XXXII Domenica del tempo ordinario – Anno A: «Camminare con le lampade sempre accese»

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Le ultime domeniche di ogni anno liturgico sono caratterizzate dal tema dell’attesa della “venuta del Signore”. La liturgia della parola si inserisce sempre quindi nel clima del discorso escatologico che raccomanda l’attesa vigile e responsabile della venuta del Figlio dell’uomo. Questa trentaduesima domenica dell’anno A ci propone la parabola della festa di nozze alla quale sono invitate “dieci vergini”, cinque stolte e cinque sagge.

Matteo 25, 1-13

Sfidare la notte del cuore e del mondo
con una manciata di luce

Nel cuore della notte, come uno sposo innamorato e bellissimo, Dio viene a svegliarci per introdurci a una festa. Questa immagine della parabola delle dieci vergini evoca la nostra vita, quando prende il sopravvento in noi la notte dell’amarezza, del fallimento, della rassegnazione o del male; è anche immagine della nostra società, spesso avvolta nella notte del non senso, del dolore o di quella che Papa Francesco ha chiamato “la stanchezza della speranza”. Ma, soprattutto, è una immagine bellissima di Dio: Egli viene come uno sposo, egli verrà per abbracciarci e fare festa con noi.

Così, la parabola ci parla della fine della vita e della storia: quel Dio che in Gesù è già venuto sotto le vesti di un innamorato in cerca della sua sposa, tornerà di nuovo per liberarci definitivamente da ogni notte, per tergere ogni lacrima, per far germogliare il senso di ogni cosa, per illuminare finalmente la vita e farci entrare nel suo regno di luce. Ma tra quella sua prima venuta e l’ultimo abbraccio che Egli vorrà riservarti c’è il tempo della storia che stai vivendo; anche ora Egli ti viene incontro, si fa presente nella Parola e nel Pane spezzato, si appella al tuo amore nel fratello che incontri, ti chiede di farti costruttore di pace negli spazi quotidiani che percorri.

Ecco lo Sposo, dunque: sono pronto ad accoglierlo? Mi accorgo della sua presenza nella mia vita? Pur dentro la notte che vivo, tengo la lampada della fede accesa e la alimento con l’olio dello Spirito Santo continuando a vegliare e preparare la sua venuta? Nessuno si illuda, dice Gesù: se essere saggi significa non permettere alla lampada della nostra vita di spegnersi, questa è una scelta che dobbiamo fare ora e personalmente. Per questo le cinque vergini sagge non vogliono dare dell’olio a quelle stolte: nessuno può accendere luce al posto tuo, nessuno può decidere di accogliere il Vangelo e di amare al posto tuo, devi farlo tu. E il momento è adesso.

Solo così, accogliendo oggi lo Sposo che viene e diventando in tutte le situazioni che viviamo delle piccole luci accese nel cuore della notte, saremo pronti per accoglierlo quando verrà nella gloria. Quella festa di nozze che Egli ha preparato si anticipa oggi, nel coraggio di sfidare la notte del cuore e del mondo con una manciata di luce. Nella famosa opera Amleto, Shakespeare fa dire al protagonista: «Essere pronti è tutto». È una traduzione laica di quella speranza cristiana verso la quale Papa Francesco ci ha esortati così: «Lì dove Dio ti ha seminato, spera! Non arrenderti alla notte... Non pensare che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto».

Un invito a camminare, nel buio della vita, con le lampade sempre accese.
[Francesco Cosentino – L’Osservatore Romano]

Vigilanti e operosi
nell’attesa

Sapienza 6,12-16; Salmo 62/63; 1Tessalonicesi 4,13-18; Matteo 25,1-13

Le ultime domeniche di ogni anno liturgico sono caratterizzate dal tema dell’attesa della “venuta del Signore”. La liturgia della parola si inserisce sempre quindi nel clima del discorso escatologico che raccomanda l’attesa vigile e responsabile della venuta del Figlio dell’uomo. Questa trentaduesima domenica dell’anno A ci propone la parabola della festa di nozze alla quale sono invitate “dieci vergini”, cinque stolte e cinque sagge.

Questa parabola evangelica è preparata dalla prima lettura che parla dei beni promessi a chi ricerca la sapienza. La sapienza personificata qui è la parola di Dio, la sua legge, il suo spirito, la sua luce. Essa va in ricerca dell’uomo, ma bisogna amarla. Essa si presenta a noi come necessaria, ed è facile da trovare, poiché è Dio che ne fa dono all’uomo. Ma occorre esserne degni. Questo tema, che corrisponde anche con la ricerca religiosa e intensa di Dio, riecheggia anche nel salmo responsoriale (62) il cui ritornello è: “Ha sete di te, Signore, l’anima mia”.

La parabola delle “dieci vergini” si svolge in tre fasi: la preparazione, l’attesa e infine l’incontro con lo sposo. Essa si chiude con l’esortazione finale: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora”. Gesù vuole insegnarci il significato della vigilanza nella vita cristiana. Vigilanza intesa come lotta contro il torpore, la negligenza e la tiepidezza nell’ascoltare e vivere la parola di Dio. Chi è vigilante è previdente e provvidente.

