Giovedì 12 novembre 2020
Due testimoni, missionari, raccontano come una provincia marginale e lontana dai centri di potere è diventata terra di conquista del gruppo Stato islamico. Il ruolo opaco dell’esercito e quello della Chiesa.
[Nigrizia]

Cabo Delgado, profondo nord

Ascolta "Mozambico: padre Andrea Facchetti, missionario saveriano, racconta la drammatica situazione di Cabo Delgado" su Spreaker.

 

Sono tre anni che la provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, conosce una progressiva destabilizzazione ad opera di gruppi armati. Si tratta di un territorio che ha notevoli risorse (gas naturale, petrolio, legname, pietre preziose) e quindi un potenziale economico non indifferente. Eppure è una delle aree più arretrate del paese, forse perché dista 3000 chilometri dalla capitale Maputo dove si decidono le politiche…

La settimana scorsa sono rimbalzate sui media le notizie di massacri di gente comune, si è parlato di 53 persone decapitate (ma il numero non si conosce con precisione) nel corso di una serie di incursioni nel distretto di Muidumbe. Massacri attribuiti a milizie jihadiste che fanno riferimento al gruppo Stato islamico. E gli attacchi continuano, tanto che circa due terzi dei 600mila abitanti della provincia hanno dovuto abbandonare le loro case.

Le informazioni che arrivano da quelle parti sono frammentarie, a Cabo Delgado non c’è un giornale locale, i media nazionali sono sotto il controllo governativo, e l’utilizzo di internet avviene a singhiozzo, senza contare che le persone che hanno un cellulare o un computer sono pochissime.

Per capirne di più, Nigrizia ha allora raggiunto un missionario di Nostra Signora di La Salette, padre Edegard Silva Junior originario del Brasile, che da tre anni lavora nella diocesi di Pemba, città capoluogo di Cabo Delgado.

«A far crescere il malcontento tra la popolazione – spiega il missionario – ha contribuito il progetto di sviluppo sbandierato dal governo nel 2014 ma non ancora concretizzato. Si è parlato di costruire una “città del gas” nel distretto di Palma, al confine con la Tanzania. Nel frattempo la gente vive in condizione povertà, i giovani non hanno lavoro e soprattutto non hanno prospettive. Quindi la situazione economica è una delle cause che ha innescato il costituirsi di gruppi armati che all’inizio si limitavano a compiere saccheggi, utilizzando dei semplici coltelli, e senza essere organizzati militarmente».

«Dopo una prima fase – continua padre Edigar – questi gruppi hanno cominciato a guadagnare adepti, soprattutto tra i giovani. Ho sentito che erano stati creati luoghi di reclutamento e che chi si arruolava riceveva una somma di denaro. Ed è a questo punto che entra in scena il gruppo Stato islamico che ha evidentemente valutato di poter cavalcare queste situazione. E lo scorso marzo, nel corso di un assalto a Quissanga, i jihadisti hanno diffuso un video in cui mostrano la loro bandiera e le loro armi pesanti».

E quale sarebbe il loro obiettivo, chiediamo a padre Edigar. «Conquistare l’intera provincia. Lo hanno confermato anche le due suore della congregazione di San Giuseppe di Chambery, sequestrate il 12 agosto e liberate 24 giorni dopo. Le suore hanno riferito di aver sentito i loro rapitori parlare di questo».

E le truppe inviate dal governo di Maputo che cosa fanno? «L’esercito fa quello che può, ma è meno preparato militarmente dei jihadisti e ha paura ad affrontarli. Mentre ai primi di novembre i jihadisti attaccavano Muidumbe, i militari erano a non più di 40 chilometri eppure non hanno reagito. La gente si chiede perché».

Sulla situazione a Cabo Delgado, Nigrizia ha contattato anche padre Andrea Facchetti, missionario saveriano che lavora in Mozambico dal 2012. Questa la sua analisi e la sua testimonianza.
[Nigrizia]

ACS: raccolta fondi, aiuti di emergenza
dopo i recenti massacri ad opera di jihadisti mozambicani

Mozambico. Foto Copyright, Aiuto Alla Chiesa Che Soffre, Italia.

