Consiglio Permanente CEI: “Alle comunità cristiane, in tempo di pandemia”

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Mercoledì 25 novembre 2020
Il linguaggio è quello "di una Chiesa materna che sente il dolore dei suoi figli". Simona Borello, esperta in comunicazione, commenta così il messaggio del Cep in tempo di pandemia. La Bibbia come risorsa per stare accanto alla propria comunità, pur a distanza, perché "essere con gli altri è già potersi salvare". Attenzione al rischio del "protagonismo" nelle omelie e nelle messe in streaming.

Messaggio Cep in tempo di pandemia. Borello:
“Essere testimoni di speranza in questi mesi di infodemia”

Foto SIR/Marco Calvarese

“Sono contenta in modo particolare per lo stile: è il modo di parlare di una Chiesa materna che sente il dolore dei suoi figli, ne fa parte e se ne fa carico”. Simona Borello, esperta di comunicazione, commenta così il messaggio alle comunità cristiane in tempo di pandemia, inviato dal Consiglio episcopale permanente della Cei. “Da operatrice della comunicazione – prosegue – mi colpisce il compito che viene a noi affidato di essere testimoni di speranza: in questi mesi di infodemia, di ansie, di cattive notizie, di chi vuole negare la realtà con atti violenti, più che di una contestazione puntuale abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza che possono ispirare le parole. È facile arrendersi alle cose negative, molto più difficile è curare e far risaltare il valore della bellezza”.

Tempo di pandemia come tempo di tribolazione ma anche di preghiera, sottolineano i vescovi. Quanto può aiutare la Bibbia?

Il testo del messaggio è pieno di riferimenti biblici. La Bibbia, infatti, può essere uno strumento di preghiera anche per chi non si sente – per età, per i bambini piccoli – di andare a messa, anche se le celebrazioni eucaristiche si svolgono in piena sicurezza e nel rispetto delle norme anti Covid. Usare così tanto la Scrittura è sicuramente un aiuto per testimoniare che abbiamo anche in casa un modo di pregare stando accanto alla nostra comunità.

Le famiglie, e in modo particolare gli anziani e le donne, sono le più colpite alla pandemia. I vescovi lanciano un preciso appello ad incrementare l’azione di sostegno: cosa si può fare di più, e con quali azioni concrete?

C’è la Caritas, che opera in sicurezza, e ci sono le parrocchie che sono impegnate in prima linea per andare incontro ai bisogni e alle necessità più urgenti delle famiglie in difficoltà a causa dell’emergenza sanitaria in atto. Quello che si può fare di più è continuare a ricordarci che siamo una comunità: ci sono le distanze da rispettare, i nostri anziani e i nostri cari da proteggere, ma non bisogna mai dimenticare che la Chiesa ha una natura profondamente comunitaria. Altrimenti, a furia di isolarci per proteggerci – compito naturalmente doveroso in questo tempo di pandemia – finiremo per non volercene più occupare.

Nella comunità cristiana, l’omaggio dei vescovi, c’è molta creatività pastorale nell’affrontare l’emergenza sanitaria: ci può raccontare qualche esperienza personale?

Qui a Torino, con il Meic, abbiamo continuato il gruppo biblico a distanza. Tramite la piattaforma Meet, abbiamo portato avanti la lettura continua della Bibbia, e la sorpresa è stata che le adesioni sono perfino aumentate: chi, infatti, prima non poteva più frequentare di persona per vari motivi, ora ha ripreso a frequentare proprio grazie alla modalità on line. Ci si organizza e ci si si divide prima, perché non si sovrappongano le voci. Con l’Ufficio catechistico diocesano, inoltre, abbiamo portato avanti gli incontro di formazione per gli educatori via streaming, e le persone si sono sentite toccate, coinvolte, ancora una volta insieme. Nel messaggio del Consiglio episcopale permanente si fa riferimento a questi strumenti e si sottolinea la creatività locale: è bello che ogni diocesi risponda agli input forniti dalla Cei, a livello nazionale, con la “fantasia della carità”, come la chiama il Papa, sul proprio territorio.