E’ una parabola difficile. Infatti, la difficoltà non va attribuita alla parabola, ma alla vigilanza. Dire vigilanza significa nel linguaggio biblico avere il senso dell’attesa. Attesa di qualcuno più che di qualche cosa. La parabola si inquadra quindi in una problematica particolarmente sentita nella Chiesa primitiva: i cristiani esprimevano la loro fede nella recente prima venuta di Gesù, ma testimoniavano anche la fede nell’attesa della sua seconda venuta. Si tratta allora della “parusia”. Questo termine viene abitualmente impiegato per indicare il ritorno di Gesù alla fine dei tempi. Tra la prima e la seconda venuta si colloca il tempo presente, tempo dell’attesa, tempo della Chiesa e tempo di misericordia. Gesù dichiara di non essere venuto a fornire precisazioni sul “quando”. Il cristiano non ha bisogno di conoscere l’ora esatta del ritorno del Signore. Più che stabilire una scadenza, Gesù esorta alla vigilanza: “Vigilate dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora”.

La distinzione tra le vergini stolte e sagge proviene dal fatto che le prime non si forniscono della riserva dell’olio per alimentare le loro lampade; mentre le sagge, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Questo fatto risulta decisivo nel momento dell’incontro con lo sposo nel cuore della notte. Di fatto è l’insipienza delle cinque ragazze stolte che alla fine provoca la loro esclusione dalla festa nuziale. Una lampada a olio senza olio non esercita più la sua funzione. Si tratta di un invito alla coerenza dei comportamenti. La parabola delle dieci vergini sottolinea quindi l’importanza di procurarsi per tempo l’olio della fede e delle buone opere per le nostre lampade, e così entrare alla festa delle nozze dell’Agnello alla sera della nostra vita.

Infatti, mentre le stolte vanno per comperare l’olio, arriva lo sposo e le sagge che erano pronte entrano con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Inutile è il loro tentativo di farsi aprire. Alla loro richiesta insistente si contrappone la dura ed attristata sentenza finale: “In verità vi dico: non vi conosco”. Questa frase potrebbe essere tradotta così: siete chiamate ad essere la luce del mondo, ma non c’è l’olio nelle vostre lampade… Non vi riconosco, non mi assomigliate, non siete in comunione con me.

Gli esclusi sono assimilati qui agli “operatori di iniquità” di Mt 7, 23, perché non hanno compiuto la volontà del Padre, unica condizione per entrare nel regno dei cieli. In altre parole, non basta l’accoglienza della parola di Gesù o la professione verbale di fede. Al momento dell’incontro finale è decisiva l’attuazione della fede con le opere buone di carità. Si capisce che le sagge non potevano condividere il loro olio con le stolte: non è possibile far valere un’attuazione della fede “per delega”, si tratta di una cosa personale. Cioè, ognuno è l’artigiano del suo proprio destino, e sono le disposizioni personali che decidono sulla nostra sorte eterna. Dobbiamo quindi vegliare, ognuno personalmente, nell’attesa del Signore, e non lasciarci sorprendere sprovveduti dell’olio della fede e della carità nelle nostre lampade.

Le lampade simbolizzano ciò che i fedeli hanno di comune: la fede; mentre le provvisioni d’olio indicano una caratteristica propria delle persone sagge: si tratta della carità o delle disposizioni che si aggiungono alla fede.

L’incontro con lo sposo non si prepara alla fine della storia terrestre di ognuno di noi, è ogni giorno che bisogna plasmare la sua vita all’immagine di Gesù ed essere pronti ad accoglierlo.
Don Joseph Ndoum

La parabola delle 10 vergini
Matteo 25,1-13

«Tutta la durata del tempo è come una notte, nel corso della quale la Chiesa veglia, con gli occhi della fede rivolti alle sacre scritture come a fiaccole che risplendono nel buio, fino alla venuta del Signore. È ciò che dice l’apostolo Pietro: “Fate bene a volgere l’attenzione alla parola dei profeti, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2Pt 1,19). Oggi, venendo da voi nel nome del Signore, vi ho trovati a vegliare, celebrando in suo onore questa solenne festa. Allo stesso modo possa il Signore, quando verrà, trovare la sua chiesa vigilante nella luce dello Spirito, per risvegliarla anche nel corpo, che giacerà addormentato nella tomba». (S. Agostino)

La Venuta, benché chiaramente annunciata e attesa, tuttavia sarà sempre inaspettata e improvvisa per tutti e per ciascuno, poiché non si conosce il suo momento. Perciò occorre vegliare e lavorare con lena instancabile, come se la Venuta avvenisse “adesso”, e insieme come se «non avvenisse mai».

