolatrica e gli restituisce la sua laicità profana, come pure il suo ruolo reale e sociale. Inoltre, ogni decisione politica deve essere illuminata dalla parola di Dio, perché a Dio appartiene ogni cosa, anche Cesare.

Quante volte Cesare (il potere politico), ognuno di noi, tentiamo di erigerci in potere assoluto senza o contro Dio, e pretendiamo qualcosa che non ci è dovuto? Purtroppo un uomo che si traveste da Dio, da assoluto, al massimo fa ridere. Infatti, quando Dio viene presentato nelle vesti e negli atteggiamenti di Cesare o di un individuo, questo diventa sempre uno spettacolo ridicolo ed una blasfema.

Non si può, d’altra parte, ridurre la sentenza di Gesù sul tributo a Cesare per giustificare la distinzione o separazione tra Stato e Chiesa, tra ambito politico e quello religioso. Questa lettura sarebbe riduttiva ed anacronistica, perché Dio non è la Chiesa, e Cesare nella concezione dell’Impero Romano non corrisponde allo Stato moderno.

Un’ultima cosa. Si potrebbe anche comprendere il restituire a Dio le cose di Dio in un altro senso. Gesù ha detto: Quello che fate al più piccolo tra voi, lo fate a me. Così ciò che è dovuto a Dio riguarda anche l’attenzione ai poveri, agli esclusi, agli sfruttati, breve agli schiacciati sotto tutte le forme di oppressione e sofferenza.
Don Joseph Ndoum

GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE
Essere missionari
18 ottobre 2020

Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo”. Queste parole di Papa Francesco vanno ascoltate pensando alla nostra vita e alla nostra vocazione. Quando sentiamo che la vita ci pulsa dentro, o quando ci sentiamo delusi e scoraggiati, proviamo a ripeterci “Io sono una missione”.

Soffermiamoci sull’uso del verbo essere e non del verbo avere. Le cose che facciamo esprimono qualcosa di noi, ma non son...o sufficienti a darci la pienezza di vita che cerchiamo. Chi ha avuto il dono di incontrare Gesù e di sentirsi raggiunto dal suo amore sente come una forza vitale che ci spinge fuori di noi stessi per annunciare l’incontro avuto e servire nello stile di Gesù. È un movimento interiore ricco di tenerezza e urgenza che chiama alla condivisione, all’incontro con l’altro, all’attenzione sincera per la realtà, a un impegno concreto a favore della vita e nei confronti di chi ha meno vita.

Così “l’essere missione” spinge oltre noi stessi, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori. Per alcuni uomini e donne, giovani o meno giovani, laici, religiosi, consacrati, la comprensione della vita cristiana come espressione di missione, come impegno primario per l’annuncio del Vangelo e per la condivisione di vita con gli ultimi e i più poveri, è diventata una vera scelta di vita, una vocazione particolare.

Ci è capitato di ascoltare con stupore i racconti di missionari che emettono una vitalità incredibile, raccontano spaccati di vita misti a dolore, povertà, umanità, solidarietà, Vangelo. Quelle parole possono metterci nel cuore una grande voglia di raggiungere i luoghi di missione, per condividere e conoscere. La Chiesa e la società hanno bisogno di persone che conquistate da Gesù e sostenute dalla fede in Lui, rispondano alla chiamata di uscire dalla propria casa, per portare l’Annuncio “fino ai confini della terra”. Saper far propria una cultura diversa, condividere dal di dentro usi e costumi molto diversi dai propri, entrare in dialogo nel rispetto e nella valorizzazione delle varie tradizioni è partecipare alla passione di Cristo che ha dato la sua vita per amore di ogni uomo e donna.

Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo” (Mt 28,19) è il mandato di Gesù, il mandato a creare una “cultura dell’incontro”. La vocazione diventa l’educarsi al rispetto, al dialogo, alla condivisione, a un’attenzione capace di sporcarsi le mani con le fasce più deboli e povere. Il mondo chiama a un mandato ben chiaro: portare Gesù a tutti. Allora ripetiamoci sempre: “Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo”. 