Le messe, pur con le modalità imposte dall’emergenza, sono un momento fondamentale di ricarica spirituale. In tempo di Covid, sono cambiate anche le omelie dei nostri preti?

È difficile rispondere a livello generale, le omelie sono molto diverse tra di loro, così come sono diversi i sacerdoti che le pronunciano. Parlando con alcuni presbiteri ho colto l’attenzione a tenere un’omelia più corta, per far sì che la liturgia sia più corta non per avere una messa breve, ma per la sicurezza delle persone in tempo di pandemia. A livello di contenuti, ho registrato la difficoltà ad affrontare alcuni temi: in questo periodo, infatti, è imprescindibile parlare del tempo difficile che stiamo vivendo, altrimenti le omelie diventano disincarnate, le persone si distraggono e non vanno più a messa.

C’è poi l’esperienza personale dei presbiteri, toccati dalla pandemia – loro o delle persone a loro affidate – che rende arduo il compito di essere essere annunciatori di speranza. L’altro rischio, infine, è il protagonismo che può emergere nelle messe e nelle omelie in streaming: ci vuole equilibrio, per far sì che non sia il presbitero la persona più importante, a scapito del ruolo attivo della comunità. Nell’Evangelii gaudium, Papa Francesco dice che il prete deve essere al servizio del dialogo tra Dio e il suo popolo: il rischio è che, talvolta, nelle omelie e nelle messe in streaming questa dimensione si perda.

Che ruolo possono avere i sacerdoti e i fedeli per rompere la logica del “si salvi chi può” e trasformare questo tempo come tempo di “rinascita sociale”, come auspicano i vescovi?

C’è una categoria del Concilio Vaticano II che oggi abbiamo un po’ dimenticato, ed è quella di “popolo di Dio”, poco usata anche nella liturgia, fatta eccezione per la festività di Cristo Re che abbiamo da poco celebrato. Bisogna incoraggiare le occasioni di vedersi in comunicazione con gli altri, anche a distanza ma sapendosi uniti nel nome di Gesù.

Il popolo di Dio che cammina insieme con i suoi pastori evita il “si salvi chi può”, perché essere con gli altri è già potersi salvare. Camminare insieme è sapere che la mia fatica è la tua fatica: non ci si salva da soli.
[M. Michela Nicolais - SIR]

Alle comunità cristiane, in tempo di pandemia

Consiglio Permanente della CEI

«Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera». (Rm 12,12)

Fratelli e sorelle,
vorremmo accostarci a ciascuno di voi e rivolgervi con grande affetto una parola di speranza e di consolazione in questo tempo che rattrista i cuori. Viviamo una fase complessa della storia mondiale, che può anche essere letta come una rottura rispetto al passato, per avere un disegno nuovo, più umano, sul futuro. «Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» (Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 maggio 2020).

Ai componenti della comunità cristiana cattolica, alle sorelle e ai fratelli credenti di altre confessioni cristiane e di tutte le religioni, alle donne e agli uomini tutti di buona volontà, con Paolo ripetiamo: «Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12).

Inviamo questo messaggio mentre ci troviamo nel pieno della nuova ondata planetaria di contagi da Covid-19, dopo quella della scorsa primavera. L’Italia, insieme a molti altri Paesi, sta affrontando grandi limitazioni nella vita ordinaria della popolazione e sperimentando effetti preoccupanti a livello personale, sociale, economico e finanziario. Le Chiese in Italia stanno dando il loro contributo per il bene dei territori, collaborando con tutte le Istituzioni, nella convinzione che l’emergenza richieda senso di responsabilità e di unità: confortati dal magistero di Papa Francesco, siamo certi che per il bene comune occorra continuare in questa linea di dialogo costante e serio.

