P. Giulio Albanese: I cattolici in Africa. «Missionari di se stessi»

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Giovedì 15 ottobre 2020
Lungi da ogni retorica, l’Africa riveste sempre più un ruolo fondamentale nel Cattolicesimo contemporaneo. Secondo i dati diffusi lo scorso marzo dall’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa che ha curato la redazione dell’Annuario Pontificio 2020 e dell’Annuarium Statisticum Eccleasiae 2018, si può rilevare che la proporzione di cattolici in Africa è del 19,4 ogni cento abitanti. (...)

I cattolici in Africa
«Missionari di se stessi»

Lungi da ogni retorica, l’Africa riveste sempre più un ruolo fondamentale nel Cattolicesimo contemporaneo. Secondo i dati diffusi lo scorso marzo dall’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa che ha curato la redazione dell’Annuario Pontificio 2020 e dell’Annuarium Statisticum Eccleasiae 2018, si può rilevare che la proporzione di cattolici in Africa è del 19,4 ogni cento abitanti. Se si considera che la popolazione africana oggi si attesta attorno al miliardo e 300 milioni di abitanti, significa che i cattolici sono oltre 250 milioni. La crescita è certamente significativa tenendo presente che erano 185 milioni nel 2010.

E cosa dire delle vocazioni? Nel periodo compreso tra il 2013 e il 2018, l’Africa ha segnato un confortante +14,3 per cento mentre per lo stesso quinquennio si è registrato un incremento dei religiosi del +6,8 per cento e delle religiose del +9 per cento. Un esempio della crescita espansiva dell’enclave cattolica nel continente è fornito dai paesi dell’Africa sub-sahariana: nel 1910 essi contavano l’1 per cento dei cattolici del pianeta; nel 2019 con 171,48 milioni di fedeli, costituivano il 16 per cento dei cattolici a livello mondiale. Secondo gli studiosi, se si considerano i processi in corso, fra circa vent’anni, arriveranno al 24 per cento del totale.

Il peso del continente africano all’interno del Cristianesimo mondiale (includendo anche le Chiese protestanti e le Chiese indipendenti) è peraltro ancora maggiore se si considerano le dinamiche di crescita, che potrebbero portare la popolazione cristiana dell’Africa sub-sahariana, secondo le previsioni del Pew Research Center, a raddoppiare entro il 2050, fino a contare oltre un miliardo e cento milioni di persone. Sta di fatto che all’inizio della seconda metà di questo secolo i 5 dei 10 paesi su scala planetaria con la maggiore popolazione di cristiani si troveranno in Africa: Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania, Etiopia e Uganda.

Un dato sul quale occorre riflettere, sempre secondo il Pew Research Center è che «i cristiani in Africa e in America Latina tendono a pregare più frequentemente, partecipano alle funzioni religiose più regolarmente e considerano la religione più importante nella loro vita rispetto ai cristiani nel resto del mondo». Queste informazioni non possono affatto essere sottovalutate  se si considera il livello di impegno e di identificazione dei fedeli: infatti, il 75 per cento dei cristiani dell’Africa sub-sahariana dichiara che la religione è molto rilevante nella propria vita, a fronte invece di altre realtà continentali, come ad esempio quella occidentale, che vede sempre di più un’adesione prevalentemente nominale.

A questo proposito va segnalato il ruolo peculiare che la Chiesa africana svolge nell’ambito educativo, in un contesto molto spesso segnato da una grave esclusione sociale. Essa rappresenta, alla prova dei fatti, un termine di riferimento per le giovani generazioni le quali trovano, spesso, nelle strutture scolastiche, proposte che mirano alla crescita integrale della persona. Non si tratta di una novità se si pensa che Kwame Nkrumah, uno dei maestri del panafricanesimo, nonché primo presidente del Ghana, considerato unanimemente dai suoi connazionali «padre della patria», nel 1957 dichiarò pubblicamente  in una conferenza all’università di Friburgo: «La persona che mi ha presentato ha detto che io sono il responsabile del ridestarsi di questo grande continente. Credo che non sia vero. Se vogliamo considerare la situazione in modo più esatto, debbo dire che i responsabili della presa di coscienza di noi africani sono stati i missionari cristiani con le loro scuole».  E cosa dire del cosiddetto welfare sanitario in Africa? Secondo dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il 70 per cento è d’ispirazione cattolica. Sono numerose le congregazioni religiose, maschili e femminili, unitamente a diverse realtà della cooperazione internazionale allo sviluppo d’ispirazione cattolica che sono in prima fila nell’affermare il sacrosanto diritto alla salute delle fasce sociali svantaggiate presenti nel vasto continente africano. È stato anche grazie al loro impegno che si è forgiata la resilienza delle popolazioni autoctone africane costrette oggi a convivere, non solo con il covid-19, ma anche con altre malattie endemiche come quelle tropicali neglette (Mtn), per non parlare delle tre big ones , cioè  malaria, Aids e tubercolosi, o di epidemie particolarmente gravi seppur territorialmente circoscritte come ebola.

Particolarmente significativo è il contributo delle Chiese locali nella crescita della società civile che, in prospettiva, dovrebbe rappresentare il vivaio delle future classi dirigenti. Non è un caso se ogni volta che nell’Africa sub-sahariana si svolgono competizioni elettorali o si manifestano situazioni di aperta belligeranza, gli episcopati locali intervengono invocando riconciliazione, dialogo e soprattutto il rispetto dei diritti umani.  Spesso i vescovi africani sono intervenuti nel dibattito sulle riforme costituzionali, criticando a volte l’indebolimento delle istituzioni statuali e in particolare i tentativi di alcune componenti politiche di pregiudicare l’indipendenza della magistratura attraverso azioni corruttive.

Emblematico è il recente messaggio pubblicato dal Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar (Secam) per ricordare la visita svolta un anno fa da Papa Francesco in Mozambico, Madagascar e Mauritius. I vescovi africani hanno ricordato tra l’altro che «Papa Francesco ha insistito sul fatto che per rendere possibile la riconciliazione è necessario superare i tempi di divisione e violenza, di xenofobia e tribalismo. A questo proposito, dobbiamo raccogliere la sfida di accogliere e proteggere i migranti che arrivano in cerca di lavoro e alla ricerca di migliori condizioni di vita per le loro famiglie, di difendere gli incontri ecumenici e interreligiosi e di trovare modi per promuovere la collaborazione tra tutti — cristiani, religioni tradizionali, musulmani — per un futuro migliore per l’Africa».

Ma attenzione, non è tutto oro quello che luccica. Molte delle diocesi africane hanno trovato giovamento, in questi anni, dagli aiuti (spirituali e materiali) delle Chiese di antica tradizione (soprattutto europee e nordamericane). Ma l’attuale congiuntura è segnata in Occidente da un calo delle vocazioni missionarie e delle offerte. Peraltro l’attuale pandemia del coronavirus sta penalizzando molte delle attività di cooperazione missionaria. Questo, in sostanza, significa che le Chiese africane, guardando al futuro, devono elaborare nuovi modelli di sviluppo all’insegna dell’autosufficienza.

Una cosa è certa: aveva ragione san Paolo VI quando disse ai vescovi africani riuniti a Kampala: «Voi Africani siete oramai i missionari di voi stessi. La Chiesa di Cristo è davvero piantata in questa terra benedetta».
Giulio Albanese - L’Osservatore Romano