«Qual è il grande comandamento?». Il cuore della Toràh  è lo Shemà , che Gesù cita dal Deuteronomio (Deut  6, 4ss) e che ogni pio ebreo recita più volte al giorno; la risposta è scontata. Ma Gesù va fuori dallo schema connettendo lo Shemà  con un altro precetto, preso dal Levitico (Lv  19, 18), e lo dichiara «simile a quello». (...)

«Il paradosso della fede»

«Qual è il grande comandamento?». Il cuore della Toràh  è lo Shemà , che Gesù cita dal Deuteronomio (Deut  6, 4ss) e che ogni pio ebreo recita più volte al giorno; la risposta è scontata. Ma Gesù va fuori dallo schema connettendo lo Shemà  con un altro precetto, preso dal Levitico (Lv  19, 18), e lo dichiara «simile a quello».

Che vuol dire? Sono analoghi? Si somigliano? Il termine, in questo caso, indica che sono di pari valore e il senso è: obbedire al primo è simile ad obbedire al secondo. Non si possono scindere. Non si può separare l’amore verso Dio da quello verso il prossimo: è il paradosso della nostra fede che naviga sempre in equilibrio fra due estremi; Gesù opera l’ennesima de-assolutizzazione, connettendo due opposti. Quanto è importante questo equilibrio!

C’è chi pretende di Amare Dio, curando per bene il rapporto con Lui ma dimenticando chi ha intorno; è la perdita del contesto, il proclamare Dio Padre ma poi non riconoscersi fratelli, l’assurda tentazione del liturgismo clericale, l’angelismo senza carne e senza relazioni orizzontali. Così la Chiesa diventa setta, piccola sezione del mondo dedicata a Dio e disinteressata al resto, e ben che vada si scivola nel teorico, nell’astratto, nell’esatto ma irreale.

Ma si può anche pretendere di amare il prossimo tagliando fuori l’invisibile, il verticale, restando in una sorta di positivismo vagamente ispirato al Vangelo, letto in chiave tutta terrena. Un amore razionale, organizzato orizzontalmente, senza Padre Celeste, senza Provvidenza, che obbedisce solo alla pianificazione. Piccolo quanto il nostro cervello.

Se nel primo caso scivoliamo nell’astrazione, nel secondo il nostro destino è la mediocrità, perché il bene fatto è svilito, privo di eternità, occasionale, evanescente. Non resta. E quindi non è amore. È solo buonismo. La preghiera senza amore è falsa. L’amore senza preghiera è minuscolo. È importante sapersi inginocchiare davanti a Dio, ma è vitale sapersi inginocchiare anche davanti all’uomo. Non uno senza l’altro.
[Fabio Rosini – L’Osservatore Romano]

Tutto dipende da questi comandamenti

Es 2,20-26; Salmo 17; 1Ts 1,5-10; Mt 22, 34-40

La liturgia della parola di questa domenica è centrata sul tema del massimo comandamento. Una delle grandi preoccupazioni costanti del popolo eletto era di fare la volontà di Dio, in modo che la propria condotta fosse sempre gradita da Lui. Il fedele cercava, perciò, di sapere con grande precisione come comportarsi in tutte le circostanze, per non lasciare fuori qualcosa. C’erano allora 613 precetti da osservare, di cui 248 imposizioni positive (fai questo), quante esattamente si credevano allora che fossero le membra del corpo umano, e 365 proibizioni negative (non fare questo), lo stesso numero dei giorni dell’anno. Una espressione di tutta la persona e di tutta l’esistenza.

In quel cumulo di leggi, molti avvertivano l’esigenza di fissare una gerarchia nei comandamenti, cercando di determinare il più grande tra i più grandi, e il primo tra di loro. Tuttavia rimanevano parecchie incertezze in questa ricerca. Con la risposta chiara e precisa al dottore della legge, Gesù proclama e diffonde il primato dell’amore nella vita e nella vocazione dell’uomo. Egli unisce due passi dell’Antico Testamento: il primo (tratto dal Dt 6,4), “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”), è l’inizio della Shemà Israel(dalle parole iniziali: ascolta, Israel), una specie di professione di fede con cui ogni Israelita apriva e chiudeva la giornata; quest’amore corrispondeva con la risposta del popolo all’intervento di elezione e di rivelazione di Dio, e doveva quindi esprimersi in tutte le facoltà dell’uomo: cuore, anima e mente. Il secondo (tratto dal Lv19,18) è “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

I due, insieme e sullo stesso piano, costituiscono il più grande comandamento. Certo, sembrano due comandamenti dell’amore, ma l’amore è uno solo, e qui esso abbraccia Dio e il prossimo. Dio: sopra ogni cosa, perché egli è sopra di tutto; il prossimo: con la misura dell’uomo e, quindi, “come se stesso”. Questi “due amori” sono così strettamente collegati, che l’uno non può esistere senza l’altro.

Questo non deve stupire, perché il Signore Gesù, in un altro contesto, attribuisce come fatto a se stesso, ciò che si fa al prossimo. È l’amore che dà un significato definitivo alla nostra vita umana. Esso è la condizione essenziale della dignità cristiana. Questa verità è importantissima per ogni momento della nostra vita e per il nostro comportamento in quanto cristiano.

Nell’ebraismo il concetto di “prossimo” era restrittivo, nella barriera della discriminazione religiosa. Questo concetto va allargato. Si tratta di farsi il “prossimo” di tutti all’esempio del “buon Samaritano del vangelo di Luca.

Dopo la citazione del comandamento sull’amore totale verso Dio e verso il prossimo, Gesù conclude con una seconda sentenza relativa a tutti e due i comandamenti: “Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti”. Quest’affermazione dà la chiave di lettura dell’intero brano evangelico di questa domenica: il comandamento più grande dell’amore di Dio e del prossimo non è soltanto il più importante nel senso che sta al di sopra degli altri, ma nel senso che è quello che dà significato e orientamento a tutte le altre osservanze. Cioè, i vari precetti della Sacra Scrittura risultano senza oggetto e come svuotati di senso, contenuto e valore, se non vengono letti e soprattutto attuati nella luce e nella prospettiva dell’AMORE.
Don Joseph Ndoum