1. Non possiamo nascondere di trovarci in un tempo di tribolazione. Dietro i numeri apparentemente anonimi e freddi dei contagi e dei decessi vi sono persone, con i loro volti feriti e gli animi sfigurati, bisognose di un calore umano che non può venire meno. La situazione che si protrae da mesi crea smarrimento, ansia, dubbi e, in alcuni casi, disperazione. Un pensiero speciale, di vicinanza e sostegno, va in particolare a chi si occupa della salute pubblica, al mondo del lavoro e a quello della scuola che attraversano una fase delicata e complessa: da qui passa buona parte delle prospettive presenti e future del Paese. «Diventa attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante» (Laudato si’, n. 141).

Anche in questo momento la Parola di Dio ci chiama a reagire rimanendo saldi nella fede, fissando lo sguardo su Cristo (cf. Eb 12,2) per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi. Se anche non è possibile muoversi spediti, perché la corrente contraria è troppo impetuosa, impariamo a reagire con la virtù della fortezza: fondati sulla Parola (cf. Mt 13,21), abbracciati al Signore roccia, scudo e baluardo (cf. Sal 18,2), testimoni di una fede operosa nella carità (cf. Gal 5,6), con il pensiero rivolto alle cose del cielo (cf. Gal 3,2), certi della risurrezione (cfr. 1Ts 4; 1Cor 15). Dinanzi al crollo psicologico ed emotivo di coloro che erano già più fragili, durante questa pandemia, si sono create delle «inequità», per le quali chiedere perdono a Dio e agli esseri umani. Dobbiamo, singolarmente e insieme, farcene carico perché nessuno si senta isolato!

2. Questo tempo difficile, che porta i segni profondi delle ferite ma anche delle guarigioni, vorremmo che fosse soprattutto un tempo di preghiera. A volte potrà avere i connotati dello sfogo: «Fino a quando, Signore…?» (Sal 13). Altre volte d’invocazione della misericordia: «Pietà di me, Signore, sono sfinito, guariscimi, Signore, tremano le mie ossa» (Sal 6,3). A volte prenderà la via della richiesta per noi stessi, per i nostri cari, per le persone a noi affidate, per quanti sono più esposti e vulnerabili: «Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio» (Sal 16,1). Altre volte, davanti al mistero della morte che tocca tanti fratelli e tante sorelle e i loro familiari, diventerà una professione di fede: «Tu sei la risurrezione e la vita. Chi crede in te, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in te, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26). Altre, ancora, ritroverà la confidenza di sempre: «Signore, mia forza e mia difesa, mio rifugio nel giorno della tribolazione» (Ger 16,19).

Le diverse e, talvolta, sofferte condizioni di molte famiglie saranno al centro delle preghiere individuali e comunitarie: questo «tempo sospeso» rischia, infatti, di alimentare fatiche e angosce, specialmente quando si acuiscono le tensioni tra i coniugi, per i problemi relazionali con i figli, per la mancanza di lavoro, per il buio che si prospetta per il futuro. Sappiamo che il bene della società passa anzitutto attraverso la serenità delle famiglie: auspichiamo, perciò, che le autorità civili le sostengano, con grande senso di responsabilità ed efficaci misure di vicinanza, e che le comunità cristiane sappiano riconoscerle come vere Chiese domestiche, esprimendo attenzione, sostegno, rispetto e solidarietà.

Anche le liturgie e gli incontri comunitari sono soggetti a una cura particolare e alla prudenza. Questo, però, non deve scoraggiarci: in questi mesi è apparso chiaro come sia possibile celebrare nelle comunità in condizioni di sicurezza, nella piena osservanza delle norme. Le ristrettezze possono divenire un’opportunità per accrescere e qualificare i momenti di preghiera nella Chiesa domestica; per riscoprire la bellezza e la profondità dei legami di sangue trasfigurati in legami spirituali. Sarà opportuno favorire alcune forme di raccoglimento, preparando anche strumenti che aiutino a pregare in casa.