I testi che incontreremo in queste ultime 3 Domeniche dell’anno sono tre parabole escatologiche, quella delle 10 vergini, quella dei talenti, quella del Figlio dell’uomo che torna alla fine nella sua Gloria. Sentendo parlare di dieci damigelle d’onore che vanno a una cerimonia di nozze, potremmo aspettarci un’atmosfera di festa, allegra e gioiosa. Ma non è questo lo stile di Matteo. Non troveremo nella parabola danze e canzoni, ma un cerimoniale compassato e una serie di anomalie che rivelano l’intenzione dell’evangelista di impartire un insegnamento sull’ultima venuta del Cristo e sul giudizio. Il regno non è un porto di mare. Per accedere ad esso ci vuole una giustizia che superi quella degli scribi e dei farisei e bisogna essere pronti ad accogliere in qualsiasi momento la sua venuta. Queste due tematiche ritornano con insistenza nei corso del primo evangelo. Le dieci ragazze si addormentano tutte, senza eccezioni: non è questo il dramma, perché la parusia coglierà tutti di sorpresa. L’errore consiste piuttosto nel non aver preparato il necessario per la festa. Ben rifornita di olio, la lampada delle ragazze sagge risplenderà nella notte, permettendo l’incontro faccia a faccia con lo sposo. Le stolte invece, prese alla sprovvista come la cicala della favola, si daranno da fare troppo tardi, e si vedranno chiudere la porta in faccia. Lo sposo arriva nel cuore della notte, secondo una convinzione molto antica nel giudaismo e nella chiesa. In quella notte della pasqua eterna, i credenti troveranno la pienezza del loro essere battesimale: incontrando il Cristo, passeranno dal sonno al risveglio, dalle tenebre alla luce.

In questa storia di nozze è strano che non si parli della sposa. In passato il testo evangelico la menzionava, sulla base di certi manoscritti. Ma è meglio non parlarne troppo in fretta. Perché questa sposa, che è la Chiesa, è anche ciascuno di noi, se si prepara attivamente, nella fede, alla venuta del Signore, «lo dormo, ma il mio cuore veglia» (Ct 5,2). È così il nostro cuore?

Siamo entrati così nelle realtà ultime dell’esistenza del mondo e degli uomini, della storia che corre alla sua definizione e al suo coronamento, della vita che è un essere ed agire davanti al Signore e davanti ai fratelli e che dunque esige alla fine un rendiconto. È per noi la chiamata all’esame finale, il quale, curiosamente, non si fa «alla fine», lì avverrà solo la sua pubblica dichiarazione, la notificazione. Si fa giorno per giorno, durante la nostra esistenza. Infatti ricevemmo fin dall’inizio l’olio per le nostre lampade, i talenti da commerciare, la «sapienza» dello Spirito Santo, il prossimo da curare. Già adesso dobbiamo essere pronti, giudicando il nostro comportamento con rigore e convertendoci, se non vogliamo essere giudicati senza appello alla fine.

Nello schema di Matteo il nostro brano occupa un posto importante nell’ultima fase del ministero messianico del Signore, in forma pubblica, a Gerusalemme (21,1-25,46). Siamo nel 6° grande discorso, detto «discorso escatologico» (24,1-25,46), nella parte II (24,37-25,46), formata da un preambolo sulla vigilanza (24,37-41) e da 3 parabole. Per intero possiamo dire che il 6° discorso appare come un dittico, le realtà della fine (24,4-36), una cerniera sulla vigilanza (24,37-51), e le parabole escatologiche (25,1-46).

Il testo matteano non ha veri paralleli sinottici, salvo una sintesi con personaggi diversi, ma orientata nel medesimo significato (cfr. Lc 12,35-40). Letterariamente la parabola è legata alla precedente (parabola del maggiordomo 24,45-51) mediante il motivo del ritardo dello sposo (v. 5 cfr. 24,48) e del sopraggiungere inatteso. Analogo, inoltre, è l’insegnamento fondamentale: la sorte dei saggi e dei servi fedeli è premiata; mentre è la condanna per i malvagi e gli stolti.

Esaminiamo il brano

v. 1 – La parabola è «del Regno», nel senso che nel Regno, alla fine, avviene come quando ad esempio 10 vergini, etc. Il Regno dei cieli non è quindi paragonato a dieci vergini, ma alla celebrazione solenne di un banchetto nuziale.

«dieci»: il numero 10 è una quantità che vuole indicare la totalità; il 10 infatti è multiplo di 5, numero che indica pienezza (5 x 2 = 10; 5 x 10 = 50, la pienezza delle pienezze, la Pentecoste). Le «vergini» sono le anime cristiane che, fidanzate a Cristo loro «unico sposo» (cfr. 2 Co 11,2), sono in attesa di essere presentate a Lui per le nozze celesti. Dunque tutte le vergini sono convocate, come in Lc 19,13 dove il Padrone convoca i suoi 10 servi, ossia tutti e consegna ad essi 1 mina. Come sempre, i talenti, le mine, la grazia stanno all’inizio, debbono essere usati bene, alla fine arriva impietoso il rendiconto.

La vita cristiana è, secondo la parabola, un cammino la cui meta è un festino nuziale; un cammino però fra le tenebre che solo la fioca luce di una «lampada», simbolo della fede vigilante (cfr. Lc 12,35), può rischiarare.

