XXXIV Domenica del tempo ordinario - Anno A: Solennità di Cristo Re dell'Universo

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La solennità di Cristo Re è la più recente festa di idea in onore del Signore. Fu istituita nel 1925 da Pio XI, nell’ enciclica Quas primas, all’occasione del 1600° anniversario del primo concilio ecumenico di Nicea, il cui insegnamento sulla uguaglianza di natura del Cristo col Padre è la base di riconoscimento della sua regalità.

Matteo 25, 31-46
Prendersi cura delle povertà vicine

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…» (Mt 25, 34-35). Un aspetto sorprendente della descrizione del giudizio finale fatta da Gesù del capitolo 25 del Vangelo di Matteo è che sia i “buoni” sia i “cattivi” non sembrano essere stati consapevoli delle proprie azioni: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere?». Il primo scopo delle parole del Maestro è proprio quello di risvegliare l’attenzione di ognuno di noi. Nelle persone che hai intorno — sembra dirci il Signore — sono misteriosamente presente anch’io: nelle loro necessità c’è una mia chiamata personale rivolta a te.

«Ieri mi sono comportata male nel cosmo / Ho passato tutto il giorno senza fare domande… Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro» (W. Szymborska). Se esiste il pericolo reale di non rendermi conto del bene che sono chiamato a fare ogni giorno, è urgente esercitare quotidianamente la mia capacità di accorgermi, di prestare attenzione alla realtà: il primo peccato di omissione è proprio la disattenzione. E visto che «l’amore è attenzione» (Susanna Tamaro), il primo passo che siamo chiamati a fare è quello di non fermarci in superficie, pensando che “i poveri” siano una categoria sociologica teorica, qualcuno di cui si devono occupare solo alcune agenzie specializzate.

Ci troviamo invece di fronte a quello che Papa Francesco ha chiamato il «criterio-chiave di autenticità cristiana»: prendersi cura delle povertà di chi incontriamo. Queste povertà si manifestano innanzitutto nelle persone che incontriamo più spesso, in piccole cose come i limiti caratteriali di un genitore, le ribellioni di un figlio adolescente, la solitudine di un vicino di casa, le crisi piccole e grandi che costellano le età della vita di ciascuno. Percepire e prestare attenzione ai bisogni degli altri, con una disponibilità sincera a farcene carico giorno per giorno, è quindi il secondo passo che siamo chiamati a fare. Il brano di Matteo 25 viene proclamato nella grande solennità di Cristo Re. Questo è infatti il modo concreto con cui Dio chiede a ciascuno dei suoi figli di costruire il suo regno: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così… Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 25-27).

Stare in mezzo alle situazioni e alle persone col desiderio e il proposito di servire è un atteggiamento che cambia il mondo. E il regno di Dio non riguarda solo un imprecisato futuro, ma comincia qui e adesso, ogni volta che una persona ascolta e cerca di mettere in pratica il comandamento di Gesù.

«I seguaci di Gesù — dice ancora Papa Francesco — si riconoscono dalla loro vicinanza ai poveri, ai piccoli, ai malati e ai carcerati, agli esclusi, ai dimenticati, a chi è privo del cibo e dei vestiti». A cominciare da quei poveri che si trovano dentro le pareti di casa nostra.
[Carlo De Marchi - L'Osservatore Romano]

N. S. Gesù Cristo Re dell’Universo

Quello strano re che serve i suoi sudditi

La solennità di Cristo Re è la più recente festa di idea in onore del Signore. Fu istituita nel 1925 da Pio XI, nell’ enciclica Quas primas, all’occasione del 1600° anniversario del primo concilio ecumenico di Nicea, il cui insegnamento sulla uguaglianza di natura del Cristo col Padre è la base di riconoscimento della sua regalità.

Il pontefice dichiara che questa festività vuol affermare la sovrana autorità di Cristo sulle istituzioni davanti ai progressi del laicismo nella società moderna. Egli afferma inoltre che il rimedio più potente ed efficace contro questa Forza distruttrice dell’epoca è il riconoscimento della regalità di Cristo. I suoi frutti sono “giusta libertà, ordine, tranquillità, concordia e pace”.

