Africa chiama Europa: una partnership duratura per favorire “la resilienza” alle sfide di povertà e guerre

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Venerdì 16 ottobre 2020
Liberia, Zimbabwe, Sud Sudan, Repubblica Centroafricana, Kenya e Nigeria. La voce dell’Africa è risuonata nel cuore dell’Europa grazie ad un seminario online promosso dalla Comece che ha permesso a rappresentanti di associazioni e movimenti di raccontare la loro esperienza sul campo a rappresentanti politici dell’Ue. Un confronto serrato sull’impegno della società civile e della Chiesa volto a promuovere progetti che favoriscono e sostengono la “resilienza” della popolazione di fronte a sfide come guerre civili, catastrofi naturali, cambiamenti climatici, migrazioni e crisi politiche.

Storie di uomini e donne impegnati a curare le piaghe lasciate da guerre, catastrofi naturali, crisi politiche. Ma anche vita di una terra giovane, ricca di energie e potenzialità che aspettano solo di avere la possibilità di esprimersi pienamente e manifestarsi al mondo. Africa chiama Europa e l’Europa risponde. Si può sintetizzare così il seminario andato online ieri mattina da Bruxelles su iniziativa della Comece dal titolo: “Promuovere la sicurezza umana e la resilienza nel futuro partenariato Ue-Africa: il ruolo delle comunità locali”.

A prendere la parola rappresentanti di organizzazioni impegnate sul campo come Comunità di Sant’Egidio, Cidse, Don Bosco International, Caritas Europa, AEFJN e Jesuit Refugee Service. Ad ascoltare e prendere appunti membri del Parlamento europeo. Tutti convinti che dopo gli anni passati del colonialismo e la tentazione di uno sfruttamento economico ancora in atto, è tempo di avviare tra le due sponde del Mediterraneo una “partnership duratura” e soprattutto “tra uguali – sottolinea subito al Sir don Manuel Barrios Prieto, segretario generale della Comece -, evitando questo modo di pensare e agire con una certa superiorità dell’Europa rispetto all’Africa”.

“L’Europa ha un debito molto grande nei confronti dell’Africa”, ammette don Barrios. È ora di ripagarlo. Ne è convinta la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen che nel suo discorso sullo “Stato dell’Unione” del 16 settembre, ha definito la creazione graduale di un partenariato duraturo e tra pari con l’Africa, una priorità assoluta per l’Unione europea. Ne è convinta l’Unione europea stessa visto che si sarebbe dovuto tenere in ottobre un summit tra Unione europea e Unione africana ma che a causa del Coronavirus è stato poi posticipato al 2021. Ne sono convinti gli episcopati cattolici di Ue (Comece) e Africa (Secam) che in vista del Summit, hanno presentato un corposo documento di lavoro proponendo piste di intervento sui temi dello Sviluppo umano, dell’ecologia integrale, della sicurezza e della pace, le migrazioni e il ruolo delle comunità religiose.

“Quello che noi proponiamo – spiega il segretario generale dei vescovi Ue – è che questo partenariato sia sentito davvero come prioritario dall’Ue; metta al centro le persone, le popolazioni, le famiglie; tenga presente gli attori locali e tra gli attori locali ci sono anche le associazioni legate alla Chiesa”.

Liberia, Zimbabwe, Sud Sudan, Repubblica Centroafricana, Kenya e Nigeria. La voce dell’Africa è risuonata nel cuore dell’Europa. Nel corso del webinar promosso dalla Comece, rappresentanti di associazioni e movimenti hanno potuto raccontare la loro esperienza sul campo a rappresentanti politici dell’Ue. Progetti promossi in diversi Paesi e in diverse aree di intervento che favoriscono e sostengono “la resilienza” delle popolazioni locali di fronte a sfide come guerre civili, catastrofi naturali, migrazioni e crisi politiche. È da 15 anni che la Liberia è sotto il fuoco di una guerra civile che ha provocato 250mila morti e impedito processi di riconciliazione. Padre McDonald Nah, direttore della Caritas locale, racconta del progetto “Connect for peace”, volto a promuovere la coesione sociale tra persone di diverse etnie aiutandole soprattutto a cambiare la “mentalità di vedere l’altro come nemico”. Dallo Zimbabwe, Gertrude Chimange, coordinatrice diocesana della Commissione Giustizia e Pace, ha raccontato gli sforzi compiuti dalla Chiesa locale per sostenere la popolazione colpita nel marzo del 2019 da un ciclone che ha provocato danni e vittime.

Forte la testimonianza di una ragazza dal campo profughi di Iridimi, in Sud Sudan, dove è in atto un grande sforzo educativo rivolto ai giovani, in un paese afflitto da una guerra civile – iniziata il 15 dicembre 2013 – che ha causato la morte di decine di migliaia di persone, e la fuga di 2,5 milioni di persone nei campi profughi nei paesi limitrofi e 2 milioni di rifugiati interni. “Volevo diventare un insegnante”, dice Nazikh Djido di 24 anni. “La scuola è l’unico posto sicuro, soprattutto per le ragazze”. 

Dalla Repubblica Centrafricana, Prosper N’Douba della Comunità di Sant’Egidio, ha raccontato l’impegno nel delicato e difficile processo di riconciliazione tra le diverse coalizioni in lotta attraverso dialogo interreligioso, soprattutto tra le comunità musulmane e cristiane. Ma l’Africa è forse uno dei continenti che risente di più dei cambiamenti climatici che stanno mettendo a dura prova i piccoli coltivatori, costretti spesso a cercare altrove terre ancore fertili. Da qui, il progetto di sostegno alla rete di agricoltori familiari promosso in Nigeria e raccontato da Victoria Madedor.

Immediata la risposta dei politici europei che hanno partecipato al dibattito. Lukas Mandl del Ppe (Austria) ha sottolineato il ruolo della società civile e delle Chiese, definendole “risorse preziose” con cui “lavorare insieme” per permettere anche alle persone di “rimanere sulla loro terra, senza essere costrette a fuggire”. Anche Mario Ronconi ha sottolineato il “ruolo-chiave” delle comunità locali nel promuovere resilienza. Senza la società civile – ha detto – è difficile pensare di sviluppare dinamiche positive volte a curare le fragilità, spesso strutturali, che attraversano il continente africano.
[M. Chiara Biagioni - SIR]