«sposo»: alcuni codice aggiungono «e la sposa». Non abbiamo informazioni dettagliate sulla prassi degli sposalizi nel giudaismo del N.T. C’era senza dubbio una processione solenne dalla casa della sposa a quella dello sposo; il gesto dello sposo di portare la sposa dalla casa di suo padre alla sua costituiva l’atto simbolico del matrimonio. Le dieci vergini, o meglio, le dieci damigelle – la parabola non intende dare una lezione sulla verginità –dovevano attendere nella casa della sposa o nelle sue vicinanze. La metafora nuziale per esprimere il rapporto di amore e di fedeltà intercorrente fra Dio e la nazione eletta nell’AT e tra Cristo e i battezzati nel NT è una delle note più efficaci della tradizione biblica (cfr. tutto il Cantico dei Cantici; Ger 2,2; Is 40,10; Ez 16,8; Os 1,2; Mc 2,19 e Lc 5,34; Gv 3,29; 2 Co 11,2; Ef 5,25).

vv. 2-4 – Questo corteo di vergini è subito fotografato e classificato: 5 stolte, folli, non sanno vivere; 5 invece sapienti, assennate (alla lettera), sanno vivere. Tutte però convivono insieme, ancora non sono divise, quasi come la zizania e il grano buono.

«olio nei vasi»: nella narrazione ha una funzione rilevante; è il metro che separa il corteo delle vergini. Nella Bibbia l’olio è spesso segno di ospitalità e di intimità, come si dice nel Sal 23 riguardo all’olio profumato versato sul capo dell’ospite: «Tu cospargi di olio il mio capo» (v. 5). L’olio era anche segno di prosperità e soprattutto un simbolo messianico perché usato nelle consacrazioni regali (Sal 45,8) e sacerdotali (Sal 133), infatti la parola ebraica “Messia” e la sua traduzione greca “Cristo” significano “Unto” con l’olio santo. Nella tradizione giudaica l’olio era il simbolo delle opere giuste che aprono le porte del regno di Dio. Qui sta a simboleggiare la perseveranza, poiché con esso le lampade potranno rimanere accese durante la lunga veglia fino all’arrivo dello sposo. Non basta essere invitati al banchetto del regno, bisogna essere sapienti nelle opere, attingendo all’olio dell’impegno fedele e generoso.

v. 5 – «ritardo»: avviene l’incidente di percorso: lo sposo tarda; il motivo è taciuto, ma si può scoprire. Non è il classico ritardo della mattina fatale in chiesa; ma nella considerazione delle vergini, che si attendevano un evento frettoloso. Non conoscono l’«ora» della venuta, hanno solo la certezza della Venuta; sanno chi è lo sposo, una persona seria.

«dormono»: accade che tutte e 10 «si assopirono», vivono la loro vita in uno stato ancora incerto, nelle loro occupazioni normali, ed infine «dormono», kathéudô, usato qui in senso metaforico ma scoperto, ossia muoiono, come in 9,24 (cfr. Mc 5,39; Lc 8,52; Gv 11,11, di Lazzaro!; 1 Tess 5,10 e 4,13-18 la II lett.), nel senso della morte che non dura per sempre, ma da cui si è «risvegliati» come da un pacifico sonno.

v. 6 – «si levò un grido»: ecco il momento; la notte giunta alla sua metà, apre già sul giorno, il ritardo non c’è più. Solo il servo cattivo pensa al ritardo (24,48), ma il Signore viene inesorabilmente per concludere i conti finali (25,19). I suoi ufficiali, «voce di arcangelo» scriverà Paolo (cfr. II lett. v. 16), gridano: «Ecco lo sposo!», «Ecco l’Uomo!» (Gv 19,5), «Ecco il vostro Re!» (Gv 19,14). Occorre accogliere lo Sposo e bisogna farlo con la luce, con la gioia, con i segni cioè dell’amore per Lui, e di gloria per noi.

v. 7 – «si destarono»: furono resuscitate: egéirô, nel senso reale del verbo, usato per la Resurrezione di Cristo! Furono resuscitate tutte le vergini, e prepararono le loro lampade, quelle avute per tempo. La resurrezione provoca la separazione delle vergini sapienti dalle stolte e perdute, come il pastore separa le pecore dai capri (v. 32).

vv. 8-9 – «No!»: quelle che prima non pensarono chiedono alle sapienti: «Dateci del vostro olio» le nostre lampade stanno spegnendosi. La risposta delle sapienti è sconcertante, sembra contro ogni carità, in contrasto con la legge fondamentale del vangelo che è l’amore. In realtà la risposta è ineccepibile! Ogni prestito del «personale» ad un’altra «persona» è impossibile. Nel testo è insistito molto sulla proprietà individuale di ciascuna (pronome heutái, «esse stesse»); non è detto mai nella indifferenziazione (autái, «esse»). Dare l’olio all’ultimo non serve, poiché a ciascuno fu dato dall’inizio; non si va alle nozze con mezza porzione di santità, né per rinuncia, né per acquisizione della metà quando è troppo tardi.

vv. 10-11 – Le vergini stolte vanno alla ricerca di un acquisto fuori tempo massimo, mentre le sagge entrano con lo Sposo.