La propagazione il più ampiamente possibile della dignità regale del nostro Redentore doveva passare assolutamente attraverso l’istituzione di una festa propria e particolare di Cristo Re, poiché le celebrazioni liturgiche hanno un’efficacia più grande di qualsiasi documento del Magistero: istruiscono infatti i fedeli non una volta sola, ma tutti gli anni, e raggiungono n on solo lo spirito, ma anche e soprattutto i cuori. Non è questione di strumentalizzazione di una festa cristiana, perché si tratta in realtà di proclamare altamente la gloria di Cristo e di sviluppare le ricchezze della sua figura sotto nuovi aspetti: e questo corrisponde bene con l’idea cristiana della festa.

Come data di celebrazione, all’inizio, il papa stabilì l’ultima domenica di ottobre, con riguardo specialmente alla seguente festa di tutti i santi, affinché venga proclamata la gloria di colui, il quale trionfa su tutti i santi e gli eletti. Ma più tardi, La solennità del nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo spostò di data e cominciò ad essere celebrata all’ultima domenica dell’anno liturgico, quando il corso dell’anno cristiano si è compiuto e i misteri cristiani per così dire si sono conclusi. Così essa è più felicemente e saldamente collocata nel contesto escatologico che già da sempre è delle ultime domeniche dell’anno liturgico. Infatti, con questa nuova impostazione è più chiaro che il Cristo e Re glorificato è non solo il punto cui mira l’anno liturgico, ma tutto il nostro pellegrinaggio terreno. Il Signore della gloria è quindi il fine della storia umana, il punto focale dei desideri del genere umano, il centro e la pienezza delle loro più profonde aspirazioni. Egli è “l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine” (Ap 22, 13). Egli costituisce la finale perfezione della storia dell’umanità, secondo il disegno del suo amore e del Padre: “Ricapitolare tutte le cose in Cristo, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1, 10). La sua esaltazione nel mistero pasquale sta alla base del suo insediamento a capo dell’intera creazione.

La tematica della solennità del Cristo Re la si trova in altre celebrazioni dell’anno liturgico (Natale, Epifania, Pasqua, Ascensione…); e anzi in ogni domenica, “giorno del Signore” o giorno di festa del Kyrios-Cristo, si proclama la sua sovrana signoria. Da questa prospettiva, si potrebbe dire che l’ultima domenica dell’anno liturgico vuol celebrare in modo più organico ciò che costituisce il nocciolo di ogni celebrazione domenicale.

Il regno eterno e universale di Cristo è “regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace” (cf. il prefazio del Cristo Re). L’amore soprattutto, che è la carta d’identità del Re divino Cristo, deve essere pure il distintivo qualificante di ogni suo seguace. Egli sarà tale solo se praticherà le opere di misericordia, ricordate nel vangelo odierno. Questo brano presenta Gesù come giudice glorioso di tutti gli uomini e sottolinea come l’amore fattivo del prossimo sarà un criterio decisivo del giudizio finale, poiché Cristo si identifica con tutti gli uomini bisognosi: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Non siamo di fronte ad una sublime finzione divina, ma a una realtà: Gesù si identifica veramente con i poveri, gli ultimi, i più piccoli, i più abbandonati. Non basta conoscere il Cristo, bisogna anche riconoscerlo. Si tratta di un invito ad avere occhi nuovi per vederlo e riconoscerlo (che ha l’abitudine di viaggiare incognito) nei volti dei più bisognosi che incrociamo sul nostro cammino.

Conosciamo già la materia su cui saremmo giudicati. Non in base a titoli di merito o circa la regolarità delle pratiche religiose., ma sulla base dell’amore, della carità. Non illudersi di riuscire a fare la figura dei “primi della classe” in altre materie. Il tema dell’esame porta sul comandamento nuovo, quello appunto che dovrebbe caratterizzare ogni cristiano: l’AMORE.
Don Joseph Ndoum