«Eccomi, manda me»

Questa è la risposta, forse perfino troppo confidente, del profeta Isaia quando Dio ha bisogno di qualcuno da mandare a dire cose scomode e impopolari, tipo «fidatevi di Dio» e non degli intrighi politici, praticate la giustizia e la misericordia e non l’accumulo di denaro e il risentimento. Sembra una risposta da pazzi, quella di Isaia, perché solo uno pazzo d’amore può accettare di giocare la sua vita per l’amante/amato.

Isaia accetta di essere «voce di Dio» in tempi disastrati molto simili al nostro, tempi nei quali ciascuno dava una sua risposta individuale ai problemi, riferendosi al proprio idolo casalingo, fatto a propria immagine e somiglianza, utile solo per i propri bisogni. Un idolo che se anche chiedeva prezzi alti in offerte e sacrifici (anche umani), non disturbava certo la coscienza e garantiva sicurezza e prosperità.

Allo stesso modo, anche gli idoli di oggi anestetizzano la coscienza e si nascondono dietro le fake news, gli estremismi, gli uomini forti, i muri e i porti chiusi, i like e gli influencer. L’idolatria dei nostri tempi, come quella dei tempi di Isaia, stordisce, appesantisce, disumanizza, e impedisce di prestare attenzione e ascoltare l’unica Parola che dona libertà e restituisce la bellezza dell’umanità, quella incarnata nel Cristo crocefisso e risorto.

E anche i nostri idoli, come quelli di un tempo, sono appagati dai sacrifici umani.

Il mare nostrum, il Mediterraneo, dal 2013 al 2019, ha ingoiato oltre 19mila migranti, cifra che continua a crescere in questo 2020, senza contare i migranti morti ai confini dell’Europa dell’Est, e nel Medio Oriente, o nel Myanmar e nelle savane, fiumi e deserti dell’Africa o sulle piste che dal Centro America vanno a sbattere contro il muro di Trump.

Aggiungiamo al numero delle vittime sacrificali, i 30 milioni di bambini abortiti nel mondo; i quasi 750mila suicidi; i 940mila morti per incidenti d’auto; 1,2 milione di vittime dell’Aids; i 3,5 milioni falciati dal fumo; quasi 8 milioni di morti per fame; 1,8 milioni quelli uccisi dall’alcol, senza contare gli oltre 900mila portati via dal Covid-19 (**).

Quanto alle grasse offerte richieste dai nostri idoli odierni, basti ricordare, come esempio, i 280 miliardi (cifre in dollari) spesi per la droga; i 4 trilioni di sigarette fumate; i 200 miliardi per curare obesità e sovrappeso solo negli Usa; i 120 e più miliardi per fruire di prostituzione e pornografia; gli otto milioni di ettari di desertificazione e i quasi quattro di deforestazione, senza dimenticare l’oblazione più oscena: i due trilioni spesi dagli stati per gli armamenti.

Purtroppo spesso noi viviamo in questa realtà accettandola acriticamente, reagendo solo quando il nostro interesse personale è toccato. Per questo forse la pandemia che sta scombussolando il mondo può diventare un’occasione: può svegliarci dal nostro torpore e farci tornare a vivere la nostra vita con più coinvolgimento e responsabilità.

È triste vedere come tanti, invece di reagire positivamente, si lascino manipolare da politici senza scrupoli e da potentati economici e malavitosi che stanno approfittando della pandemia per arricchirsi e rafforzare il loro potere.

Come sempre, in tutto questo, il prezzo più alto viene fatto pagare ai poveri.

Rispondere «eccomi, manda me» è, oggi come ai tempi di Isaia, un atto di coraggio e di indipendenza. È smettere di stare a guardare. È avere come punto di riferimento Dio che sveglia la nostra coscienza con la sua Parola, ascoltata e mangiata nella preghiera, confrontata e verificata con coraggio e umiltà con i fratelli e le sorelle nella fede.

Per «essere misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» e mettere in pratica il «come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro» (Lc 6, 36 e 31), parole che il Vangelo non si stanca mai di ripeterci.
Gigi Anatoloni