«la porta fu chiusa»: come allora il Signore stesso chiuse la porta dell’arca dove Noè aveva trovato alloggio (Gen 7,16b). Fu chiusa indica un tempo preciso, puntuale, irreversibile, «per l’eternità». Del resto chiudere e sbarrare la porta non era per quei tempi un compito semplice e non veniva aperta di nuovo se non in caso di vera emergenza. Chi rimaneva fuori era a conoscenza del rischio di non poter più entrare.

«Signore! Signore! Apri a noi»: Già nel 1° grande discorso, il «discorso della montagna», Gesù affermò che avrebbe dato la stessa risposta a coloro che, pur chiamandolo «Signore, Signore», non hanno fatto la volontà del Padre celeste: «Andate via da me, operatori d’iniquità!». Lo Sposo dà la sentenza definitiva: «Io, l’Amen- fedele, parlo a voi: Io non vi conosco!».

v. 13 – La conclusione rilancia l’avvertenza che punteggia tutto il discorso escatologico: «Vigilate, perché non conoscete né il giorno né l’ora». Adesso chi può dire: Non lo sapevo?

Estratto da http://www.abbaziadipulsano.org/
Abbazia Santa Maria di Pulsano
Novembre 2017

Nella notte, la voce dello sposo che risveglia la vita
Ermes Ronchi

Una parabola difficile, che si chiude con un esito duro («non vi conosco»), piena di incongruenze che sembrano voler oscurare l’atmosfera gioiosa di quella festa nuziale. Eppure è bello questo racconto, mi piace sentire che il Regno è simile a dieci ragazze che sfidano la notte, armate solo di un po’ di luce. Di quasi niente. Che il Regno è simile a dieci piccole luci nella notte, a gente coraggiosa che si mette per strada e osa sfidare il buio e il ritardo del sogno; e che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno, uno sposo, un po’ d’amore dalla vita, lo splendore di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede.
Ma qui cominciano i problemi. Tutti i protagonisti della parabola fanno brutta figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato che mette in crisi tutte le ragazze; le cinque stolte che non hanno pensato a un po’ d’olio di riserva; le sagge che si rifiutano di condividere; e quello che chiude la porta della casa in festa, cosa che è contro l’usanza, perché tutto il paese partecipava all’evento delle nozze… Gesù usa tutte le incongruenze per provocare e rendere attento l’uditorio.
Il punto di svolta del racconto è un grido. Che rivela non tanto la mancata vigilanza (l’addormentarsi di tutte, sagge e stolte, tutte ugualmente stanche) ma lo spegnersi delle torce: Dateci un po’ del vostro olio perché le nostre lampade si spengono… La risposta è dura: no, perché non venga a mancare a noi e a voi. Andate a comprarlo.
Matteo non spiega che cosa significhi l’olio. Possiamo immaginare che abbia a che fare con la luce e col fuoco: qualcosa come una passione ardente, che ci faccia vivere accesi e luminosi. Qualcosa però che non può essere né prestato, né diviso. Illuminante a questo proposito è una espressione di Gesù: «risplenda la vostra luce davanti agli uomini e vedano le vostre opere buone» (Mt 5,16). Forse l’olio che dà luce sono le opere buone, quelle che comunicano vita agli altri. Perché o noi portiamo calore e luce a qualcuno, o non siamo. «Signore, Signore, aprici!». Manca d’olio chi ha solo parole: «Signore, Signore…» (Mt 7,21), chi dice e non fa.
Ma il perno attorno cui ruota la parabola è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare la vita. Io non sono la forza della mia volontà, non sono la mia resistenza al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda, di certo verrà; che ridesta la vita da tutti gli sconforti, che mi consola dicendo che di me non è stanca, che disegna un mondo colmo di incontri e di luci. A me basterà avere un cuore che ascolta e ravvivarlo, come fosse una lampada, e uscire incontro a chi mi porta un abbraccio.

Vegliate, vigilate!
Enzo Bianchi

A conclusione dell’anno liturgico, in questa e nelle prossime due domeniche la chiesa ci propone la lettura di Mt  25, la seconda parte del grande discorso escatologico, cioè sulla fine dei tempi, fatto da Gesù nei capitoli 24-25. Matteo leggeva in Marco queste parole di Gesù:

Fate attenzione, vegliate (agrypneîtevigilate), perché non sapete quando è il momento … Vegliate (gregoreîtevigilate) dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino … Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate (gregoreîtevigilate)! (Mc 13,33.35.37).

A partire da tale monito, Matteo ha ricordato e collocato a questo punto tre parabole del Signore su cosa significa vigilare (cf. Mt 24,45-25,30) seguite dal grande affresco sul giudizio finale (cf. Mt 25,31-46). Visto il ritardo della parusia, della venuta gloriosa di Cristo – almeno ai nostri occhi, se è vero che “davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno” (2Pt 3,8) –, come vivere il nostro qui e ora?