Comunicato Stampa della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia

I jihadisti appartenenti al sedicente Stato Islamico nell’Africa Centrale (ISCA) domenica scorsa hanno attaccato la piccola città mozambicana di Muidumbe, dopodiché hanno decapitato e smembrato i corpi di decine di persone in un campo di calcio. Secondo alcuni rapporti i miliziani hanno massacrato anche oltre quindici bambini insieme agli adulti che li preparavano ai riti tradizionali della tribù Makonde. La provincia maggiormente interessata dagli attacchi è quella di Cabo Delgado, situata nel nord del Paese. La crisi attuale è iniziata nell’ottobre del 2017. Da allora si sono susseguiti oltre 600 brutali aggressioni in nove distretti ad opera dei miliziani dell’ISCA, formazione armata a sua volta affiliata al sedicente Stato Islamico. Il bilancio stimato è di circa 2.000 morti e oltre 310.000 sfollati.

«Sembra stiano cercando di rimuovere l’intera popolazione della parte settentrionale della provincia di Cabo Delgado, cacciando la gente comune senza alcuna pietà», spiega Suor Blanca Nubia Zapata, religiosa delle Carmelitane Teresiane di San Giuseppe, in un colloquio con la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS). La religiosa risiede a Pemba, il capoluogo della provincia oggetto degli attacchi. «Nelle ultime settimane sono arrivate qui oltre 12.000 persone. Alcuni sono morti lungo la strada. Sono 180 chilometri, ma non potete immaginare cosa siano le nostre “strade”, tre o quattro giorni di seguito senza cibo, senza acqua, con bambini sulle spalle. Ci sono donne che hanno partorito per strada. Sono semplicemente terrorizzati. Molte famiglie – prosegue Sister Blanca – ci hanno chiesto aiuto e le abbiamo messe in salvo nella scuola».

Mons. Luiz Fernándo Lisboa, Vescovo di Pemba, in un video di Caritas Mozambico inviato ad ACS, descrive la situazione di Paquitequete, un sobborgo della capitale che si affaccia sulla costa: «Sono arrivati già 10.000 rifugiati e altri sono in arrivo. Non hanno un luogo in cui dormire, solo coperte e rifugi improvvisati. Alcune persone sono morte durante il tragitto. Si tratta di una situazione umanitaria disperata – prosegue il prelato – per la quale stiamo chiedendo, anzi implorando l’aiuto e la solidarietà della comunità internazionale»

«Accogliendo questo appello intendiamo aiutare la diocesi di Pemba e quelle limitrofe con aiuti di emergenza per le vittime di Cabo Delgado, oltre ai progetti che stiamo già sostenendo nell’ambito delle stesse diocesi per i loro sacerdoti e le loro religiose», afferma Regina Lynch, responsabile del Dipartimento Progetti di ACS Internazionale. «Oltre all’aiuto rappresentato da coperte, abbigliamento, cibo, prodotti per l’igiene, e anche sementi e attrezzature e qualsiasi cosa sia necessaria, intendiamo alleviare la fase peggiore della sofferenza e del trauma. Per questo abbiamo già predisposto un programma per gruppi diocesani al fine di assicurare sostegno psicologico e psicoterapia per i rifugiati traumatizzati presenti nelle parrocchie», prosegue Regina Lynch. I jihadisti hanno «bruciato chiese e distrutto conventi, hanno anche rapito due religiose. Ma quasi nessuno ha prestato attenzione a questo nuovo focolaio di terrore e violenza jihadista in Africa, la quale colpisce chiunque, sia cristiani sia musulmani. Ci auguriamo una reazione alla crisi del Mozambico settentrionale, per il bene dei più poveri e abbandonati», conclude Lynch.

Aiuto alla Chiesa che Soffre per far fronte alla crisi lancia una raccolta fondi per destinare 100.000 euro agli aiuti di emergenza per soccorrere la popolazione brutalmente aggredita dai jihadisti mozambicani affiliati all’ISIS.
[Zenit]