Lunedì 19 ottobre 2020
L’Africa non è povera, ma impoverita. È sufficiente leggere l’ultimo rapporto sullo sviluppo economico in Africa 2020 dell’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development) per rendersi conto di quello che è un vero e proprio scandalo che penalizza fortemente un continente straordinariamente ricco di commodity (materie prime), fonti energetiche in primis.

Rapporto Onu sul contrasto ai flussi finanziari illeciti

In Africa
compromesse le prospettive

L’Africa non è povera, ma impoverita. È sufficiente leggere l’ultimo rapporto sullo sviluppo economico in Africa 2020 dell’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development) per rendersi conto di quello che è un vero e proprio scandalo che penalizza fortemente un continente straordinariamente ricco di commodity (materie prime), fonti energetiche in primis. Ogni anno, circa 88,6 miliardi di dollari, equivalenti al 3,7% del Pil africano, viene per così dire trafugato.  Si tratta di flussi finanziari illeciti (Iff), vale a dire movimenti illegali di denaro e beni attraverso le frontiere che risultano alla prova dei fatti illegali nella fonte, nel trasferimento o nell’uso, secondo il rapporto intitolato «Contrastare i flussi finanziari illeciti per lo sviluppo sostenibile in Africa». L’agenzia delle Nazioni Unite, che promuove il processo di integrazione dei paesi in via di sviluppo nell’economia mondiale, stima che dal 2000 al 2015, i capitali illeciti abbiano raggiunto la stratosferica cifra di 836 miliardi di dollari. Rispetto allo stock di debito estero totale dell’Africa di 770 miliardi di dollari nel 2018, questa fuga di capitali evidenzia un incredibile paradosso: rende infatti l’Africa un «creditore netto nei confronti del resto del mondo», si legge nel rapporto.

«Questi flussi finanziari illeciti privano l’Africa e la propria gente delle loro prospettive, compromettendo la trasparenza e la responsabilità ed erodendo la fiducia nelle istituzioni africane», ha commentato il segretario generale dell’Unctad, Mukhisa Kituyi. Il fenomeno è devastante: gli Iff, infatti, rappresentano un notevole drenaggio di capitali e ricavi in Africa, minando la capacità produttiva e gli sforzi del continente per conseguire gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg). Ad esempio, il rapporto rileva che, nei paesi africani con Iff elevati, i governi sono costretti a spender il 25% in meno nel welfare sanitario rispetto a quei paesi con un Iff basso e il 58% in meno per l’istruzione pubblica. I capitali illeciti vengono sottratti furtivamente dal continente attraverso esportazioni illegali, pratiche fiscali e commerciali illecite, corruzione o reati.

Basandosi sugli ultimi dati disponibili del database delle statistiche del commercio internazionale delle Nazioni Unite (UN Comtrade), l’Unctad ha utilizzato il metodo del «gap commerciale tra paesi» per confrontare il valore registrato delle esportazioni dai paesi africani con il valore corrispondente delle importazioni nei mercati di destinazione. Ad esempio, se un’azienda in Sud Africa dichiara di esportare oro per 10 milioni di dollari in Svizzera, ma l’acquirente elvetico segnala importazioni per un valore di 20 milioni di dollari, ciò comporta un ammanco nella fatturazione di 10 milioni di dollari. In questo scenario, le materie prime lasciano il paese africano ma metà dei flussi finanziari corrispondenti rimane illecitamente nei conti esteri. A questo proposito, secondo una ricerca condotta recentemente da Global Financial Integrity (Gfi), un think tank  che monitora i flussi finanziari transfrontalieri illeciti, «ogni dollaro che lascia un paese deve finire da qualche parte e molto spesso, questo significa che i deflussi finanziari illeciti dai paesi in via di sviluppo finiscono alla fine nelle banche dei paesi sviluppati come gli Stati Uniti e il Regno Unito, nonché in paradisi fiscali come la Svizzera, le Isole Vergini britanniche o Singapore», precisando che «tutto questo non avviane casualmente. Molti paesi e le loro istituzioni facilitano attivamente e traggono enormi profitti dall’afflusso di enormi quantità di denaro dai paesi in via di sviluppo».

