Venerdì 27 novembre 2020
Il deserto del Sahara sta avanzando inesorabilmente e non da oggi. Lo sapeva bene già negli anni ‘50 il botanico e biologo britannico Richard St. Barbe Baker a seguito di una spedizione esplorativa nel grande deserto africano. Lo studioso allora propose di realizzare un «fronte verde» che fungesse da sbarramento, con un’ampiezza di 50 chilometri (30 miglia) per contenere l’avanzata della superficie arida in espansione.

Un recente studio dell’università del Maryland negli Stati Uniti ha confermato la gravità della situazione, dimostrando che a partire dal 1920 la superficie del deserto si è estesa del 10 per cento, fino ad arrivare agli odierni 8,6 milioni di chilometri quadrati.

Tra le zone in cui gli effetti del cosiddetto Global Warming sono più evidenti c’è proprio il Sahel, territorio semi-arido che attraversa orizzontalmente il continente africano, delimitato a settentrione dal deserto del Sahara e a meridione dalla savana tropicale. Questo fenomeno, che solo in parte può essere considerato come manifestazione di un ciclo naturale, è in gran parte legato al forte calo delle precipitazioni, a cui si associa l’aumento delle temperature. Una larga quota di responsabilità va certamente attribuita agli effetti della cosiddetta «antropizzazione» sul clima. Emblematica è la situazione del lago Ciad, che negli ultimi anni ha subito una diminuzione considerevole della sua estensione, dovuta alle scarse precipitazioni e all’utilizzo sempre più frequente dell’acqua prelevata dal bacino stesso o dai suoi affluenti per l’irrigazione dei terreni. Il lago è molto importante a livello ecologico, sociale ed economico: esso assicura infatti, il fabbisogno d’acqua a più di 20 milioni di persone che vivono nei Paesi attorno al bacino. Purtroppo la crisi climatica in corso sta sortendo effetti collaterali molto negativi sulle comunità autoctone che vivono sulle sue sponde. Non è un caso se i famigerati islamisti nigeriani Boko Haram hanno scelto proprio questi insediamenti per le loro attività di proselitismo, facendo leva su popolazioni affamate e impoverite dalla siccità. Ecco che allora la crisi ambientale sta diventando sempre più una crisi umanitaria di ampia scala che non può lasciare indifferenti.

Nella vasta regione saheliana le temperature medie stanno aumentando a un ritmo ben più rapido rispetto alla media globale. Tutto questo mentre si prevede un raddoppio demografico entro il 2050. Per far fronte ad uno scenario a dir poco allarmante, l’idea di erigere uno sbarramento verde è stata accolta per la prima volta, a livello politico, dalla Conferenza dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri della Comunità degli Stati Sahel-Sahariani (Cen-Sad) durante la loro settima sessione ordinaria tenutasi a Ouagadougou, in Burkina Faso, dal 1 al 2 giugno 2005. L’Unione africana (Ua) ha poi ufficialmente approvato questo indirizzo nel corso del suo ottavo vertice svoltosi ad Addis Abeba, in Etiopia, dal 22 al 30 gennaio 2007, attribuendo all’iniziativa la denominazione «The Great Green Wall for the Sahara and the Sahel Initiative» (Ggwssi). Sebbene la proposta sia stata inizialmente accolta con scetticismo, subendo peraltro diverse battute d’arresto, si sta rivelando sempre di più un programma integrato e complesso, ma al contempo estremamente urgente, che non consiste semplicemente nel piantare alberi ma anche nel promuovere una corretta gestione dell’agricoltura locale nelle comunità insediate nelle zone semi-aride.

«Il Grande muro verde è un tentativo stimolante e ambizioso di trovare una soluzione urgente a due delle principali sfide del 21° secolo, vale a dire la desertificazione e la perdita di suolo fertile», ha commentato Janani Vivekananda, consulente climatico presso Adelphi, un think tank su clima, ambiente e sviluppo. La Grande muraglia verde è dunque più di un semplice progetto ambientale che ha lo scopo di ripristinare 100 milioni di ettari di terre fertili nella fascia saheliana, riducendo nell’atmosfera le emissioni di anidride carbonica di 250 milioni di tonnellate. A detta degli esperti vi sarebbero, infatti, tutte le condizioni per creare almeno 10 milioni di posti di lavoro «verdi». Una prospettiva questa che non solo risponderebbe alle istanze dello sviluppo sostenibile, ma rappresenterebbe un fattore di contenimento rispetto al tema della mobilità umana intra ed extra africana. La Grande muraglia verde una volta che verrà realizzata interesserà un territorio lungo circa 7.800 chilometri e largo 15, che dal Senegal arriva a Gibuti. Una lunga direttrice, dunque, abitata complessivamente da oltre 230 milioni di persone. Attualmente, vi sono 20 Paesi che, con modalità diverse, si sono impegnati a sostenere quelli della fascia saheliana direttamente interessati per la realizzazione del gigantesco progetto. La Commissione europea ha già investito più di 7 milioni di euro (7,5 milioni di dollari). Sfortunatamente, secondo le Nazioni Unite, l’iniziativa finora ha raggiunto solo il 15 per cento dei suoi obiettivi sebbene alcuni progressi siano stati registrati. In Nigeria, ad esempio, sono stati recuperati 5 milioni di ettari di terra degradata e creati ventimila posti di lavoro, mentre in Etiopia l’impegno delle autorità locali ha consento di rigenerare 15 milioni di ettari di terra degradata, e duemila in Sudan. Per non parlare del Senegal dove negli ultimi dieci anni sono stati piantati 12 milioni di alberi resistenti alla siccità. Tra Burkina Faso, Mali e Niger, invece, è stato creato un corridoio verde lungo oltre 2.500 chilometri, coinvolgendo gli abitanti di 120 villaggi nella piantumazione di una cinquantina di specie native. Purtroppo la messa a dimora delle piante non sempre ottiene buoni risultati in quanto vi sono delle zone dove la nuova vegetazione nell’arco di breve tempo risulta essere già brulla e rada.

Da rilevare che la Grande muraglia verde africana è considerata il progetto di punta del decennio delle Nazioni Unite, che si aprirà nel 2021, per il ripristino degli ecosistemi degradati o distrutti e come misura per combattere la crisi climatica, tutelando la sicurezza alimentare, l’approvvigionamento idrico e la biodiversità. E proprio la Ggwssi è stata fonte d’ispirazione per il progetto «Grande muraglia verde per le città» annunciato lo scorso anno dal direttore generale della Fao, Qu Dongyu. Si tratta di un’iniziativa che punta, entro il 2030, a convertire circa 500mila ettari di terra in nuove foreste urbane e a ripristinare o gestire correttamente circa 300.000 ettari di foreste naturali esistenti nella regione del Sahel e in Asia Centrale. Se infatti proprio sugli insediamenti urbani ricadono molte delle responsabilità legate ai cambiamenti climatici, è anche vero che proprio le città sono anche le prime vittime dei loro effetti. Rimane il fatto che mai come oggi è necessario che gli Stati africani si assumano le loro responsabilità. Come ha avvertito Papa Francesco in più circostanze «il tempo sta scadendo» per trovare soluzioni al cambiamento climatico. Motivo per cui è urgente mettere da parte gli interessi faziosi, le pressioni politiche ed economiche, al fine di salvaguardare la Casa comune.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]