Il nostro testo va inoltre collocato almeno all’interno di ciò che Gesù, seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio (cf. Mt 24,3), ha appena detto ai discepoli: “Vegliate (gregoreîtevigilate), perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe (egregóresenvigilaret) e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Mt 24,42-44). Un’affermazione analoga si ripete anche alla fine del nostro brano, creando un’inclusione: “Vegliate (gregoreîtevigilate) dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). Più in generale, tale monito avvolge le tre parabole seguenti, che dipingono uno scenario in bianco e nero, con due vie opposte tra le quali scegliere:

  • Mt 24,45-51: il servo che può essere fedele e prudente/saggio oppure malvagio;
  • Mt 25,1-13: cinque vergini stolte e cinque prudenti/sagge. Ovvero: cos’è la prudenza/saggezza?
  • Mt 25,14-30: due servi fedeli che fanno fruttare i talenti ricevuti, uno malvagio che lo seppellisce. Ovvero: cos’è la fedeltà?

La nostra parabola ritrae le usanze matrimoniali palestinesi: il giorno precedente le nozze, al tramonto, il fidanzato si recava con gli amici a casa della fidanzata, che lo attendeva insieme ad alcune amiche. Ma se facciamo attenzione, il nostro racconto presenta molti tratti strani: la sposa non c’è; lo sposo arriva a mezzanotte; si chiede di comprare olio in piena notte; la conclusione è fuori luogo, quasi tragica… In breve, il punto è un altro. Questa parabola è costruita ad  arte da Matteo, a partire dal ricordo di parole di Gesù, per descrivere la prolungata attesa della venuta gloriosa del Signore Gesù: è lui, il Messia, “lo Sposo che tarda”, e il vero problema è come comportarsi in questa attesa! Come vigilare?

“Il regno dei cieli sarà simile…”: con questo frase tipica di Gesù siamo subito condotti nel vivo del racconto. Ci sono dieci vergini che si muniscono delle loro lampade per “uscire incontro allo sposo”. Quest’ultimo particolare è espresso in greco con una formula tecnica per indicare l’accoglienza del re nella sua parusia, nella visita ufficiale a una città. Ecco la vera posta in gioco: l’accoglienza di quel re del tutto singolare che è Gesù Cristo, lui che viene ad aprirci il regno dei cieli. L’evangelista precisa subito l’essenziale: cinque di queste vergini sono stolte, cinque prudenti/sagge. In cosa consiste la differenza? Nel prepararsi o meno all’incontro con il Signore, prendendo con sé l’olio. Questa netta contrapposizione può essere illuminata attraverso ciò che Gesù dice al termine del “discorso della montagna”:

Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chi ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande (Mt 7,24-27).

È saggio chi ascolta la Parola e la mette in pratica; è stolto chi ascolta e non fa. L’ascolto è comune allo stolto e al saggio: ciò che li differenzia è la pratica, punto e basta.

“Poiché lo Sposo tardava…”: ecco il particolare decisivo della parabola. Il problema è il ritardo della venuta finale di Gesù, un vero e proprio trauma per le prime generazioni cristiane. E noi attendiamo ancora il Veniente oppure – come affermava Ignazio Silone – abbiamo per la sua venuta lo stesso entusiasmo di quelli che aspettano l’autobus alla fermata? “… si assopirono tutte e si addormentarono”. Paradosso: si sta parlando di vegliare, e tutte dormono! Dunque, che tipo di vigilanza è quella a cui Gesù vuole esortarci? Dove sta la differenza tra le stolte e le sagge, se tutte si addormentano?

Prima di tentare una risposta, lasciamoci colpire dalla voce che squarcia la notte: “Ecco lo Sposo! Andategli incontro!”. Grido che giunge improvviso a mezzanotte, l’ora più inattesa, in cui il Signore viene e ci sorprende come un ladro nella notte, afferma a più riprese il Nuovo Testamento (cf. Mt 24,43; 1Ts 5,2-4; 2Pt 3,10; Ap 3,3; 16,15). All’udire questa voce potente, tutte le vergini, come si erano addormentate, così si destano, “risorgono” (verbo egheíro). Ma ecco che finalmente si manifesta la differenza. Le cinque stolte non hanno olio, dunque sono costrette a chiederne un po’ alle altre cinque. Si sentono però rispondere: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto a comprarvene”.

Risposta dettata dall’egoismo? No, è un modo, seppur brusco, per dire che nel giudizio finale ognuno deve rispondere per sé: non si può avere in extremis l’olio necessario, l’incontro con il Signore va preparato prima. Quest’olio o lo si ha in sé oppure nessuno può pretenderlo dagli altri: è l’olio del desiderio dell’incontro con il Signore. Certo, i padri testimoniano molti altri modi di intendere quest’olio: la carità, la compassione, le azioni giuste che danno carne alla fede, ecc. Ma credo non si debba insistere troppo su un singolo elemento, finendo per perdere di vista l’insieme, cioè l’essenziale: è nella capacità di tenere vivo oggi il desiderio dell’incontro con il Signore che si gioca il giudizio finale, ossia l’essere o meno riconosciuti dal Signore quando verrà alla fine dei tempi. Questo desiderio lo manifestiamo nella nostra vita quotidiana – come Gesù dice nell’affresco di Mt 25,31-46 –; lo manifestiamo in questo tempo di attesa, nella consapevolezza che la vita è lunga e non basta essere uomini e donne “di un momento” (Mc 4,17; cf. Mt 13,21), per darle senso!