L’Unctad ritiene che tali divari nelle fatture commerciali — soprattutto persistessero per un lungo periodo di tempo — potrebbero far pensare che l’impresa esportatrice abbia sottostimato il valore delle proprie esportazioni per nascondere fondi all’estero, ad esempio nei paradisi fiscali. Secondo il rapporto, le materie prime estrattive sono fortemente sensibili a questi rischi di sotto-fatturazione delle esportazioni. Dei 40 miliardi di dollari stimati di Iff derivati da materie prime estrattive nel 2015, il 77% era concentrato nella catena di approvvigionamento dell'oro, seguito da diamanti (12%) e platino (6%). A sottrarre queste materie prime è una rete sempre più fitta e ben organizzata che, negli ultimi cinque anni, si è mobilitata nell’esportazione illegale delle preziosissime «terre rare» (molto richieste dall’industria elettronica internazionale).

Un traffico che, suggeriscono gli analisti delle Nazioni Unite, è possibile contrastare solo attraverso una più efficace governance delle miniere e una condivisione di informazioni sensibili sui depositi di minerali. Attualmente 45 dei 53 paesi africani forniscono informazioni al database delle statistiche sul commercio internazionale delle Nazioni Unite (UN Comtrade) in modo continuativo, consentendo di confrontare le statistiche sul commercio nel tempo. Il rapporto sottolinea l’importanza di raccogliere maggiori e più accurati dati commerciali per rilevare i rischi legati agli Iff, aumentare la trasparenza nelle industrie estrattive e la riscossione delle imposte. Dal canto suo, l’Unctad, con il suo sistema di automatizzazione dei dati doganali (Asycuda), compreso il nuovo modulo sulla produzione e l’esportazione dei minerali, chiamato Moses (Mineral Output Statistical Evaluation System), dispone di strumenti di monitoraggio che fanno ben sperare. I paesi africani, dal canto loro, devono comunque incentivare la condivisione delle informazioni fiscali per affrontare efficacemente la piaga degli Iff. Rimane il fatto che la debolezza di un sistema giurisprudenziale, a livello continentale, capace di tutelare gli interessi nazionali rispetto allo strapotere delle società minerarie straniere, unitamente al deficit di conoscenze geologiche disponibili da parte dei governi locali, rende il settore estrattivo sistematicamente incline ai deflussi illeciti di denaro.

In particolare, si rileva una forte discrasia informativa tra le società minerarie, che dispongono del know-how  per acquisire informazioni dettagliate sulle riserve del sottosuolo, e le amministrazioni locali molte volte sprovviste di queste conoscenze e sottoposte alla contaminazione corruttiva tipica di quei paesi a forte esclusione sociale.
Secondo i dati raccolti dall’Unctad il paese africano maggiormente colpito dai flussi finanziari illeciti legati a pratiche illecite nell’industria mineraria è la Nigeria dove è concentrata oltre la metà degli Iff su base annuale a livello continentale. Sempre secondo le stime dell’Unctad, oltre alla Nigeria, occorre segnalare il radicamento di questo fenomeno in Egitto e Sud Africa. Complessivamente, questi tre paesi coprono i quattro quinti  dei flussi finanziari illeciti del continente africano. Come se non bastasse, le entrate fiscali perse a causa degli Iff sono particolarmente onerose per l’Africa, dove gli investimenti pubblici sono più carenti e la spesa per gli Sdg è debole.

Nel 2014, l’Africa ha perso circa 9,6 miliardi di dollari a causa dei paradisi fiscali, pari al 2,5% del gettito fiscale totale. Il tema è di scottante attualità considerando che l’evasione fiscale è al centro del sistema finanziario ombra del mondo. Gli Iff commerciali sono spesso collegati a strategie di elusione o evasione fiscale, progettate per spostare i profitti in giurisdizioni a bassa tassazione.
Di fronte a questo scenario, come leggiamo nell’enciclica Fratelli Tutti , è bene rammentare che «La giustizia esige di riconoscere e rispettare non solo i diritti individuali, ma anche i diritti sociali e i diritti dei popoli».[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]