Di una sola cosa c’è bisogno

«Fate attenzione, vegliate». È un’indicazione vitale in questa epoca anestetica, distratta, sbadata. Siamo nel tempo del multi-tasking, della frammentazione, della disattenzione. Guidare e rispondere al telefono, dialogare con qualcuno e intanto appuntarsi altro, mangiare guardando la televisione e dimenticare i commensali…

Una generazione cresciuta con voci di sottofondo, con la musica nell’ascensore. Si arriva a mettere la musica nelle chiese per creare “ambiente”. Come se il silenzio non bastasse. Come se per dire a tuo figlio che gli vuoi bene tu abbia bisogno della base musicale sennò non ti riesce…

Una cosa che bisogna insegnare quando si introduce qualcuno all’arte della preghiera è di iniziare con un atto di presenza. Bisogna mettersi al cospetto del Padre, realizzando chi è Lui ed essendo, contemporaneamente, “presenti a sé stessi”. Questa indicazione è nascosta nel dettaglio consegnato da Gesù quando dice: «Entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto» (Mt 6, 6). Per pregare bisogna prima chiudere la porta, bisogna diventare irreperibili per altro che per il Padre.

Questo è vero in ogni atto di amore: non si possono fare le cose con la testa altrove, perché l’amore è fatto di attenzioni.

Tutto ciò richiede semplicità, povertà.

Nella vita spirituale c’è, infatti, il preziosissimo tema dell’unificazione: seguire il Signore implica un processo mai concluso di ri-orientamento alla santa volontà di Dio che è intessuto di rinunce, di distacchi. Non è una questione di perdite ma di pieno possesso dei propri atti, di liberazione dalle zavorre, di maggior libertà per camminare nella luce senza ambiguità.

Questo è un atto eminentemente battesimale.

Nei primissimi secoli si entrava nudi nell’acqua del Battesimo, dopo aver rinunziato al Maligno e aver professato la fede. Bisogna liberarsi da ciò che impedisce di amare. C’è sempre qualcosa a cui bisogna chiudere la porta in faccia, qualcosa di cui non preoccuparsi perché di una sola cosa c’è bisogno.
[Fabio Rosini – L’Osservatore Romano]

Pronti a ricevere il Salvatore

Is 63,16-17.19;64,1-7; Salmo 79; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

Con l’Avvento la Chiesa incomincia un nuovo anno liturgico, costituito dalla memoria della vita, della morte e della risurrezione del Signore. Gesù. Questi misteri sono ricordati non come avvenimenti ormai lontani, sepolti nel passato. La grazia e il valore di quello che il Signore ha compiuto rimane sempre attuale ed efficace.

L’Avvento ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi. Sotto entrambi i punti di vista, il tempo di Avvento è un tempo di devota e gioiosa attesa.

La vita del cristiano è un cammino incontro al Signore. La Chiesa è la Sposa che attende il suo sposo Gesù. Siamo dei pellegrini su questa terra, non dobbiamo distrarci e dissiparci, perdere la memoria del nostro Signore Gesù Cristo e attardarci per via.

Con questa prima domenica di Avvento inizia la lettura del secondo vangelo, quello di Marco, il vangelo più breve ed essenziale che ci costringe a prendere posizione. La pagina odierna è la sezione finale del discorso testamentario di Gesù ispirato al modello letterario apocalittico. Si tratta della conclusione del suo discorso prima di avviarsi verso la sua passione e morte con un insistente invito rivolto ai discepoli: “State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso… Vegliate dunque… Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate”. Queste esortazioni sono quindi rivolte a tutti i lettori ed ascoltatori del Vangelo.

Lo scopo del discorso è di esortare i destinatari del brano e tutti i cristiani alla fiducia e alla perseveranza nel tempo dell’attesa della venuta del Signore. Non facciamo calcoli sul nostro domani: sarebbe imprudente. Bisogna essere sempre pronti, preparati ad incontrare il Signore: quando meno ce l’aspettiamo potrebbe venire il Signore a prenderci. Bisogna essere operosi e fedeli come dei servitori a cui il padrone abbia affidato, prima di partire, un compito preciso. Può giungere all’improvviso, a qualsiasi ora.

I cristiani con la chiamata battesimale vivono sempre nell’attesa della venuta del loro Signore. Non possono abbandonarsi al sonno, perché il loro Signore può tornare a qualsiasi ora: “alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino”. Queste quattro divisioni del tempo indicano la vigilanza che dovrebbe prolungarsi per tutta la notte. Il mistero di Cristo viene presentato nella cornice di un’esistenza normale e non rientra nelle categorie del divertimento, dell’evasione, ma ci inserisce nella dimensione dell’impegno.

Anche Paolo nella prima lettura invita i cristiani di Corinto alla fiducia e coerente perseveranza nell’attesa della “manifestazione del Signore”.

Nella prima lettura, da Isaia, si tratta di una lamentazione collettiva di fronte alle “rovine di tutto ciò che formava la delizia del popolo”. Si può dire che fin dall’inizio, il popolo di Dio, con l’umanità intera, abbia rivolto l’implorazione: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi, o Signore!”. A quest’appassionata domanda, Dio ha risposto con un dono sorprendente: il suo stesso Figlio fatto uomo. Infatti, le letture veterotestamentarie dei tre anni (A, B e C) del ciclo liturgico sono tratte dal libro del profeta Isaia. Esse descrivono il regno di pace del Messia, nel quale egli radunerà tutti i popoli della terra, invocano la sua venuta e promettono il “germoglio messianico di Davide. Si tratta della realtà della presenza del Dio fedele che si manifesta a Natale e che prepariamo col tempo dell’Avvento. Isaia si fa portavoce della fede tradizionale ispirata dalla logica dell’Esodo e dell’Alleanza. Dio salva e benedice quanti restano fedeli alle clausole di alleanza. Si tratta, in altre parole, di riconoscere Dio che si fa incontro “a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle sue vie”. È in questo modo che dobbiamo preparare la venuta del Signore.
Don Joseph Ndoum