Ma finalmente giunge lo Sposo, ed entrano con lui nella sala di nozze solo le cinque vergini sagge, definite con un altro aggettivo: il “come”, lo stile della loro saggezza consiste nell’essere “pronte”, preparate, senza bisogno di alcuna dilazione. Allora “la porta fu chiusa”, un particolare icastico, che dice in pochissime parole una verità nettissima, anche se scomoda: dentro o fuori, non vi è una terza possibilità!

“Alla fine” – espressione cara a Matteo (cf. Mt 4,2; 21,29.32.37; 22,27; 26,60) – giungono le altre cinque vergini, di ritorno dall’acquisto dell’olio, e cominciano a invocare: “Signore, Signore, aprici!”. Egli però risponde risolutamente: “Amen, io vi dico: non vi conosco”, formula tecnica con cui all’interno di una scuola rabbinica il maestro ripudia il suo discepolo. Non è forse una risposta troppo dura? Per le nozze sì, nell’ambito del giudizio no: essa ci ricorda che l’incontro con il Signore è al tempo stesso festa e giudizio. Nell’ultimo giorno, al momento di dare inizio al banchetto del Regno, il Signore Gesù non potrà non mettere in luce la verità della nostra vita, mediante quel giudizio che noi confessiamo nel “Credo” (“di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”), giudizio assolutamente necessario affinché la storia abbia un senso.

Tale verità è mirabilmente espressa da Gesù in un altro brano del “discorso della montagna”, che precede quello citato sopra:

Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’ingiustizia!” (Mt 7,21-23).

Qui il discernimento di Gesù è sottile e smaschera una forma di ipocrisia tipicamente “religiosa”: si può presumere di compiere prodigi nel nome di Cristo e invece ingannarsi miseramente; ossia, non fare la volontà del Padre, che è anche la sua volontà. Non è sufficiente neppure compiere gesti carismatici o eclatanti, perché queste opere possono trasformarsi in idoli seducenti in quanto creati dalle nostre mani, in azioni che danno gloria a chi le fa. No, ciò che il Padre vuole è la misericordia, come Gesù ha affermato citando il profeta Osea: “Misericordia io voglio, non sacrificio” (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7). È un annuncio della misericordia di Dio che deve trasparire dalla nostra prassi in mezzo agli altri uomini e donne, ed è solo su questo che saremo giudicati nell’ultimo giorno. Allora sarà rivelato chi ha veramente aderito al Signore e chi, pur fingendo di agire in suo nome, è stato un operatore d’ingiustizia… Insomma, non c’è solo la discrepanza tra dire e fare; c’è anche quella tra un fare egoistico, autoreferenziale, e un fare ispirato dalla volontà di Dio, da quella misericordia che è la “giustizia superiore” (cf. Mt 5,20) rivelata da Gesù. In questo “fare differente” consiste l’essere pronti per andare incontro allo Sposo veniente.

Infine, Gesù conclude: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”. La vigilanza è la matrice di ogni virtù umana e cristiana, è il sale di tutto l’agire, è la luce del pensare, ascoltare e parlare di ogni umano. Non si può non ricordare, al riguardo, l’acuta comprensione del grande Basilio, a conclusione delle sue Regole morali:

“Che cosa è specifico del cristiano?”. “Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronti nel compiere pienamente la volontà di Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene (cf. Mt 24,44; Lc 12,40)” (80,22).

E l’Apostolo Paolo, in quello che è il più antico scritto del Nuovo Testamento, così ammonisce i cristiani di Tessalonica:

Voi, fratelli, non siete nella tenebra, sicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alla tenebra. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri (1Ts 5,4-6).

Vegliare, vigilare, è andare incontro al Signore con le lampade del desiderio accese; è essere saggi, cioè pronti a vivere il tempo lungo dell’attesa con l’aiuto dell’olio dell’intelligenza. E ciò tenendo presente – come Gesù rivela con realismo – la possibilità di addormentarci, ovvero di dimenticare, di rimuovere l’orizzonte della venuta del Signore. Come fare fronte a questa che è più di una possibilità? Lottando ogni giorno per non lasciare appesantire le nostre vite dalla routine, dalla ripetitività del quotidiano, che è pur sempre l’oggi di Dio, l‘unica porta d’accesso nel mondo alla venuta finale del Signore: “Beati quei servi che il Signore alla sua venuta troverà vigilanti!” (Lc 12,37).