3. La crisi sanitaria mondiale evidenzia nettamente che il nostro pianeta ospita un’unica grande famiglia, come ci ricorda papa Francesco nella recente enciclica Fratelli tutti: «Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme» (n. 32). Occorre, quindi, rifiutare la logica del «si salvi chi può», perché, come afferma ancora papa Francesco, «il “si salvi chi può” si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia» (n. 36). In tale contesto i cristiani portano anzitutto il contributo della fraternità e dell’amore appresi alla scuola del Maestro di Nazareth, morto e risorto.

Tutto questo sta avvenendo nelle nostre comunità. Se i segni di morte balzano agli occhi e s’impongono attraverso i mezzi d’informazione, i segni di risurrezione sono spesso nascosti, ma reali ancor più di prima. Chi ha occhi per vedere può raccontare, infatti, d’innumerevoli gesti di dedizione e generosità, di solidarietà e amore, da parte di credenti e non credenti: essi sono, comunque, «frutto dello Spirito»(cf. Gal 5,22). Vi riconosciamo i segni della risurrezione di Cristo, sui quali si fonda la nostra fiducia nel futuro. Al centro della nostra fede c’è la Pasqua, cioè l’esperienza che la sofferenza e la morte non sono l’ultima parola, ma sono trasfigurate dalla risurrezione di Gesù. Ecco perché riteniamo che questo sia un tempo di speranza. Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori, ma continuiamo a testimoniare la risurrezione, camminando con la vita nuova che ci viene proprio dalla speranza cristiana. Un invito, questo, che rivolgiamo in modo particolare agli operatori della comunicazione: tutti insieme impegniamoci a dare ragione della speranza che è in noi (cf. 1Pt 3,15-16).

4. Le comunità, le diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le associazioni e i movimenti, i singoli fedeli stanno dando prova di un eccezionale risveglio di creatività. Insieme a molte fatiche pastorali, sono emerse nuove forme di annuncio anche attraverso il mondo digitale, prassi adatte al tempo della crisi e non solo, azioni caritative e assistenziali più rispondenti alle povertà di ogni tipo: materiali, affettive, psicologiche, morali e spirituali. I presbiteri, i diaconi, i catechisti, i religiosi e le religiose, gli operatori pastorali e della carità stanno impegnando le migliori energie nel la cura delle persone più fragili ed esposte: gli anziani e gli ammalati, spesso prime vittime della pandemia; le famiglie provate dall’isolamento forzato, da disoccupazione e indigenza; i bambini e i ragazzi disabili e svantaggiati, impossibilitati a partecipare alla vita scolastica e sociale; gli adolescenti, frastornati e confusi da un clima che può rallentare la definizione di un equilibrio psico-affettivo mentre sono ancora alla ricerca della loro identità. Ci sembra di intravedere, nonostante le immani difficoltà che ci troviamo ad affrontare, la dimostrazione che stiamo vivendo un tempo di possibile rinascita sociale.

È questo il migliore cattolicesimo italiano, radicato nella fede biblica e proiettato verso le periferie esistenziali, che certo non mancherà di chinarsi verso chi è nel bisogno, in unione con uomini e donne che vivono la solidarietà e la dedizione agli altri qualunque sia la loro appartenenza religiosa. A ogni cristiano chiediamo un rinnovato impegno a favore della società lì dove è chiamato a operare, attraverso il proprio lavoro e le proprie responsabilità, e di non trascurare piccoli ma significativi gesti di amore, perché dalla carità passa la prima e vera testimonianza del Vangelo. È sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato che tutti infatti verremo giudicati, come ci ricorda il Vangelo (cf. Mt 25, 31-46).

Ecco il senso dell’invito di Paolo: «Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Questo è il contributo dei cattolici per la nostra società ferita ma desiderosa di rinascere. Per noi conta testimoniare che l’unico tesoro che non è destinato a perire e che va comunicato alle generazioni future è l’amore, che deriva dalla fede nel Risorto.

Noi crediamo che questo amore venga dall’alto e attiri in una fraternità universale ogni donna e ogni uomo di buona volontà.

Il Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana

Roma, 22 novembre 2020,
Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo
[Settimananews]