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Restiamo accesi
Paolo Curtaz

È faticosa, la vita. E, talora, incomprensibile, oscura.
Abbiamo l’impressione di vagare nelle tenebre, di brancolare nel buio.
Ma ci sono anime che osano.
Che escono nelle tenebre e le sfidano tenendo in mano una piccola luce.
Insignificante, rispetto alla massa cupa e spessa del buio che sovrasta.
Eppure quella fiammella squarcia le tenebre, le obbliga ad arretrare, le ammorbidisce e dona misura e dimensione ad ogni notte.
Ci sono persone che passano la vita a maledire l’oscurità, altre che preferiscono accendere un fiammifero.
Come le ragazze della parabola di oggi.

Attendiamo

La buona notizia che la Parola ci consegna è che non siamo condannati a vagare nel nulla.
Se accendiamo la lampada e sfidiamo l’ombra è perché viene lo Sposo.
Questo mondo, la mia vita, la realtà, la quotidianità che tanto mi affascina e mi affatica è in attesa di uno Sposo. Un Salvatore, un Amante, un Amato. Il Signore.
Allora anche la notte più fitta diventa la scena che sta per accogliere il veniente.
Abbiamo appena celebrato la dolente memoria dei nostri fratelli defunti, illuminata, il giorno prima, dalla grande festa della santità che Dio riversa sui suoi figli. Non sono morti, i nostri defunti, ma altrove a continuare il loro percorso di conoscenza, di liberazione, di semplificazione, di guarigione definitiva. Anch’essi in attesa.
La vita è attesa. Non di una condanna, non di un verdetto nefasto.
Di una festa di nozze.
Attendiamo il ritorno nella gloria del Signore Gesù. E chiediamo, ora, di prendere consapevolezza di chi siamo noi, di chi è lui, di cos’è la vita.
È buia, la notte, ma ci sono anime leggere che la sfidano andando incontro allo Sposo.

Ardimenti

Sfidano la notte, le ragazze. Sfidano il sonno che appesantisce le nostre anime, così indaffarate a farsi spazio nel caos cui abbiamo ridotto le nostre vite oberate. Sfidano le convenzioni di chi dice che non c’è nessuno Sposo da attendere e che uno Sposo non può essere così idiota da presentarsi nel cuore della notte.
Ma può accadere di assopirsi, di stancarsi, di scoraggiarsi. Accade anche agli apostoli al Getsemani. Accade anche ai migliori. Troppa stanchezza, troppo dolore, troppa fatica, e si lasciano i remi, e prevale lo sconforto. L’anima si assopisce.
Allora, Dio lo conceda, arriva un grido.
Un gallo che canta. L’eccitazione dei soldati inviati ad arrestare Gesù. Uno sconosciuto che ha intravvisto nella notte la venuta dello Sposo. Un grido, una Parola, un segno che ci scuote, ci toglie al sonno.
Osano, le ragazze, prendono la lampada, escono. Ma ad alcune manca l’olio.
La durezza della risposta di cinque fra loro ci lascia perplessi. Ma hanno ragione: se dividessero il loro olio mancherebbe a tutte. Considerazione dura ma vera, sgradevole ma onesta.
Cos’è, quell’olio? La parabola non lo dice.
Ma brucia. Qualcosa che brucia e fa luce. Per tenere la lampada accesa nella notte dobbiamo ardere.
Desiderio. Curiosità. Inquietudine. Emozione. Amore. Passione.
Solo le anime ardenti osano sfidare la notte.
E ciò che siamo è unico e non può essere facilmente condiviso. Come si potrebbe?
Possiamo seguire un 
guru, possiamo frequentare una parrocchia, un gruppo di amici credenti convincenti. Ma, alla fine, solo io posso sapere e decidere se alimentare la lampada.
Sono solo di fronte a Dio. Io e lui. Faccia a faccia. Cuore a cuore.

Durezze

Le ragazze sprovvedute riescono comunque a rimettersi in marcia, trovano dell’olio, riaccendono passione e desiderio. Ma è troppo tardi, la porta è chiusa. Colui che dice di stare alla porta ad attendere qualcuno che apra, inaspettatamente, non apre alle ragazze che insistono.
Non è per ripicca, non per vendetta, Dio non è duro o crudele.
È una legge della vita: ci sono occasioni che non si ripetono, momenti unici.
Nelle relazioni, negli affetti, nella fede.
Se aspetti il momento passa. Se cincischi o tentenni, si svuota.
Quel bacio che avrebbe rivelato l’amore che hai per quella persona, se non lo dai lo perdi per sempre. E, a volta, perdi anche la persona che ami.


Quando avrò più tempo mi occuperò delle cose di Dio.
Se solo riuscissi a organizzarmi meglio!
Coltiverei volentieri la mia anima, ma ora proprio non ho la testa.


Non basta recuperare l’olio del desiderio, riaccendere la lampada, avventurarsi nella tenebra.
La strada che devo percorrere è tanta e rischio di non esserci.
Dicevamo qualche domenica fa: cosa ho di meglio da fare oggi dell’essere felice? Dello scrutare? Dell’osare? Dell’attendere un Amante?
Restiamo accesi..